La moka arretra, capsule e cialde avanzano, le macchine automatiche macinano sempre più caffè in grani. Nelle cucine italiane sta cambiando il modo di preparare l’espresso e, insieme, cambia anche il suo impatto ambientale.
Tra il 2022 e il 2026 la quota del macinato tradizionale sui consumi in tazze è scesa dal 67,5% al 54,4%, mentre capsule, cialde e grani hanno guadagnato terreno. Secondo i dati Circana diffusi da Nescafé Dolce Gusto, nello stesso periodo le capsule sono cresciute del 41,6%, le cialde del 134% e il caffè in grani del 36,8%.
La domanda ambientale viene quasi spontanea: cosa pesa meno, una moka sul fornello, una capsula usa e getta o una macchina automatica?
La risposta è meno intuitiva di quanto suggerisca il cestino. La capsula aggiunge un imballaggio a ogni tazzina, ma dosa con precisione il caffè; la moka evita il monodose, ma quantità di prodotto ed energia dipendono da come viene utilizzata; le automatiche eliminano la capsula, ma introducono riscaldamento, macinatura, risciacqui, stand-by e una macchina più complessa da produrre.
Soprattutto, buona parte dell’impronta di una tazzina nasce prima che il caffè entri in cucina, durante coltivazione, lavorazione e trasporto dei chicchi. Per questo confrontare i sistemi significa seguire l’intero ciclo di vita, non limitarsi a contare i rifiuti prodotti dopo l’ultimo sorso.
Moka e capsule alla prova della CO₂
Uno dei confronti più direttamente riferibili alle abitudini italiane è lo studio “Carbon footprint of different methods of coffee preparation” del 2021: la ricerca ha calcolato l’impronta climatica di una tazzina da 40 millilitri preparata con moka, macchina espresso, cialde e capsule.
Nelle condizioni considerate, la moka risultava il sistema con le emissioni più basse: 45-57 grammi di CO₂ equivalente per tazzina con piano a induzione e 47-59 grammi con il gas. La macchina a capsule si collocava tra 57 e 73 grammi, quella a cialde tra 72 e 92, mentre la macchina espresso arrivava a 74-96 grammi.
Non è però una classifica valida per qualsiasi cucina. Una Life Cycle Assessment dipende dalle ipotesi adottate: quantità di caffè per tazza, fonte energetica, durata dell’apparecchio, modalità di smaltimento e comportamento dell’utente possono modificare sensibilmente il risultato.
La prima differenza evidente riguarda gli imballaggi. Con la moka una confezione di macinato serve per molte preparazioni; capsule e cialde associano invece un contenitore a ogni tazza. Nel confronto del 2021, produzione e fine vita del packaging aumentavano infatti il peso ambientale dei sistemi monodose.
Il tema ha assunto ancora più rilevanza con le nuove regole europee sulla raccolta delle capsule e delle cialde: con l’applicazione del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, anche queste confezioni entrano più chiaramente nel perimetro delle regole su progettazione, raccolta e riciclabilità.
Anche qui, però, “capsula” non significa una sola cosa. Lo studio “Comparative life cycle assessment and multi-criteria decision analysis of coffee capsules made with conventional and innovative materials”, pubblicato nel 2024, ha confrontato alluminio, polipropilene e bioplastiche compostabili.
Nello scenario analizzato, le alternative biocompostabili, in particolare quelle destinate al compostaggio domestico, mostravano gli impatti più bassi. Ma il vantaggio diminuiva quando alluminio e polipropilene venivano prodotti con materiale riciclato e recuperati efficacemente a fine vita.
Il destino del rifiuto diventa quindi quasi importante quanto il materiale utilizzato. Una capsula teoricamente riciclabile produce un beneficio solo se viene intercettata e recuperata davvero. Un altro studio del 2024 sulla riciclabilità delle capsule ha mostrato, per esempio, che una soluzione più facile da separare negli impianti può ottenere risultati migliori in termini di circolarità senza necessariamente avere anche l’impatto ambientale più basso nella fase produttiva.
È una distinzione tutt’altro che teorica. A Milano, da marzo 2026, le capsule di alluminio possono essere raccolte direttamente insieme agli imballaggi in plastica e metalli grazie a un impianto capace di intercettare anche piccoli oggetti metallici attraverso separatori a correnti parassite. È un esempio concreto di quanto l’impatto reale dipenda non soltanto da ciò di cui è fatta la capsula, ma dall’esistenza di una filiera capace di recuperarla.
Lo stesso vale per la plastica. Il progetto Recap per il recupero delle capsule in plastica lavora proprio sulla separazione e valorizzazione delle due componenti del rifiuto: involucro plastico e caffè esausto.
Riciclabile, insomma, non è sinonimo automatico di riciclato. E neppure “compostabile” basta da solo a definire l’impatto finale: servono raccolta corretta, impianti compatibili e un trattamento coerente con le caratteristiche del materiale.
La parte meno visibile della tazzina
Se si passa dalle capsule alle macchine automatiche, una parte del problema si sposta dall’imballaggio all’energia. Le automatiche macinano i chicchi al momento e non richiedono un contenitore per ogni tazzina, ma devono riscaldare l’acqua, azionare macinacaffè e pompe ed effettuare cicli di risciacquo e pulizia. Il consumo per singolo caffè dipende quindi anche da come la macchina viene utilizzata.
Preparare cinque tazzine dopo un unico riscaldamento iniziale è diverso dall’accenderla cinque volte durante la giornata per un espresso alla volta. Anche lasciare a lungo un apparecchio pronto all’uso aumenta la quota energetica associata a ciascuna preparazione.
La normativa europea interviene proprio sui consumi quando la macchina non viene utilizzata. Le regole Ecodesign prevedono per le macchine da caffè domestiche diverse da quelle a filtro il passaggio automatico in stand-by, modalità spenta o condizione equivalente entro il limite previsto quando non svolgono più la funzione principale.
La moka è molto più semplice, ma non per questo immune dalle inefficienze. Dimensione della caffettiera, quantità di acqua, fonte di calore e tempo trascorso sul fornello incidono sul risultato. Nello studio del 2021, l’induzione otteneva valori leggermente migliori del gas.
Poi c’è una variabile meno visibile del materiale della capsula: quanti grammi di caffè vengono utilizzati per ottenere una tazzina. Ogni grammo porta infatti con sé quello che è avvenuto a monte: coltivazione, fertilizzanti, consumo di acqua, lavorazione, tostatura, energia e trasporto. Per questo una differenza apparentemente minima nel dosaggio può propagarsi lungo tutta la filiera.
È qui che i sistemi monodose recuperano una parte dello svantaggio legato all’imballaggio. La quantità utilizzata è predeterminata e lo spreco di prodotto è molto limitato. Con una moka, invece, dosaggio e acqua dipendono dall’utente: preparare quattro tazze e berne soltanto due significa aver sostenuto l’impatto ambientale anche del caffè che resterà nella caffettiera.
Questo non rende automaticamente la capsula più sostenibile. Significa che il maggiore impatto del packaging deve essere confrontato anche con la precisione della dose.
Le macchine automatiche combinano in parte i due vantaggi: utilizzano chicchi sfusi e macinano una quantità definita per ogni espresso. In compenso richiedono più materiali ed elettronica, manutenzione e acqua per i risciacqui.
Anche la durata dell’apparecchio entra così nel conto. Una macchina utilizzata per molti anni distribuisce l’impatto della fabbricazione su migliaia di tazzine; sostituirla frequentemente aumenta invece il peso della fase produttiva.
Prima della macchina viene il chicco
Concentrarsi soltanto su capsula, moka e macchina rischia però di lasciare fuori una parte decisiva del problema ambientale.
Una nuova analisi dell’intero ciclo di vita, ha seguito il caffè dalla coltivazione dei chicchi verdi importati alla tostatura, distribuzione, consumo e gestione finale dei residui. Lo studio individua coltivazione e consumo tra i principali contributori alle emissioni di gas serra e all’uso dell’acqua.
Il risultato dipende quindi anche da ciò che accade molto prima dell’accensione della macchina: origine dei chicchi, tecniche agricole, fertilizzanti, lavorazione e successiva tostatura. E continua dopo che il caffè è stato bevuto.
Nello scenario di base della stessa ricerca, il fine vita rappresentava oltre il 30% dell’impatto ambientale complessivo considerato. La valorizzazione dei fondi attraverso produzione di biogas e utilizzo come fertilizzante organico riduceva le emissioni stimate da 3,5 a 0,62 kg di CO₂ equivalente per chilogrammo di caffè, oltre a migliorare il bilancio energetico e ridurre l’uso di risorse fossili.
È un passaggio che rende ancora meno utile fermarsi alla contrapposizione moka-capsula. Nei sistemi monodose il problema riguarda insieme involucro e residuo organico; nella moka e nelle automatiche rimangono soprattutto i fondi, la cui destinazione può a sua volta trasformarli da rifiuto a materia utilizzabile.
Gli studi disponibili danno quindi alla moka un vantaggio climatico nelle condizioni analizzate più vicine al consumo italiano, soprattutto quando viene usata senza sovradosare caffè e acqua e con una fonte di calore efficiente. Le capsule pagano soprattutto il packaging, ma possono ridurre lo spreco di prodotto; le automatiche eliminano il monodose e controllano meglio la dose, aggiungendo però consumi elettrici, acqua e una maggiore complessità tecnologica.
Nel frattempo, però, il mercato si sta spostando proprio verso questi ultimi sistemi: capsule, cialde e grani crescono mentre il macinato tradizionale perde terreno.
