Costo del lavoro, l’Italia è al vertice in Europa: oltre 180 euro spesi per ogni 100 netti al dipendente

La Cna chiede politiche strutturali e prevedibili per sostenere le assunzioni giovanili e rendere duratura la permanenza in azienda
3 Novembre 2026
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Donna conta soldi
(Canva)

Garantire a un giovane lavoratore di 25 anni, single e senza figli, una retribuzione netta annua di 24 mila euro comporta per una piccola impresa italiana con cinque addetti un costo complessivo che supera i 43 mila euro, considerando retribuzione, imposte, contributi previdenziali e il trattamento di fine rapporto. Questo significa che, per ogni 100 euro netti recepiti dal dipendente, il datore di lavoro in Italia arriva a spenderne oltre 180, posizionandosi al vertice della spesa tra i principali Paesi europei. È questa l’analisi della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna), secondo le cui stime, negli altri Paesi presi in esame, per assicurare la medesima cifra netta il costo aziendale si attesta infatti a 178 euro in Germania, 171 in Portogallo, 170 in Spagna, 166 in Francia e appena 127 in Irlanda.

Il costo del lavoro nei Paesi europei

Dalla rilevazione è emerso che in termini assoluti, la spesa annua a carico dell’impresa per un contratto a tempo indeterminato privo di agevolazioni ammonta a circa 43.500 euro in Italia, contro i 42.800 euro della Germania, i 41.100 euro del Portogallo, i 40.700 euro della Spagna e i 39.900 euro della Francia, scendendo fino a 30.400 euro in Irlanda.

Oltre al livello del costo del lavoro, l’analisi evidenzia criticità rilevanti nella sua evoluzione nel tempo. “Ipotizzando un esonero contributivo di 6 mila euro all’anno per i primi due anni – si legge nella nota –, la spesa dell’impresa italiana sale da circa 37.500 euro nel biennio agevolato a oltre 43.500 euro quando l’incentivo scade”. Questo passaggio genera un balzo del 16% nei costi aziendali, senza che la retribuzione del lavoratore cresca di un solo euro.

Su un arco di cinque anni, mantenendo costante il reddito netto di 24 mila euro e ipotizzando il pieno utilizzo del bonus biennale, il costo aziendale complessivo supera i 200 mila euro, a fronte di 120 mila euro netti percepiti dal giovane.

Le politiche occupazionali a confronto

Il confronto europeo mostra approcci differenti nella gestione delle politiche occupazionali e nel sostegno al lavoro giovanile. La Francia adotta una riduzione strutturale e decrescente dei contributi datoriali per le retribuzioni inferiori a tre volte il salario minimo, garantendo un beneficio continuativo che accompagna il rapporto di lavoro anche negli anni successivi all’assunzione.

Il Portogallo affianca ai contributi economici l’IRS Jovem, un sistema che offre agevolazioni sulla tassazione personale dei lavoratori fino a 35 anni per un periodo che può arrivare a dieci anni. L’Irlanda, partendo da una contribuzione aziendale ordinaria contenuta, introduce gradualmente la previdenza integrativa MyFutureFund con aliquote progressive ripartite tra impresa e dipendente.

L’assenza di interventi strutturali rischia di penalizzare le micro e piccole imprese, che necessitano di condizioni stabili e prevedibili per programmare assunzioni, investire nella formazione e valorizzare le competenze dei giovani.

 “È necessario superare la logica della continua successione di incentivi temporanei –ha spiegato ilpresidente della Cna Dario Costantini –, che possono sostenere l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro ma rischiano di produrre forti discontinuità nei costi aziendali quando terminano”. Costantini ha sottolineato l’importanza di garantire una continuatività alle politiche per l’occupazione, concludendo: “Non basta incentivare l’assunzione di un giovane, occorre rendere sostenibile anche la sua permanenza in azienda. Perché il successo delle politiche per l’occupazione non si misura soltanto dal numero dei contratti attivati, ma soprattutto dalla capacità di trasformarli in lavoro stabile e duraturo”.

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