Il fumo sprigionato dagli incendi boschivi e dalla combustione dei terreni in Indonesia ha provocato 3.560 decessi prematuri nel solo mese di settembre 2026, raddoppiando l’impatto registrato nel mese precedente. La stima, che deriva da uno studio condotto dal Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), quantifica le conseguenze sanitarie dell’esposizione acuta alle polveri sottili generate da roghi alimentati dal drenaggio delle torbiere e aggravati dalla siccità.
Il bilancio dell’esposizione acuta
Il centro di ricerca indipendente calcola che i fumi dei roghi abbiano rappresentato circa due terzi dei 5.310 decessi complessivi attribuibili all’inquinamento atmosferico rilevati nell’arcipelago a settembre. Le restanti 1.750 morti premature sono state determinate dalle sorgenti urbane, industriali e dalla generazione termoelettrica a carbone. Nelle regioni maggiormente colpite, come il Borneo indonesiano e l’isola di Sumatra, i fumi degli incendi boschivi hanno generato tra l’80% e il 99% della mortalità totale legata alla contaminazione dell’aria.
Nello stesso arco temporale circa 57,8 milioni di cittadini indonesiani hanno inalato aria classificata su livelli compresi tra malsani e pericolosi: i presidi sanitari del Paese hanno registrato oltre 330mila casi di infezioni respiratorie acute nel corso delle settimane più critiche. Le concentrazioni di particolato fine PM2.5 hanno oltrepassato in modo sistematico le soglie raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, innescando patologie polmonari e complicazioni cardiovascolari a esordio immediato.
Il meccanismo delle torbiere
La dinamica emissiva indonesiana differisce radicalmente dai tradizionali roghi di superficie delle foreste temperate. Il perno materiale dell’emergenza risiede nelle estese torbiere tropicali, ecosistemi umidi che nel loro stato naturale racchiudono enormi riserve di carbonio organico rimaste sommerse per millenni. Per fare spazio alle monocolture industriali di palma da olio e acacia per cellulosa, questi suoli vengono svuotati della loro componente idrica attraverso vaste reti di canali artificiali di drenaggio.
Una volta essiccata a contatto con l’aria, la materia vegetale compattata si trasforma in un combustibile fossile continuo. Il fuoco non va solo verso le chiome degli alberi, ma si insinua in profondità nel terreno, bruciando senza fiamma viva anche a diversi metri sotto la superficie per settimane o mesi consecutivi. Questa combustione a bassa temperatura rilascia un fumo acre e denso, saturo di particelle microscopiche e monossido di carbonio, che ristagna per giorni sull’intera regione asiatica.
Siccità e cause antropiche
L’innesco degli incendi non è legato a eventi meteorologici naturali, bensì all’utilizzo deliberato del fuoco come tecnica a basso costo per la preparazione dei terreni agricola. Questa pratica, nota come “debbio” o “addebbiatura”, è stata amplificata da una fase prolungata di deficit idrico esacerbata dal fenomeno climatico di El Niño. Secondo le stime satellitari elaborate dalla piattaforma di monitoraggio Nusantara Atlas, nei primi nove mesi del 2026 le fiamme hanno divorato oltre 1,9 milioni di ettari di suolo nell’arcipelago.
La somma tra la distruzione degli invasi naturali e le temperature estreme rendono estremamente difficile la soppressione delle fiamme: i lanci d’acqua da velivoli e l’intervento delle squadre a terra riescono ad abbattere le fiamme superficiali, ma non possono estinguere il calore accumulato negli strati sotterranei di torba, che continuano a produrre colonne di fumo e riattivano i fronti di fuoco al minimo rinforzo del vento.
Limiti della gestione emergenziale
L’analisi del Crea sottolinea come le strategie di risposta fondate esclusivamente sulle misure di soccorso e sull’assistenza sanitaria d’urgenza non riescano ad arginare i decessi evitabili. Gli interventi di emergenza, infatti, mobilitano ingenti risorse finanziarie senza modificare le cause strutturali che espongono il territorio alle fiamme.
Il governo indonesiano, pur impegnato nel pattugliamento delle aree a rischio, non ha ancora allineato i propri resoconti alle stime epidemiologiche indipendenti.
Solo la riabilitazione idrologica del territorio agrario può ridurre le polveri presenti nell’aria e il numero delle vittime. L’unica misura tecnica efficace sarebbe la chiusura sistematica dei canali di bonifica per innalzare la falda e saturare nuovamente di acqua i bacini di torba, restituendo loro la naturale resistenza al fuoco. Senza un netto ripristino delle zone umide, i cicli stagionali di siccità continueranno a trasformare la conversione del suolo forestale in un’ecatombe di civili.
