I ghiacciai di tutto il mondo sono a rischio e non possiamo permetterci di superare la soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale. A confermarlo sono l’International Cryosphere Climate Initiative (Icci) e l’Unep, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, i quali hanno redatto i report scientifici State of the Cryosphere 2026: The Cost of Overshoot e Overshoot and the Cryosphere: Averting Global Meltdown. Dai dati emersi da questi studi è chiaro che anche un superamento temporaneo dei limiti stabiliti dagli Accordi di Parigi provocherà danni permanenti e irreversibili a calotte polari, ghiacciai montani, oceani e permafrost per i secoli a venire. Come sostenuto da Christiana Figueres, già segretaria esecutiva della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nella prefazione al report: “Non possiamo negoziare con il punto di fusione del ghiaccio”. Ecco perché.
Overshoot climatico: l’illusione del superamento temporaneo di 1,5 °C
Nel dibattito politico internazionale è andata consolidandosi l’idea che superare temporaneamente il limite di 1,5 °C, toccando 2 °C o 3 °C per poi riassorbire la CO2 dall’atmosfera nella seconda metà del secolo, sia una strategia gestibile. I report dell’Icci e dell’Unep smentiscono categoricamente questo approccio, definendolo un mitologia pericolosa.
Le regioni ghiacciate della Terra rispondono immediatamente a ogni frazione di grado in più, ma la loro fusione innesca processi che richiedono secoli o millenni per essere invertiti, anche qualora le temperature globali dovessero successivamente scendere. Le attuali politiche climatiche mondiali ci stanno posizionando su una traiettoria verso un picco di riscaldamento compreso tra 2,8 °C e 3,2 °C entro la fine del secolo, uno scenario di “alto overshoot” che porterebbe la criosfera oltre molteplici punti di non ritorno.
Calotte polari e mari in aumento: il rischio per le coste
Le calotte glaciali di Groenlandia e Antartide si stanno attualmente sciogliendo a una velocità sei volte superiore rispetto agli anni ’90. Nel dettaglio, la Groenlandia perde massa glaciale a un ritmo cinque volte più rapido rispetto a tre decenni fa, mentre oltre un miliardo di persone vive in aree costiere a bassa quota. Anche stabilizzando la temperatura a 1,5 °C, l’innalzamento dei mari è stimato tra 0,5 e 1 metro entro il 2100, con un impegno a lungo termine di 2-9 metri nei secoli successivi. Tuttavia, uno sforamento fino a 3 °C accelererebbe drammaticamente il processo: entro il 2150, il ritmo di innalzamento del livello del mare dall’Antartide potrebbe toccare fino a 5 centimetri all’anno (rispetto agli attuali 0,45 centimetri/anno). Una tale velocità supererebbe ampiamente la soglia critica di 0,7 centimetri/anno oltre la quale barriere naturali come mangrovie e paludi salmastre perdono la capacità di adattarsi, esponendo città e coltivazioni a continue inondazioni catastrofiche.
Alpi e Himalaya senza ghiaccio: dai crolli montani alla crisi idrica
I ghiacciai montani e i nevai rappresentano le vere e proprie “torri d’acqua” del pianeta, garantendo risorse idriche vitali a circa due miliardi di persone. Con un picco di riscaldamento a 3 °C, i ghiacciai delle medie altitudini scomparirebbero quasi del tutto: le Alpi europee perderebbero fino al 95% del proprio volume e catene come le Montagne Rocciose o le montagne scandinave vedrebbero la totale estinzione dei propri ghiacciai.
Nella regione dell’Hindu Kush Himalaya, le politiche attuali lascerebbero sul campo appena il 41% della massa glaciale, contro l’83% che si salverebbe mantenendo il riscaldamento entro 1,5 °C.
Oltre alla perdita d’acqua a lungo termine, la fusione dei ghiacci e il degrado del permafrost montano rendono instabili interi versanti rocciosi. Un tragico assaggio di questo scenario si è verificato nell’agosto 2026 nel distretto di Rasuwa, in Nepal, dove il crollo improvviso di un versante glaciale ha causato oltre 1.400 vittime, più di 5.000 dispersi e danni alle infrastrutture per 5 miliardi di dollari.
Permafrost e oceani polari: il rilascio di carbonio e il rischio “Amoc”
Il permafrost, il terreno perennemente ghiacciato delle regioni artiche e alpine, contiene enormi riserve di carbonio organico. Oggi il suo scongelamento rilascia ogni anno gas serra equivalenti alle emissioni di una grande nazione industrializzata. Se si dovesse raggiungere un picco di riscaldamento di 3 °C, il processo di “scongelamento rapido” porterebbe le emissioni del permafrost a livelli pari a quelle annuali degli interi Stati Uniti, continuando per 1-2 secoli e riducendo del 25% il budget di carbonio ancora a disposizione dell’umanità.
Intanto, gli oceani polari stanno subendo un’accelerazione dell’acidificazione e dell’accumulo di calore. L’immissione di enormi quantità di acqua dolce derivante dalla fusione dei ghiacci rischia di compromettere la circolazione termoalina globale, incluso il cosiddetto “Capovolgimento Meridionale Circolatorio dell’Atlantico (Amoc)”. Un blocco dell’Amoc potrebbe provocare crolli delle temperature nell’Europa settentrionale fino a -20 °C e una profonda alterazione dei regimi meteorologici mondiali.
Ripristino del clima entro il 2150: portare le temperature sotto 1 °C
Di fronte a queste evidenze, la comunità scientifica sottolinea che la soglia di 1,5 °C non può essere considerata una meta finale sicura per la criosfera, poiché a quel livello di calore costante i ghiacci polari continuerebbero a recedere. Il vero confine planetario di sicurezza richiede di ridurre la temperatura globale verso 1,0 °C o al di sotto entro il 2150.
Per minimizzare la durata dell’overshoot e prevenire il superamento dei punti di non ritorno, la rotta indicata dai report è chiara: sarà necessario tagliare le emissioni di gas serra del 45% entro il 2035 e raggiungere la neutralità carbonica entro metà secolo. Gli esperti consigliano di abbattere drasticamente le emissioni di metano e black carbon (fuliggine); ridurre la fuliggine nelle regioni artiche e himalayane può frenare il riscaldamento locale fino a mezzo grado. Infine, sarà necessario triplicare le energie rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica in questo decennio, abbinando il successivo impiego di tecnologie sostenibili di rimozione del carbonio dall’atmosfera.
