Nove enormi massi di pietra, alcuni pesanti fino a due tonnellate, sono stati depositati nei giorni scorsi sul fondale del Mare del Nord dagli attivisti di Greenpeace, con un obiettivo preciso: impedire la pesca a strascico in una zona che, almeno sulla carta, dovrebbe essere protetta.
L’operazione è stata realizzata il 31 ottobre 2026, a bordo della nave Arctic Sunrise, nella Southern North Sea Marine Protected Area, al largo delle coste orientali dell’Inghilterra. Greenpeace sostiene di aver creato una barriera sottomarina capace di ostacolare la pesca a strascico su una superficie di circa 116 chilometri quadrati.
La scelta del luogo non è casuale. L’area è stata istituita per proteggere le focene, piccoli cetacei simili ai delfini, ma secondo un’analisi dell’organizzazione ambientalista, nel solo 2025 i pescherecci con attrezzi trainati sul fondo vi hanno operato per almeno 37.200 ore, con conseguenze che Greenpeace UK paragona a quelle di “un bulldozer che si fa strada attraverso un prezioso parco nazionale”.
Come funziona la pesca a strascico e perché è contestata
La pesca a strascico è una tecnica utilizzata per catturare pesci e altri organismi che vivono sul fondo o nelle sue immediate vicinanze, come naselli, triglie, gamberi e scampi. I pescherecci trascinano grandi reti, spesso mantenute aperte da dispositivi pesanti, che possono entrare in contatto con il fondale.
Il problema è proprio questo contatto. Durante il passaggio, gli attrezzi possono danneggiare habitat marini, organismi che vivono sul fondo e strutture delicate come coralli e spugne. Le reti possono inoltre catturare accidentalmente specie non desiderate e sollevare sedimenti, alterando gli equilibri dell’ecosistema.
L’impatto varia in base agli attrezzi utilizzati, alle caratteristiche del fondale e alla frequenza con cui viene percorso. Un ambiente sabbioso già sottoposto a pesca intensiva, per esempio, non reagisce necessariamente come una prateria marina o un habitat coralligeno.
La pesca a strascico rappresenta tuttavia un’attività economica importante per molte comunità costiere. La questione, quindi, non riguarda soltanto la tutela ambientale, ma anche il modo in cui conciliare la conservazione degli ecosistemi con il lavoro dei pescatori e l’approvvigionamento alimentare.
La pesca a strascico è vietata? Le regole nel mondo e in Europa
Non esiste un divieto mondiale generalizzato della pesca a strascico. Le restrizioni cambiano da Paese a Paese e possono riguardare determinate profondità, aree marine, periodi dell’anno o tipologie di attrezzi.
A livello internazionale, il nuovo Trattato ONU sull’alto mare, entrato in vigore il 17 gennaio 2026, offre strumenti per istituire aree marine protette nelle acque internazionali. Non introduce però un divieto automatico e universale della pesca a strascico.
Nell’Unione europea esistono già restrizioni specifiche. Nell’Atlantico nord-orientale, per esempio, la pesca a strascico di profondità è vietata oltre gli 800 metri. Sono inoltre previste chiusure nelle aree che ospitano ecosistemi marini vulnerabili. Nel 2023 la Commissione europea ha presentato un piano d’azione che punta a eliminare gradualmente la pesca con attrezzi mobili a contatto con il fondale dalle aree marine protette entro il 2030.
Si tratta però di un obiettivo politico che richiede misure concrete da parte degli Stati membri, e non di un divieto già applicabile a tutte le aree protette europee.
E in Italia? Dove è consentita e dove è vietata
In Italia la pesca a strascico è consentita, ma è sottoposta a una serie di restrizioni stabilite principalmente dalla normativa europea sul Mediterraneo e dalle disposizioni nazionali.
Una delle regole fondamentali riguarda la distanza dalla costa. Il regolamento europeo 1967/2006 vieta, in generale, l’utilizzo di attrezzi trainati entro tre miglia nautiche dalla costa, circa 5,6 chilometri, oppure entro la profondità di 50 metri quando questa viene raggiunta più vicino alla terraferma. Per le reti a strascico è previsto anche un divieto specifico entro 1,5 miglia nautiche dalla costa. La normativa contempla alcune deroghe, soggette a condizioni particolari e autorizzazioni.
Esistono poi divieti legati alla protezione degli habitat. La pesca a strascico è generalmente vietata sulle praterie di Posidonia oceanica, una pianta marina fondamentale per la biodiversità del Mediterraneo, e sugli habitat coralligeni e sui fondali a maërl, salvo le specifiche eccezioni disciplinate dalla normativa.
Un altro strumento di tutela è rappresentato dalle aree marine protette, dove possono essere introdotte limitazioni più severe, fino al divieto di pesca in determinate zone. Ma anche in Italia la presenza di un’area protetta non significa necessariamente che qualsiasi attività di pesca sia vietata in tutta la sua estensione.
Il fermo pesca e le restrizioni del 2026
Il sistema italiano prevede anche il cosiddetto fermo pesca, cioè periodi di sospensione obbligatoria dell’attività, stabiliti per ridurre la pressione sugli stock ittici e favorirne la riproduzione.
Nel 2026 il Ministero dell’Agricoltura ha adottato nuove disposizioni sulle interruzioni temporanee obbligatorie, nell’ambito delle misure europee per la gestione delle risorse ittiche nel Mediterraneo. Le restrizioni vengono articolate in funzione delle aree di pesca e delle attività interessate.
Accanto ai periodi di fermo esistono inoltre zone interdette a specifici attrezzi. Nel marzo 2026, per esempio, il Ministero è intervenuto sull’individuazione delle aree vietate alla pesca con reti a strascico e altri sistemi di traino in alcune zone del Tirreno e dei mari circostanti.
I massi di Greenpeace possono davvero fermare i pescherecci?
La barriera realizzata nel Mare del Nord punta a rendere rischioso il trascinamento delle reti lungo il fondale, perché gli attrezzi potrebbero impigliarsi nei massi. Greenpeace ha comunicato alle autorità britanniche le coordinate dei nove blocchi, successivamente pubblicate dalla Marine Management Organisation per avvertire i naviganti.
L’azione ha però sollevato anche questioni di sicurezza e legalità. Greenpeace ha riconosciuto di non aver ottenuto una licenza per depositare i massi, mentre il governo britannico ha richiamato la necessità che le attività in mare rispettino la legge.
