Roma punta a eliminare i cibi ultraprocessati dalle mense scolastiche, nell’ambito di un nuovo servizio di ristorazione da oltre 766 milioni di euro. La scelta, annunciata dal sindaco Roberto Gualtieri, riporta al centro il ruolo dell’alimentazione scolastica nella tutela della salute e nella riduzione delle disuguaglianze alimentari. L’accesso a un’alimentazione sana dipende infatti anche dalle risorse delle famiglie e dalla disponibilità di alternative salutari.
“Mangiare bene non deve essere un privilegio, ma un diritto di ogni bambino”, afferma Sara Roversi, presidente del Future Food Institute, che invita a trasformare le mense in strumenti di educazione alimentare, valorizzando la Dieta Mediterranea, i prodotti stagionali e le filiere agricole locali.
La posizione arriva mentre cresce la richiesta di interventi contro la diffusione degli alimenti ultraprocessati. Secondo il rapporto Coldiretti-Censis “La filiera della buona salute: la centralità del cibo italiano”, il 78% degli italiani vorrebbe un’azione dell’Unione europea per ridurne il consumo e l’81% sarebbe favorevole alla loro esclusione dalla ristorazione collettiva, comprese mense scolastiche, ospedaliere e aziendali.
Le mense scolastiche come strumento di salute pubblica
La nuova gara per la ristorazione scolastica di Roma Capitale, pubblicata nel luglio 2026, vale 766,4 milioni di euro, ha una durata di 48 mesi ed è articolata in 15 lotti territoriali. Il Comune punta a migliorare la qualità dei menu, escludendo gli alimenti ultraprocessati e valorizzando preparazioni fresche e prodotti provenienti dal territorio.
La dimensione dell’appalto rende la decisione particolarmente rilevante: gli acquisti pubblici possono orientare una domanda alimentare consistente, influenzando le scelte dei fornitori, la composizione dei pasti e l’organizzazione delle cucine. Un approccio che si inserisce nelle politiche europee per mense scolastiche più sane e sostenibili.
Ma c’è anche una questione sociale. Secondo quanto dichiarato da Gualtieri, per il 10% dei bambini romani quello consumato a scuola rappresenta il pasto più sano della giornata. La mensa può quindi contribuire a ridurre le differenze tra famiglie con possibilità economiche e abitudini alimentari diverse.
“Le mense non sono semplicemente un servizio di ristorazione, ma uno straordinario strumento di politica pubblica”, osserva Roversi. Il pasto scolastico dovrebbe diventare parte integrante dell’esperienza educativa, combinando qualità nutrizionale, cultura alimentare e sostenibilità.
Il dibattito si inserisce in una crescente attenzione scientifica verso gli effetti degli alimenti ultraprocessati sulla salute. Si tratta di formulazioni industriali che possono contenere ingredienti e additivi poco utilizzati nella preparazione domestica. Non tutti gli alimenti trasformati, però, appartengono a questa categoria.
Una revisione pubblicata sul British Medical Journal ha individuato associazioni tra un maggiore consumo di ultraprocessati e 32 esiti sfavorevoli per la salute, tra cui obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. La solidità delle evidenze varia a seconda delle patologie considerate e deriva prevalentemente da studi osservazionali, che non consentono da soli di stabilire rapporti di causa ed effetto.
Il rapporto Coldiretti-Censis evidenzia inoltre un problema di accessibilità: il 73% degli intervistati segnala difficoltà nel trovare prodotti salutari in molti luoghi, mentre il 76% dichiara che consumerebbe meno cibo poco sano se avesse più facilmente a disposizione alternative migliori.
Scuole, luoghi di lavoro, stazioni e strutture sportive sono alcuni degli ambienti nei quali le abitudini alimentari possono essere condizionate dall’offerta disponibile. Il tema riguarda quindi anche la possibilità concreta di scegliere cosa mangiare, indipendentemente dal reddito e dal luogo in cui si trascorre la giornata.
La Dieta Mediterranea come modello educativo: il caso Pollica
L’iniziativa della Capitale si affianca ad altre esperienze territoriali che puntano a intervenire sull’ambiente alimentare. A Pollica, nel Cilento, un regolamento comunale vieta, secondo quanto dichiarato dal sindaco Stefano Pisani, l’apertura di nuove attività di fast food. La scelta rientra nelle politiche locali di tutela della Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
La comunità di Pollica ha inoltre ricevuto dalla Fao il riconoscimento Food Hero per l’impegno nella salvaguardia di questo patrimonio alimentare.
La Dieta Mediterranea comprende abitudini alimentari, stagionalità, biodiversità e cultura della convivialità. Nelle scuole, la sua valorizzazione può tradursi nella scelta degli ingredienti, nella varietà dei menu e in attività educative che avvicinino i bambini alla conoscenza del cibo e delle sue origini. Anche la ricerca ne approfondisce i benefici, come nel caso degli studi sulla Dieta Mediterranea biologica e sul microbiota intestinale.
“Non possiamo educare i bambini a mangiare bene dentro la scuola e abbandonarli a modelli alimentari opposti appena fuori”, sottolinea Roversi.
