Nei supermercati del Sud la protesta dei tir si misura ormai anche negli scaffali di pasta, acqua e latte, non soltanto nei banchi dell’ortofrutta. A Napoli e nel Casertano le consegne interrotte hanno lasciato spazi vuoti in diversi punti vendita; in Sicilia il fermo ha bloccato anche la merce alla partenza, nei box del mercato di Vittoria e anche in altre regioni si registrano disagi.
Il confronto con il governo di oggi, mercoledì 20 ottobre, non ha ancora riaperto tutti i passaggi della distribuzione: il Comitato trasportatori siciliani ha revocato la propria mobilitazione, ma altri presidi proseguono. Il prossimo incontro è fissato il 27 ottobre, ma il ritorno dei prodotti sugli scaffali dei supermercati dipende dalla effettiva ripresa dei collegamenti.
Secondo i dati Confcommercio, in provincia di Caserta, oltre l’80% di negozi e locali rischia di interrompere temporaneamente l’attività per la mancanza di rifornimenti. Il presidente di Confesercenti regionale della Campania, Vincenzo Schiavo, ha segnalato che per alcune catene l’approvvigionamento si è ridotto del 50%.
La catena interrotta delle forniture
Come ricostruito in questo articolo, il viaggio del cibo verso i negozi segue una sequenza rigida, scandita da orari serrati di carico, transito e scarico. Quando i camion e i tir restano fermi, bastano poche ore perché l’ingranaggio della distribuzione si inceppi. Nelle grandi superfici e nei punti vendita della Campania il quadro è documentato dall’assenza di latticini, insalate, pasta, farina e passate di pomodoro. A Cosenza mancano consegne regolari di latte fresco e verdure.
L’associazione Unione Italiana Food, interpellata da Adnkronos, ha spiegato che le aziende trasformatrici faticano a ricevere le materie prime, registrando in alcune aree perfino fermi degli impianti. A velocizzare l’esaurimento dei prodotti contribuiscono anche gli acquisti di scorta, con le famiglie che riempiono i carrelli di beni durevoli nel timore di ulteriori blocchi.
La mappa dei presidi stradali
La mobilitazione è scaturita da un mosaico di proteste territoriali con calendari autonomi. I primi presidi sono partiti a inizio ottobre tra Puglia e Calabria. In terra foggiana il punto caldo davanti al casello della A14 a Poggio Imperiale è attivo dal 12 ottobre, mentre in Sicilia il blocco del Comitato trasportatori siciliani è iniziato il 16 ottobre, concentrandosi sui piazzali aziendali e sulle banchine portuali per sospendere l’imbarco dei semirimorchi. In pochi giorni la mobilitazione ha toccato gli snodi nevralgici della logistica campana. Sulla rete autostradale i mezzi pesanti hanno provocato code sulla A1 a Caserta Sud e sulla A30 all’altezza di Nola.
I problemi maggiori si sono concentrati attorno ai grandi magazzini della distribuzione: le piattaforme dell’area industriale di Carinaro e dell’Interporto Sud Europa, tra Marcianise e Maddaloni, sono state presidiate dai camion, impedendo ai bancali di partire verso i punti vendita. Disagi e rallentamenti si sono registrati anche in Basilicata, nell’area di Tito e nel Metapontino, e lungo i collegamenti del Molise verso la costa adriatica.
Le ragioni degli autotrasportatori
Dietro i motori spenti c’è una struttura di costi divenuta insostenibile per i piccoli operatori. Un mezzo pesante a pieno carico percorre poco più di due chilometri con un litro di carburante.
Il rincaro del gasolio si somma alle spese della continuità territoriale: come ricostruito dal Post, il traghetto sullo stretto di Messina costa circa trecentosessanta euro a viaggio, cui si aggiunge la necessità di impiegare due autisti per garantire le lunghe tratte verso il Nord senza incorrere in penali per ritardo.
I sindacati chiedono aiuti immediati e tutele contrattuali. Al Fatto Quotidiano, il coordinatore del Comitato trasportatori siciliani Salvatore Bella ha quantificato in trenta o quaranta centesimi al litro il taglio necessario sul carburante. Diverse sigle sollecitano inoltre un meccanismo analogo a quello spagnolo, che leghi per legge le tariffe di trasporto alle variazioni del gasolio. Al presidio di Tremestieri, l’autotrasportatore Pietro ha spiegato a LiveSicilia di rischiare una grave perdita aziendale per via del carico di pesce fresco bloccato a bordo, pur sentendosi costretto a protestare per difendere la propria attività.
L’esito del vertice di governo
Il tavolo convocato a Milano oggi dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, con il viceministro Edoardo Rixi, ha portato a una prima risposta economica. L’esecutivo ha infatti annunciato lo sblocco immediato di quattrocentottanta milioni di euro in crediti d’imposta per soddisfare le richieste arretrate, unendo quattrocentotrenta milioni già stanziati a cinquanta milioni di risorse aggiuntive. Non si tratta, tuttavia, di liquidità diretta o di sconti alla pompa per i rifornimenti giornalieri ma di rimborsi fiscali sulle spese di carburante già sostenute nei mesi scorsi. L’eventualità di introdurre un tetto al prezzo del gasolio resta per ora un’ipotesi da approfondire nei prossimi giorni, mentre continuano le proteste.
L’annuncio ministeriale ha aperto una frattura tra le rappresentanze della categoria: se il Comitato trasportatori siciliani ha formalizzato la revoca del fermo nei porti isolani, altri gruppi hanno confermato la mobilitazione. A Catania l’associazione Aias ha proseguito i blocchi in autonomia, mentre i portavoce dei presidi in Campania e Calabria hanno annunciato la volontà di mantenere i picchetti logistici fino al nuovo incontro fissato a Roma per il 27 ottobre. Il fronte resta così diviso tra le federazioni firmatarie dell’intesa e i comitati territoriali che attendono risposte operative prima di ripartire.
Cosa serve per ripartire
Il ripristino delle scorte nei negozi dipende dalla riattivazione completa della catena logistica. L’esempio del mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Vittoria, in provincia di Ragusa, illustra come la filiera si blocchi alla radice. Dai magazzini siciliani partono ogni giorno decine di camion carichi di primizie per il resto d’Italia, ma i piazzali sono rimasti deserti.
La ripartenza in una singola regione non basta se i camion incrociano altri sbarramenti lungo la Salerno-Reggio Calabria o davanti agli interporti campani.
Intervistato a Radio 24, il presidente di Federdistribuzione Carlo Alberto Buttarelli ha chiarito che il settore dei prodotti freschi possiede una forte velocità di recupero, calcolando due o tre giorni per tornare a una quasi normalità, ma ha ribadito che la condizione imprescindibile è la fine totale di ogni blocco. Fino a quando i collegamenti non saranno del tutto liberi, il costo della protesta continuerà a manifestarsi due volte: nei carrelli vuoti delle famiglie e nelle cassette di verdura che rischiano di marcire nei depositi senza poter raggiungere i punti vendita.
