Quali sono le università italiane più attrattive? Sapienza di Roma e Bologna condividono il primato tra i grandi atenei, Pavia supera le altre università di medie dimensioni e Piemonte Orientale guida le piccole. Tra i politecnici vince Milano, mentre Bocconi è prima tra le università non statali. Ma la classifica cambia quando si passa dalla reputazione complessiva ai singoli corsi di laurea, all’apertura internazionale e al rapporto con il territorio.
A rimescolare le carte è il Rapporto Università 2026, presentato allo Young International Forum di Roma, il salone dell’orientamento organizzato dalla Fondazione Italia Education. Lo studio introduce l’Iqa. l’Indice Qualitativo di Attrattività, elaborato su dati ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca per confrontare 81 università statali e non statali.
Il nuovo rapporto sugli atenei italiani propone una lettura diversa dalle classifiche tradizionali. Un’università può attirare molti studenti, un’altra distinguersi per la presenza internazionale, un’altra ancora per i risultati degli iscritti o per il legame con l’economia locale. Per questo i confronti vengono effettuati tra atenei di dimensioni e caratteristiche omogenee.
Essere ai primi posti, però, non significa necessariamente offrire la formazione migliore in ogni disciplina, né garantire lo stipendio più alto dopo la laurea. L’indice non misura direttamente la qualità della ricerca, i redditi dei laureati, la disponibilità di alloggi o il costo della vita. Aspetti tutt’altro che secondari per chi deve decidere dove trascorrere i prossimi tre o cinque anni.
Le università più attrattive, categoria per categoria
Tra i grandi atenei statali il confronto si chiude con un pareggio. Sapienza di Roma e Università di Bologna ottengono entrambe 83 punti, davanti a Padova, che raggiunge quota 81. Seguono Firenze con 75, Torino e Pisa con 74, Milano con 73, Parma con 71 e Bari con 69. Genova, Catania, Roma Tor Vergata e Palermo condividono invece il punteggio di 67.
Il risultato della Sapienza è particolarmente significativo nella componente che misura l’attrattività in un contesto competitivo. Bologna, invece, si distingue soprattutto per l’internazionalizzazione e gli esiti. Due università possono dunque raggiungere lo stesso punteggio complessivo attraverso caratteristiche differenti.
Tra gli atenei medi la prima posizione va a Pavia, con 76 punti, seguita a brevissima distanza dall’Università dell’Aquila, con 75. Messina e Università Politecnica delle Marche ottengono 72 punti, Trento 71 e Perugia 70. Un risultato che merita attenzione è proprio quello dell’Aquila, capace di collocarsi alle spalle di Pavia e di primeggiare, nella propria categoria, nell’indicatore relativo a profilo, accessibilità e specializzazione. La dimensione dell’ateneo, insomma, non impedisce di raggiungere posizioni elevate.
Tra le piccole università statali guida Piemonte Orientale con 73 punti, davanti a Siena (72) e Tuscia (71). Anche qui il rapporto con il territorio assume particolare importanza: un ateneo più piccolo può sviluppare una forte riconoscibilità e intercettare una domanda formativa specifica, senza competere necessariamente con le grandi università metropolitane sul numero degli iscritti.
La graduatoria autonoma dei politecnici vede Milano in testa con 73 punti, seguito da Torino con 69 e Bari con 45. Tra le università non statali, invece, Bocconi ottiene 73 punti, Luiss 71 e Cattolica 66. Infine, tra gli atenei a statuto speciale, le Università per Stranieri di Siena e Perugia condividono il primo posto con 55.
Queste graduatorie non sono direttamente sovrapponibili. Un punteggio di 76 ottenuto tra gli atenei medi non permette di affermare che quell’università sia migliore di una grande con 75 punti. La suddivisione serve proprio a evitare confronti tra realtà che hanno dimensioni, funzioni e bacini di utenza differenti.
Un’ulteriore conferma arriva dalla classifica Censis 2026/2027, che utilizza un’altra metodologia. In quel caso, tra i mega atenei statali guida Padova, davanti a Bologna e Sapienza. Non è una contraddizione: il Censis valuta anche strutture, servizi, borse di studio, comunicazione e occupabilità, attraverso indicatori differenti da quelli utilizzati dall’Iqa.
Per gli studenti, quindi, consultare più graduatorie può essere utile, purché si comprenda che cosa viene effettivamente misurato.
Economia e Scienze politiche guidano le discipline, ma informatica riserva una sorpresa
La geografia dell’attrattività cambia ulteriormente quando, invece di guardare agli atenei, si considerano le discipline.
A livello nazionale, Economia ottiene il punteggio Iqa più alto tra i gruppi disciplinari, con 87 punti. Seguono Politico-Sociale e Comunicazione, a quota 76, Arte e Design con 68, Psicologia con 67 e l’area scientifica con 66.
Nelle posizioni inferiori si trovano Giurisprudenza, Educazione e Formazione e Informatica e Tecnologie Ict. Una collocazione che richiede attenzione nell’interpretazione: un punteggio più basso non significa che questi percorsi siano meno validi, né che offrano necessariamente peggiori opportunità occupazionali. L’Iqa, infatti, combina il profilo della domanda, l’attrattività, l’internazionalizzazione e gli esiti. Non è un indicatore della qualità didattica o della richiesta di professionisti da parte delle aziende.
La distinzione è particolarmente importante per l’informatica. In un mercato del lavoro attraversato dalla trasformazione digitale e dall’intelligenza artificiale, la presenza dell’Ict nelle posizioni inferiori della graduatoria non equivale a una diminuzione del valore professionale delle competenze tecnologiche.
La distanza tra percorso universitario e occupazione emerge anche dai dati Istat sulla corrispondenza tra titolo di studio e lavoro: in Italia il 24,8% dei laureati occupati tra i 20 e i 34 anni risulta sovraistruito rispetto alle mansioni svolte, secondo l’indicatore considerato nell’analisi. Il riconoscimento delle competenze sul mercato del lavoro, dunque, non dipende soltanto dall’università frequentata.
L’Iqa offre poi un’altra chiave di lettura scendendo al livello delle singole classi di laurea. Qui la prima posizione nazionale spetta a Scienze politiche e delle relazioni internazionali (L-36), con 72 punti. Seguono Scienze dell’economia e della gestione aziendale (L-18) e Scienze economiche (L-33), entrambe con 69.
Il risultato cambia ancora quando si distinguono le classi in base al numero di immatricolati. Tra quelle con oltre 15mila ingressi guida Scienze dell’economia e della gestione aziendale. Nella fascia tra 5.001 e 15mila immatricolati prevale Scienze politiche e delle relazioni internazionali.
Tra i percorsi con una platea più contenuta compaiono anche specializzazioni meno prevedibili. Scienze, culture e politiche della gastronomia guida la fascia tra 501 e 1.500 immatricolati, mentre Scienze e tecnologie della navigazione emerge tra le classi con non più di 500 ingressi.
È un dettaglio che rende il rapporto utile anche a chi sta valutando percorsi lontani dalle lauree tradizionalmente più conosciute. L’attrattività non è concentrata soltanto nelle discipline con il maggior numero di studenti, ma può caratterizzare anche ambiti specialistici.
La scelta del singolo ateneo, però, continua a contare. Per Giurisprudenza spiccano Firenze tra le grandi università, L’Aquila tra le medie e Luiss tra le private. Nell’informatica emergono Bari tra i grandi atenei e Verona tra quelli medi. Per le lingue si distinguono Milano, Ca’ Foscari, Napoli L’Orientale e Cattolica nelle rispettive categorie.
Chi vuole studiare informatica o lingue, quindi, potrebbe trovare risposte diverse da quelle offerte dalla classifica generale degli atenei. Prima di scegliere l’università, conviene guardare al percorso specifico e agli indicatori che lo riguardano.
Non conta soltanto l’ateneo: la città può cambiare la scelta
Studiare a Bologna, Milano o Roma significa anche scegliere un contesto urbano, un mercato degli affitti, collegamenti quotidiani e opportunità culturali e professionali. Tutti elementi che possono influenzare il percorso universitario, soprattutto per chi si trasferisce lontano da casa.
Il Rapporto Università 2026 dedica per questo una parte dell’analisi anche ai territori, distinguendo città, province e regioni in base alla popolazione. L’indice territoriale considera il sistema universitario locale nel suo complesso e non coincide con la semplice media dei punteggi ottenuti dai singoli atenei.
Tra le regioni con più di 3,5 milioni di abitanti guida il Lazio, con 84 punti, seguito da Emilia-Romagna (83) e Lombardia (82). Nella fascia compresa tra uno e 3,5 milioni di residenti prevale invece l’Abruzzo, con 74 punti, davanti alle Marche, con 71. Tra le regioni con meno di un milione di abitanti è prima l’Umbria, a quota 68.
La presenza dell’Abruzzo ai vertici della propria fascia ridimensiona l’idea che l’attrattività universitaria debba necessariamente concentrarsi nelle regioni economicamente più grandi. Il risultato riflette le caratteristiche dell’intero sistema territoriale e comprende realtà differenti come L’Aquila e gli altri poli universitari regionali.
Anche tra le città la dimensione cambia la graduatoria. Pavia è prima tra quelle con meno di 100mila abitanti, Padova nella fascia tra 100mila e 249.999, Bologna tra 250mila e 500mila e Milano tra le città con più di mezzo milione di residenti.
Firenze è seconda nella propria categoria, mentre Roma si colloca al terzo posto tra le città oltre i 500mila abitanti. Nel Mezzogiorno emerge Bari, terza tra i centri compresi tra 250mila e 500mila residenti.
Ma l’attrattività di una città universitaria non esaurisce il problema della sua accessibilità.
Un ateneo può offrire percorsi riconosciuti e opportunità internazionali, ma la decisione di frequentarlo può dipendere dal costo di una stanza o dalla possibilità di raggiungere le lezioni senza trasferirsi. Il rapporto Mobisco sui costi della distanza tra casa, lavoro e università indica per gli universitari una distanza media casa-ateneo di 28,3 chilometri e un tempo di percorrenza di 43,4 minuti per tratta. Sono quasi 87 minuti al giorno tra andata e ritorno, senza considerare eventuali ritardi o coincidenze. Un costo in tempo che si aggiunge alle spese di trasporto e, per i fuori sede, a quelle dell’alloggio.
Il nuovo Iqa non incorpora direttamente questi costi, e questo è un limite da conoscere prima di utilizzarlo come strumento di orientamento personale. La posizione di un’università nella classifica non dice quanto sarà economicamente sostenibile frequentarla.
Il nuovo Iqa non considera direttamente queste spese, che possono pesare sulla possibilità di frequentare un ateneo lontano da casa. La geografia dell’attrattività universitaria, quindi, non coincide necessariamente con quella delle opportunità accessibili agli studenti. Un’università può conquistare le prime posizioni della classifica e restare fuori dalla portata economica di chi vorrebbe iscriversi.
