Poche lauree e scarsamente valorizzate. Potremmo riassumere così la condizione dei giovani e del mercato del lavoro che è emersa nell’ultimo report Istat: un’istantanea che mostra un sistema dove il talento è merce rara, eppure, paradossalmente, spesso sprecata. E mentre l’Europa corre, l’Italia sembra così intrappolata in una transizione lenta, segnata da divari geografici profondi e da un “mismatch” tra banchi di scuola e scrivanie che punisce proprio chi ha investito di più nella propria formazione.
Il muro dell’istruzione: un gap europeo
Il rapporto Istat si focalizza sui 20-34enni, la fascia d’età che consente, nel nostro Paese, di valutare il post-formazione e la prima occupazione. Nel 2024, i residenti in Italia in questa fascia d’età risultavano essere circa 9 milioni e 101mila. Di questi, solo il 25,1% possiede una laurea, una quota che ci vede sprofondare di ben 11,3 punti percentuali sotto la media Ue27. Almeno il 57,5% ha ottenuto un diploma di scuola superiore, ma la distanza con i principali partner europei resta un ostacolo strutturale alla competitività del Paese.
Tuttavia, il problema non è solo quanto si studia, ma perché ci si ferma. La maggioranza dei diplomati (60,7%) che non prosegue gli studi lo fa per un desiderio immediato di indipendenza economica, dichiarando di voler entrare subito nel mondo del lavoro. Per altri, specialmente tra i giovani nati all’estero, pesano invece ragioni economiche (18,1%) o responsabilità familiari che rendono l’università un lusso difficile da permettersi.
La trappola della sovraistruzione
Il dato più preoccupante è però quello della sovraistruzione: l’amara consapevolezza di svolgere un lavoro per cui sarebbe bastato un titolo di studio inferiore. In Italia, questo fenomeno colpisce il 33% dei diplomati e il 24,8% dei laureati, con punte che sfiorano l’assurdo in settori specifici.
Chi sceglie la laurea e finisce a lavorare in agricoltura si sente sovraistruito nell’82,2% dei casi, seguito da chi lavora nel settore alberghiero e della ristorazione (58,1%) o nel commercio (49,5%). La precarietà alimenta questo declassamento: tra chi ha contratti di collaborazione o prestazione occasionale, quasi un giovane su due (47,5%) dichiara che le proprie competenze superano di gran lunga le mansioni richieste.
Le barriere: genere, geografia e famiglia
Il mercato del lavoro italiano, inoltre, non è uguale per tutti, e la laurea funge spesso da unico, vero scudo contro le discriminazioni. Il divario occupazionale tra uomini e donne è brutale per chi ha titoli bassi (34,1 punti di differenza), ma si riduce quasi a zero (4,1 punti) tra chi possiede una laurea. L’istruzione, dunque, non è solo cultura, ma il principale motore di emancipazione femminile.
Permane invece la frattura territoriale: nel Nord lavora l’81,4% dei giovani, mentre nel Mezzogiorno il tasso di occupazione crolla al 54%. Anche per un laureato, vivere a Sud significa avere una probabilità di occupazione del 70,7%, contro l’88,7% di un coetaneo settentrionale. A complicare il quadro è il cosiddetto “ascensore sociale” bloccato: la sovraistruzione colpisce maggiormente i laureati i cui genitori hanno un basso livello di istruzione (29,5%), segno che le reti familiari contano ancora quanto, se non più, del curriculum.
La bussola del futuro: Stem e velocità
C’è però una via d’uscita tracciata dai dati: la scelta del percorso. Chi sceglie indirizzi Stem (Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), ad esempio, gode di una protezione maggiore: la sovraistruzione tra i laureati in queste aree è del 21,1%, contro il 31% dell’area socio-economica e giuridica. Anche il contenuto dei programmi conta: l’81,6% dei laureati in area medico-sanitaria trova una corrispondenza massima tra ciò che ha studiato e ciò che fa ogni giorno.
Infine, l’Italia soffre di una cronica lentezza nella transizione. Per chi si è laureato da meno di tre anni, il tasso di occupazione è del 74,2% (contro l’84,9% europeo), ma il gap tende quasi ad annullarsi con il tempo, arrivando all’87,4% dopo il terzo anno dal titolo. Questo suggerisce che il talento italiano non è assente, ma costretto a una lunga e faticosa anticamera prima di essere riconosciuto e, finalmente, valorizzato.
