La peste suina mette a rischio la Cinta Senese

Il Consorzio stima 300 capi abbattuti su una popolazione di circa 3.000 animali. Allo studio un nucleo protetto di riproduttori
22 Luglio 2026
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Cinta senese
Suini di razza Cinta Senese (Canva)

Nei boschi e sulle colline della Toscana, i maiali di razza Cinta Senese vivono soprattutto all’aperto, tra pascoli e sottobosco, dove trovano ghiande, erbe, radici e frutti. È questo rapporto diretto con l’ambiente a caratterizzarne le carni e a rendere la Cinta Senese una delle razze suine autoctone più riconoscibili d’Italia.

Oggi, però, lo stesso modello brado e semibrado che ne ha conservato l’identità rende più difficile proteggerla dalla peste suina africana. Dopo i primi casi registrati negli allevamenti della Toscana, il Consorzio di tutela della Cinta Senese Dop ha lanciato l’allarme sul rischio di una forte riduzione della popolazione.

Secondo le stime diffuse dal Consorzio, gli abbattimenti avrebbero già interessato circa 300 capi, pari al 10% di un patrimonio complessivo di circa 3.000 animali. Per una popolazione numericamente limitata, la perdita non riguarda soltanto la quantità dei capi disponibili, ma anche la conservazione delle diverse linee genetiche.

Il primo caso di peste suina africana in un suino domestico in Toscana è stato confermato il 26 giugno 2026 in un allevamento commerciale di Comano, in provincia di Massa-Carrara. Il 10 luglio due dei tre suini trovati morti in un allevamento di San Marcello Piteglio, nel Pistoiese, sono risultati positivi. Nello stesso comune, alla fine di giugno, erano già stati rinvenuti tre cinghiali infetti.

La peste suina africana non si trasmette alle persone e non costituisce un pericolo per la salute umana, neppure attraverso il consumo di carne. Colpisce però i suini domestici e selvatici e può produrre conseguenze pesantissime per gli allevamenti, anche a causa degli abbattimenti, delle restrizioni alla movimentazione e delle altre misure necessarie a contenere i focolai.

Il rischio evocato non riguarda dunque l’estinzione del suino domestico, ma la perdita di una razza autoctona, delle sue linee genealogiche e del sistema produttivo costruito intorno a essa.

Una razza già salvata dalla scomparsa

La Cinta Senese è riconoscibile per il mantello scuro attraversato da una fascia bianca all’altezza delle spalle e degli arti anteriori. Originaria della Montagnola senese, è una razza rustica, a crescita lenta, adatta alla vita all’aperto e all’utilizzo delle risorse disponibili nei boschi e nei pascoli.

Nel secondo dopoguerra rischiò già di scomparire. La diffusione di razze più produttive e più facilmente adattabili ai sistemi intensivi determinò una progressiva contrazione della popolazione. Il programma di recupero e conservazione è stato avviato nel 1997, seguito nel 2001 dall’istituzione del Registro anagrafico.

Nel 2012 le carni dei suini di razza Cinta Senese nati e allevati in Toscana hanno ottenuto il riconoscimento europeo della Denominazione di origine protetta. Il disciplinare prevede, tra le altre condizioni, che gli animali siano allevati allo stato brado o semibrado a partire dal quarto mese di vita e soggiornino quotidianamente in appezzamenti di terreno.

Il riconoscimento economico non ha però cancellato la fragilità biologica. La Regione Toscana continua a includere la Cinta Senese tra le razze autoctone a rischio di estinzione o erosione genetica, per le quali sono previsti sostegni agli allevatori custodi della biodiversità. Nel caso dei suini, il bando regionale ammette al sostegno soltanto i riproduttori.

In una popolazione ridotta non conta soltanto il numero totale dei capi. Contano la quantità dei riproduttori, la loro distribuzione tra gli allevamenti, il grado di parentela e il numero di linee familiari ancora disponibili. L’eliminazione di un gruppo di animali può sottrarre alla razza una parte della variabilità genetica che non è automaticamente recuperabile aumentando in seguito le nascite.

La riduzione della base riproduttiva accresce inoltre il rischio di consanguineità. Quando diminuiscono gli animali disponibili, aumenta la probabilità di accoppiamenti tra soggetti imparentati. Per questo i programmi di conservazione mirano a mantenere il maggior numero possibile di famiglie e a pianificare lo scambio dei riproduttori tra le aziende.

Intorno alla razza opera, secondo i dati diffusi dal Consorzio, una filiera composta da 79 allevatori, sei macelli e 18 imprese di trasformazione, con un valore economico indicativo di 5,5 milioni di euro. Il danno di una crisi sanitaria non si fermerebbe quindi agli animali abbattuti: coinvolgerebbe aziende, territori rurali, produzioni Dop e competenze costruite in decenni di recupero.

Una riserva genetica per proteggere la razza

La Cinta Senese non è necessariamente più vulnerabile al virus rispetto agli altri suini. A renderne più complessa la protezione è il sistema nel quale viene allevata, con animali che trascorrono gran parte della giornata nei boschi e nei pascoli.

Il disciplinare della Dop lega la produzione all’allevamento brado o semibrado. Isolare completamente questi spazi dalla fauna selvatica e dalle possibili contaminazioni ambientali è più difficile che applicare le misure di biosicurezza in una struttura chiusa. L’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, considera proprio gli allevamenti all’aperto e l’interazione con la fauna selvatica tra i principali aspetti da affrontare nella prevenzione della peste suina africana.

La presenza di cinghiali infetti nello stesso territorio di uno degli allevamenti colpiti costituisce un elemento di rischio, ma non dimostra che il contagio sia avvenuto direttamente dagli animali selvatici. Il virus può essere trasportato anche da carcasse, prodotti contaminati, mezzi, attrezzature, indumenti o calzature.

Gli allevatori possono intervenire sulle recinzioni, sugli accessi, sulla disinfezione dei mezzi e sulla gestione di mangimi, lettiere e materiali. Hanno però un controllo limitato su ciò che accade fuori dai confini aziendali: gli spostamenti dei cinghiali, la presenza di carcasse e la circolazione del virus nell’ambiente.

Da qui nasce la proposta di creare una riserva di riproduttori in un luogo isolato e protetto. Secondo l’ipotesi riferita dalla Fondazione Qualivita, il nucleo sarebbe composto da 12 verri e 12 scrofe, selezionati per mettere in sicurezza una parte rappresentativa del patrimonio genetico.

Non sarebbe sufficiente scegliere ventiquattro animali qualsiasi. Per funzionare come riserva, il nucleo dovrebbe rappresentare il maggior numero possibile di linee familiari, limitare la parentela tra i riproduttori e garantire una gestione programmata degli accoppiamenti. Sarebbe, più che un nuovo allevamento, una popolazione di sicurezza dalla quale ripartire nel caso in cui i focolai riducessero drasticamente gli animali disponibili.

Una seconda difesa è già costituita dalla conservazione del materiale genetico. Regione Toscana, Terre Regionali Toscane e Associazione nazionale allevatori suini hanno avviato la raccolta e la crioconservazione del seme di verri scelti in base a genealogia, grado di consanguineità e caratteristiche genetiche. I primi lotti di materiale crioconservato di Cinta Senese sono stati trasferiti alla Banca del germoplasma di San Rossore, in provincia di Pisa.

La crioconservazione rappresenta una riserva importante, ma non sostituisce una popolazione viva, distribuita tra aziende diverse e capace di riprodursi. Proteggere la Cinta Senese significa quindi tenere insieme banche genetiche, nuclei di sicurezza e allevamenti sul territorio.

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