“Dovremmo seriamente prendere in considerazione un ritorno alla settimana lavorativa di 40 ore”. Era l’inizio di questa estate rovente quando Martin Brudermüller, presidente del consiglio di sorveglianza di Mercedes-Benz Group Ag, illustrava la situazione dell’economia tedesca al quotidiano Handelsblatt. Ad oggi, circa un quinto dei dipendenti tedeschi (quelli impiegati nel settore metalmeccanico) lavora 35 ore a settimana.
Per molti datori di lavoro, però, è il momento di invertire la rotta perché, sostiene Brudermüller, il Paese ha perso il suo “vantaggio in termini di produttività rispetto ai principali concorrenti”. Come riporta il Financia Times, importanti dirigenti, tra cui quelli di Mercedes-Benz e del produttore di utensili Stihl, hanno chiesto ai dipendenti di lavorare 40 ore a settimana senza retribuzione aggiuntiva. “Il costo del lavoro è diventato troppo elevato qui, rispetto agli standard internazionali”, ha sintetizzato Martin Brudermüller.
Il costo del lavoro in Germania
Secondo un’indagine dell’Imk, un think tank finanziato dai sindacati tedeschi, il costo unitario del lavoro, che tiene conto anche della produttività, è aumentato rapidamente dal 2023 rispetto agli anni precedenti. Questo nonostante i lavoratori tedeschi siano più produttivi dei loro colleghi dell’Europa orientale.
In base ai dati emersi da Eurostat (Labor Cost Levels):
| Paese / Area | Costo Medio Orario del Lavoro | Divario con l’Italia | Divario con la Germania |
| Germania | 49,50 € | La Germania costa il 60% in più rispetto all’Italia | – |
| Media UE | 33,70 € | L’Ue costa il 9% in più rispetto all’Italia | La Germania costa il 47% in più |
| Italia | 30,90 € | – | L’Italia costa il 37% in meno rispetto alla Germania |
| Ungheria | 15,60 € | L’Italia costa il doppio rispetto all’Ungheria | La Germania costa il triplo |
Le richieste di tornare alla settimana lavorativa di 40 ore preparano il terreno (e la distanza tra le parti) per le trattative salariali tra i sindacati, in programma a ottobre.
Chi lavora 35 ore in Germania
La settimana lavorativa di 35 ore è stata introdotta gradualmente nell’arco di oltre un decennio, in seguito a una vertenza del 1984 che vide decine di migliaia di metalmeccanici dell’ex Germania Ovest scioperare per sette settimane al fine di ottenere una riduzione dell’orario di lavoro.
Ciò che ha trasformato una disputa vecchia di decenni in un dibattito sulla competitività è la crisi sempre più profonda del settore manifatturiero tedesco, trainata dalla crisi dell’automotive. Dal picco di fine 2017, la produzione industriale tedesca è diminuita di oltre il 15%, a causa dei successivi shock dei prezzi dell’energia, dell’intensificarsi della concorrenza cinese, dei dazi statunitensi e della transizione verso i veicoli elettrici.
Perché si chiede il ritorno alle 40 ore
Secondo Marcus Berret, direttore generale globale della società di consulenza Roland Berger e citato dal Ft, un tempo gli elevati costi del lavoro erano compensati da altri fattori favorevoli ai datori di lavoro tedesco, tra cui la stabilità politica, le infrastrutture solide, la manodopera qualificata e la presenza di densi distretti industriali. Questi vantaggi, tuttavia, si sono erosi proprio per il crescente divario di costi nei confronti dei Paesi dell’Europa orientale e non solo. “Quando si parla di costi del lavoro, non stiamo parlando di una differenza del 10 o 20% [rispetto alle economie concorrenti]. In alcuni casi, si parla di un fattore tre o quattro”, ha spiegato Berret.
Il passaggio da 35 a 40 ore senza aumento di stipendio comporterebbe un incremento del 14% dell’orario di lavoro, lasciando invariati i salari. Ig Metall, il più potente sindacato tedesco con oltre 2,2 milioni di iscritti, respinge l’idea che le fabbriche siano vincolate da una rigida settimana lavorativa di 35 ore.
Diminuire le ore per aumentare i dipendenti?
Al centro del dibattito c’è un disaccordo tra sindacati e datori di lavoro. Secondo i primi, aumentare le ore di lavoro cancellerebbe diversi posti di lavoro perché distribuirebbe una quantità fissa di lavoro tra un numero minore di persone. Secondo le associazioni datoriali, invece, ridurre le ore di lavoro consente alle aziende di mantenere alta la produttività e, quindi, di non licenziare o di assumere nuovo personale.
Non è chiaro se la richiesta di orari di lavoro più lunghi verrà inserita nell’agenda negoziale tra sindacati e datori di lavoro già a partire dal prossimo mese, quando inizieranno i dialoghi tra le parti sociali.
Con le stime di crescita riviste al ribasso all’1% per il 2026 e una forza lavoro che si riduce per il pensionamento dei baby boomer, la Germania deve trovare il modo di aumentare l’output senza poter contare su più braccia.
Merz vuole eliminare il tetto delle 8 ore di lavoro
In Germania, il dibattito sulla produttività tiene banco da mesi. A febbraio, il cancelliere Friedrich Merz ha presentato un piano per ridare slancio alla produttività bavarese, mentre i certificati di malattia richiesti sono in costante aumento.
L’idea alla base è quella di liberare le imprese dalla rigidità della giornata standard. La proposta del govenro a guida Cdu, già approvata in prima istanza per il settore turistico e destinata a estendersi, prevede di sostituire il tetto giornaliero di 8 ore, mantenendo il massimo di 48 ore settimanali imposto dalle norme Ue, adattando i ritmi lavorativi alle esigenze aziendali.
Per approfondire: Merz vuole eliminare il tetto delle 8 ore di lavoro: la Germania tra crisi di produttività e certificati di malattia
