Oltre 6mila litri di urina al giorno e abbastanza calore da contribuire, almeno in teoria, allo scioglimento di circa 154 tonnellate di neve e ghiaccio in una sola stagione alpinistica. È uno dei dati più sorprendenti emersi da uno studio dedicato all’impatto delle attività umane sull’Everest Base Camp, pubblicato il 27 luglio 2026 sulla rivista Regional Environmental Change di Springer Nature.
La ricerca, intitolata ‘Effects of human activity on Khumbu Glacier: towards a sustainable Everest Base Camp (di Gautam, K.L., Burkett, V., Xian, G. et al.)’, ha analizzato quanto la presenza stagionale di migliaia di alpinisti, guide, lavoratori e turisti possa incidere localmente sul ghiacciaio Khumbu, dove ogni primavera viene allestito uno dei due principali campi base dell’Everest.
Gli autori considerano soprattutto tre fattori: cambiamento climatico globale, combustibili utilizzati al campo base e scarico di urina umana. I dati sul campo sono stati raccolti durante la stagione alpinistica della primavera 2023.
Perché l’urina può contribuire allo scioglimento del ghiaccio
Le 154 tonnellate di ghiaccio per fortuna non si sono davvero sciolte, ma sono il risultato di un calcolo energetico effettuato dai ricercatori stimando la quantità di calore contenuta nell’urina prodotta dalle persone presenti al campo base e quanta neve o ghiaccio quell’energia sarebbe teoricamente in grado di fondere. La stima di partenza è che nell’area del campo base vengono prodotti complessivamente oltre 6mila litri di urina al giorno.
La gestione di questi rifiuti rappresenta da tempo un problema. Mentre le feci vengono generalmente raccolte e trasportate lontano dal campo, una parte significativa dell’urina viene dispersa direttamente sul ghiacciaio. Il risultato è che anche un gesto apparentemente irrilevante, moltiplicato per migliaia di persone e per diverse settimane, può portare a conseguenze rilevanti.
Non solo l’urina: il campo base produce grandi quantità di calore
L’urina oltretutto rappresenta soltanto una parte dell’impatto stimato dai ricercatori. Durante la stagione 2023, l’Everest Base Camp ospitava circa 1.600 tende. Per cucinare, riscaldare gli ambienti e produrre energia furono utilizzate circa 824 bombole di Gpl, 18.935 litri di kerosene e 5.130 litri di benzina.
Considerando complessivamente queste attività e il calore associato all’urina, gli studiosi hanno calcolato una produzione di circa 849mila megajoule di energia termica. Una quantità che, secondo le loro stime, sarebbe sufficiente a fondere circa 2.500 tonnellate di neve e ghiaccio nel corso di una singola stagione.
Il ghiacciaio sotto il campo base si sta scaldando più velocemente
Gli scienziati hanno analizzato anche 32 anni di immagini satellitari Landsat, dal 1991 al 2023, per ricostruire l’andamento della temperatura superficiale dell’area. Nella zona occupata dall’Everest Base Camp la temperatura superficiale sarebbe aumentata in media di circa 0,28 gradi Celsius all’anno nel periodo analizzato.
Secondo lo studio, si tratta di un incremento circa doppio rispetto a quello osservato nelle aree adiacenti del ghiacciaio Khumbu e circa del 15% superiore anche a quello registrato nella zona detritica immediatamente a nord del campo.
Gli autori precisano tuttavia che questa differenza non consente di attribuire automaticamente il maggiore riscaldamento alle attività degli alpinisti. Il cambiamento climatico rimane infatti il principale fattore responsabile della perdita di massa dei ghiacciai himalayani. Il lavoro mostra però come la concentrazione di migliaia di persone, generatori, cucine, combustibili e rifiuti possa aggiungere una pressione locale su un ambiente già estremamente vulnerabile.
Un’intera città temporanea costruita sopra un ghiacciaio
Durante la stagione delle ascensioni, i principali campi base per accedere all’Ottomila sono due. Il primo è sul versante tibetano a 5154 metri circa, vicino al ghiacciaio Rongbuk; il secondo, quello considerato dallo studio, è sul versante nepalese a circa 5364 metri, ai piedi del ghiacciaio Khumbu. Il problema è che ormai a tentare l’ascesa non sono più solo gli alpinisti esperti e motivati ma anche tantissime persone in cerca di un’avventura, spesso prive delle competenze tecniche e fisiche necessarie. Da qualche anno, le incredibili immagini delle file di ‘alpinisti’ in coda per procedere sul (pericoloso) percorso fanno il giro del mondo.
Con l’aumento di scalatori e turisti, il campo base dell’Everest assume di fatto le dimensioni e il funzionamento di una piccola città temporanea, dotata di tende, sistemi di riscaldamento, generatori elettrici, depositi di carburante, ma anche di comfort prima impensabili, come bar, docce calde, wi-fi, rivolti a chi tenta la scalata, all’eventuale famiglia al seguito e alle squadre di supporto.
Ed è proprio questo il problema evidenziato dai ricercatori: mentre il ghiacciaio continua ad assottigliarsi a causa del riscaldamento globale, l’attività umana concentrata nella stessa area può accelerare localmente alcuni processi di fusione.
Le stime dello studio potrebbero inoltre non rappresentare l’intero impatto, perché non comprendono tutte le possibili fonti di calore presenti nella zona, come il traffico degli elicotteri, il calore corporeo delle persone e la presenza degli yak, utilizzati per il trasporto dei materiali.
L’ipotesi: spostare il campo base dell’Everest
La soluzione proposta dagli autori è radicale: trasferire il campo base fuori dal ghiacciaio.
Lo studio individua due possibili aree su terreno più stabile, a sud-ovest dell’attuale insediamento, che potrebbero ridurre la pressione esercitata direttamente sul Khumbu. Non si tratta quindi soltanto di gestire meglio rifiuti e combustibili. Secondo i ricercatori potrebbe essere necessario ripensare completamente il modo in cui viene organizzata la stagione alpinistica sull’Everest.
