Il caldo estremo colpirà un numero di persone di gran lunga maggiore, in regioni più vaste e per periodi più lunghi di quanto precedentemente stimato. Sono le conclusioni di uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health, che rivede le stime sul rischio climatico tenendo conto di un fattore spesso trascurato: l’età. Secondo i ricercatori, infatti, gli anziani potrebbero trovarsi ad affrontare condizioni termiche potenzialmente intollerabili già con livelli di riscaldamento globale relativamente contenuti.
Questo perché il caldo estremo diventa pericoloso per gli anziani a temperature molto più basse di quanto si pensava finora. La ricerca, coordinata da Qinqin Kong della Stanford University, ha combinato dati sperimentali sulla capacità del corpo umano di sopportare caldo e umidità con le proiezioni climatiche e demografiche globali. Sono state considerate tre fasce d’età: giovani adulti, persone tra i 40 e i 59 anni e over 60.
La differenza è notevole. Considerando un aumento della temperatura globale di 1,5°C rispetto all’era preindustriale, circa 290 milioni di persone con più di 60 anni potrebbero essere esposte ogni anno per almeno 180 ore all’anno a condizioni nelle quali l’organismo non riesce più a mantenere efficacemente il proprio equilibrio termico. Per i giovani adulti una diffusione paragonabile del rischio emergerebbe soltanto in uno scenario vicino ai 4°C di riscaldamento globale.
Quando il corpo non riesce più a raffreddarsi
Il punto centrale dello studio è il cosiddetto “caldo non compensabile (uncompensable heat stress)”. In sostanza, quando temperatura e umidità superano determinate combinazioni, il corpo non riesce più a disperdere nell’ambiente tutto il calore prodotto dal metabolismo. La sudorazione e l’aumento del flusso sanguigno verso la pelle diventano insufficienti e la temperatura interna può iniziare progressivamente a salire.
Negli anziani questo limite viene raggiunto prima, perché con l’età diminuiscono sia la capacità di sudare sia l’efficienza del sistema cardiovascolare nel trasferire calore verso la superficie del corpo.
Secondo i dati sperimentali richiamati dai ricercatori, negli over 60 la soglia oltre la quale il corpo non riesce più a mantenere stabile la temperatura interna può essere raggiunta con condizioni ambientali equivalenti a temperature tra circa 4,7 e 7,5°C inferiori rispetto a quelle tollerate da un giovane adulto.
Cosa significa? Significa che molti modelli utilizzati finora per valutare l’esposizione futura al caldo estremo applicavano soglie fisiologiche basate prevalentemente su adulti giovani e sani anche al resto della popolazione, sottostimando di parecchio il numero di persone che soffriranno il caldo oltre la propria capacità fisiologica.
Ogni grado in più espone circa un miliardo di persone
In un pianeta che si sta rapidamente scaldando, la differenza sottolineata dallo studio ha diverse conseguenze. Secondo le elaborazioni della ricerca, ogni grado aggiuntivo di riscaldamento globale potrebbe portare circa un miliardo di persone in più a sperimentare almeno 180 ore all’anno di condizioni superiori ai propri limiti di tolleranza termica.
Il cambiamento climatico, in altre parole, si combina con un’altra grande trasformazione in corso: l’invecchiamento della popolazione mondiale. Nei prossimi decenni infatti aumenterà non soltanto la temperatura media del pianeta, ma anche il numero di persone appartenenti proprio alle fasce d’età fisiologicamente più vulnerabili al caldo.
E oltre al tributo umano, la mortalità correlata al calore, sottolinea lo studio, “potrebbe diventare il principale fattore che contribuisce ai costi legati al clima in un clima in riscaldamento”.
Adattamento e mitigazione
Gli autori sottolineano dunque la necessità “urgente” di sviluppare piani contro il caldo che tengano conto dell’età della popolazione, individuando le aree nelle quali concentrare sistemi di allerta, strutture sanitarie, infrastrutture di raffrescamento (alberi, ventilazione urbana) e interventi di assistenza. Piani “da affiancare ad ambiziosi sforzi di mitigazione dei cambiamenti climatici”, in primis di riduzione delle emissioni di gas serra.
Così come sono necessari un accesso più ampio all’aria condizionata o ad altri impianti di raffreddamento supportati da un’infrastruttura energetica più resiliente e strategie di raffreddamento passivo, come i materiali riflettenti, un migliore isolamento e la ventilazione naturale.
Mentre le iniziative personali e comunitarie che supportano l’attività fisica regolare durante tutto l’arco della vita potrebbero contribuire ad attenuare il declino della capacità termoregolatoria legato all’età.
Asia meridionale e Golfo Persico tra le aree più esposte
C’è un secondo aspetto sottolineato dai ricercatori, ed è quello geografico. Tra le zone maggiormente a rischio emergono soprattutto l’Asia meridionale e il Golfo Persico, dove temperature elevate e forte umidità possono combinarsi producendo condizioni particolarmente difficili per la termoregolazione.
Gli autori individuano 13 Paesi che, in uno scenario di +3°C, presenterebbero contemporaneamente tassi di povertà superiori al 50% e una fortissima esposizione della popolazione anziana. Tra questi, India, Pakistan, Bangladesh, Myanmar e Niger supererebbero entrambe le soglie considerate più critiche dallo studio: almeno 10 milioni di anziani esposti e almeno l’80% della popolazione anziana interessata da 180 o più ore annue oltre i propri limiti di tolleranza al caldo.
In sostanza, avvisano gli esperti, alcune aree zone tropicali e subtropicali potrebbero diventare semplicemente inabitabili, soprattutto per le persone anziane. Di conseguenza, il caldo non compensabile potrebbe incrementare gli sfollamenti interni e le migrazioni climatiche transfrontaliere, sollevando nuove sfide politiche e umanitarie con il proseguire del riscaldamento.
