Per molti neolaureati, lo stage rappresenta il principale canale di accesso al mondo del lavoro. In Italia, però, questa esperienza si traduce spesso in un primo impiego scarsamente retribuito con compensi che si attestano mediamente intorno ai 600 euro mensili. È uno dei dati più critici emersi dalla ricerca da ING e YouGov su un campione di oltre 400 giovani, tra i 20 e i 30 anni, dedicata al rapporto tra neolaureati, tirocini e valorizzazione del talento.
Stage fondamentale, ma poco pagato
Entrando nel dettaglio della ricerca, il periodo di tirocinio è ritenuto cruciale per muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Infatti, quasi la metà dei giovani laureati ha svolto almeno uno stage negli ultimi 3 anni. Quali sono gli elementi che rendono tale fase fondamentale? Tra le varie risposte, emerge un 55% secondo cui si tratta di un’opportunità di apprendimento e completamento della propria formazione, mentre il 48% ha sottolineato la possibilità che lo stage si traduca in assunzione.
Parallelamente, emerge un riscontro negativo rispetto a quanto percepito durante il tirocinio: 6 stagisti su 10 hanno ricevuto in media 607 euro mensili, dato in leggero aumento rispetto all’anno precedente quando la media era di 565 euro. Remunerazioni più elevate solo per una ristretta minoranza ovvero il 14% dei giovani che ha dichiarato di aver percepito 800 euro al mese. Non v’è dunque da stupirsi se la metà dei neolaureati ha rifiutato almeno una volta uno stage, proprio a causa del rimborso spese eccessivamente basso.
Per il 70% dei neolaureati il talento non è adeguatamente riconosciuto
Tra i giovani che hanno concluso il percorso universitario negli ultimi due anni, il 70% ritiene che il mercato del lavoro italiano non sia in grado di riconoscere a valorizzare adeguatamente il talento. Per il 62% degli intervistati, questo mancato riconoscimento si riflette soprattutto con retribuzioni considerate non in linea con competenze e qualifiche acquisite.
Non sorprende, dunque, se 6 neolaureati su 10 dichiarano di essere disposti a trasferirsi all’estero alla ricerca di opportunità professionali più gratificanti rispetto a quelle offerte in Italia. Accanto all’aspetto economico, emergono altre criticità: secondo il 53% del campione le aziende non sarebbero in grado di garantire reali prospettive di crescita professionale, mentre il 48% segnala una carenza di flessibilità e uno scarso equilibrio tra lavoro e vita privata.
Lavorare in Italia o trasferirsi all’estero?
Il tema della retribuzione non riguarda solamente il periodo di stage, ma come è logico che sia rappresenta una delle variabili principali che i giovani considerano nella scelta di lavorare in Italia o tentare miglior fortuna all’estero. Infatti, il 62% indica lo stipendio come elemento principale per restare nel Paese, a conferma di come la componente economica sia cruciale nel proprio percorso professionale. Tra gli altri elementi che influenzano la scelta, la possibilità di un’assunzione stabile 40%, le opportunità di crescita e affermazione 35%, la flessibilità dell’orario 32%, lo smart working 27%.
