Larry Fink, l’Ai e l’avvertimento sull’economia a K: “Pochi vincitori e tanti vinti”

Il Ceo di Blackrock spiega perché molte società rischiano di chiudere
18 Maggio 2026
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Larry Fink, Ceo di Blackrock (Ipa/Ftg)

Altroché una bolla, l’Ai creerà un imbuto. La riflessione arriva da Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock, il più grande gestore patrimoniale al mondo con oltre 14.000 miliardi di dollari in gestione, ha aggiunto un nuovo capitolo alle prospettive sull’intelligenza artificiale.

Dopo la lettera annuale agli azionisti di marzo, in cui aveva messo in guardia sul rischio di disuguaglianze crescenti, è tornato sull’argomento alla Milken Institute Global Conference di maggio con un concetto preciso: l’Ai sta costruendo un’economia a K, dove pochi dominano e molte realtà si fondono, si riducono o scompaiono definitivamente dal mercato.

“Con l’economia dell’intelligenza artificiale presente in ogni settore, assisteremo a un’economia a K. Avremo uno, due o tre vincitori in ogni sistema economico e in ogni settore, mentre molte aziende più piccole saranno costrette a fondersi o a intraprendere altre strade”, ha avvertito il Ceo di Blackrock.

Cosa è l’economia a K

L’espressione “economia a forma di K” descrive una biforcazione perché la lettera ha un braccio che sale e uno che scende. Applicata ai mercati, questa forma indica una situazione in cui aziende grandi e capitalizzate accelerano verso l’alto, mentre quelle più piccole rallentano o regrediscono.

A marzo, Fink aveva già usato questa metafora nella sua lettera agli investitori, scrivendo che “l’economia sta premiando le dimensioni come mai prima d’ora” e che “in un settore dopo l’altro stiamo assistendo a risultati sempre più divergenti”.

La tesi, condivisa dagli esperti di settore, è che l’ intelligenza artificiale non faccia altro che amplificare una tendenza già in atto: chi ha le risorse per integrare l’Ai scala in avanti, chi non ce le ha resta indietro o viene assorbito.

Il meccanismo è strutturale e ricalca il vecchio adagio per cui “i soldi attraggono soldi”.  Costruire l’infrastruttura necessaria all’Ai, infatti richiede capitali enormi: secondo Fink, solo gli Stati Uniti avranno bisogno di 10.000 miliardi di dollari in spesa infrastrutturale per integrare questa tecnologia in misura competitiva. La possibilità di accedere a quei capitali diventa il discrimine tra sopravvivere e prosperare. “La capacità di finanziare la spesa per le infrastrutture Ai diventerà il fattore chiave che separa i sopravvissuti dai ritardatari”, ha spiegato Larry Fink.

Il monito sulla disuguaglianza patrimoniale

Il rischio più grave indotto da questa rivoluzione tecnologica non è tecnico o finanziario: è sociale. Già nella lettera di marzo, Fink aveva scritto che “le tecnologie trasformative creano un enorme valore, gran parte di cui va alle aziende che le sviluppano e agli investitori che le possiedono”, e che l’Ai “rischia di ripetere questo schema su scala più ampia”.

L’avvertimento più netto del Ceo di Blackrock è in queste parole: “Esiste il rischio concreto che l’intelligenza artificiale possa ampliare la disuguaglianza di ricchezza se la proprietà non si estenderà di pari passo.” Tradotto: se a detenere i frutti dell’Ai saranno solo le grandi aziende e chi può investire nei mercati dei capitali, la distanza tra chi sta in alto e chi sta in basso dell’economia a K si allargherà con una velocità inedita.

Fink non si ferma alla diagnosi. Per il Ceo di Blackrock il modo per spezzare questa logica è allargare la base degli investitori: “Quando la capitalizzazione di mercato cresce ma la proprietà rimane ristretta, la prosperità può sembrare sempre più lontana a chi è fuori”. Tre le strade indicate da uno dei più potenit uomini della finanza mondiale ci sono

– aumentare i risparmi di emergenza delle famiglie;

– colmare il divario nell’accesso ai piani pensionistici delle piccole imprese;

– aiutare le persone ad iniziare a investire prima.

Niente bolla: c’è carenza di offerta

Fink ha respinto con forza l’interpretazione che vede nell’Ai una bolla speculativa. “Non esiste una bolla dell’intelligenza artificiale. È l’esatto contrario: abbiamo carenze di offerta”, ha detto alla Milken Conference, definendo l’attuale fase di costruzione infrastrutturale “un’opportunità di investimento che capita una volta in un secolo”.

La domanda di infrastrutture Ai, data center, semiconduttori, reti energetiche ad alto consumo, cresce più in fretta della capacità produttiva di soddisfarla. Questo scenario, secondo Fink, giustifica investimenti massicci da parte del settore privato, anche perché i governi hanno margini fiscali sempre più stretti.

L’Europa, la Cina e il fronte geopolitico

Oltre alle imprese e ai singoli cittadini, Fink rivolge la sua attenzione allo scacchiere geopolitico dato che l’Ai è ormai “centrale nella competizione tra gli Stati Uniti e la Cina”, come ha scritto nella lettera di marzo. Chi controlla la tecnologia controlla quote di potere economico e, per estensione, politico.

In ritardo l’Europa, sulla quale Fink ha un giudizio articolato: “Negli ultimi dieci anni le prospettive economiche europee sono state persistentemente pessimistiche. Crescita lenta, mercati stagnanti e regolamentazione ingombrante hanno dominato i titoli”, ha scritto, aggiungendo però che “l’Europa si sta svegliando”. La sua lettura è che la principale sfida del continente sia demografica, una forza lavoro che invecchia e rischia di comprimere la crescita, e che l’Ai potrebbe “disinnescare la bomba demografica europea” se l’Europa saprà sfruttarla.

La riflessione è condivisa da molti esperti di settore. Come sottolineato da Massimo Chiriatti, responsabile tecnologie e innovazione di Lenovo, durante l’evento “Adnkronos Q&A | Salute, prevenzione e risorse – terza edizione” di Adnkronos, “La tecnologia aiuta a compensare la pressione demografica sfavorevole” e “Nei Paesi dove si sta investendo di più, i robot umanoidi vengono prodotti in misura superiore ai robot industriali, perché servono non solo nelle fabbriche ma nelle case, per assistere gli anziani”. Anche in quella occasione, è emerso come l’Ai possa rappresentare un sano valore aggiunto per il sistema economico solo se non diventa uno strumento nelle mani di pochi.

Fink ricorda però che senza mercati dei capitali più profondi e senza una base più ampia di proprietari di asset, l’Europa rischia di essere stabilmente nel braccio discendente di quella K. Il valore creato dall’Ai, infatti, tende a fermarsi dove si trova il capitale.

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