Nucleare in Italia, settembre può essere il mese della svolta

Pichetto Fratin punta al sì del Senato entro metà settembre e ai decreti entro fine anno. Il ritorno alla produzione resta però legato a tecnologie, costi, siti e gestione dei rifiuti
27 Agosto 2026
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Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin

Settembre può segnare un passaggio decisivo nel ritorno del nucleare nella politica energetica italiana. Il governo punta ad approvare definitivamente al Senato la legge delega sull’energia nucleare sostenibile entro la metà del mese e a lavorare subito dopo alle norme che dovranno tradurre la scelta politica in un nuovo quadro autorizzativo e regolatorio.

La tabella di marcia è stata indicata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin al Meeting di Rimini. “Credo che verso metà settembre il Senato della Repubblica dovrebbe licenziare il disegno di legge delega”, ha detto. Il ministro punta poi a presentare entro la fine dell’anno i decreti attuativi, prima del confronto tra Stato e Regioni e della definizione delle modalità di intervento.

Il calendario parlamentare lascia spazio all’accelerazione annunciata. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera il 4 giugno ed è ora all’esame di Palazzo Madama. Il termine per presentare gli emendamenti in Aula è fissato alle 10 del 10 settembre.

Anche Giorgia Meloni ha ribadito l’intenzione di procedere rapidamente. La presidente del Consiglio considera il nucleare di nuova generazione una delle possibili risposte alla sicurezza energetica e agli alti costi dell’elettricità, con effetti attesi sulla competitività delle imprese. La stessa linea è stata sostenuta dal vicepremier Antonio Tajani e dal viceministro dell’Ambiente Vannia Gava.

Il voto del Senato, se arriverà nei tempi indicati dal governo, non darà comunque il via alla costruzione di nuove centrali. La delega serve a mettere in piedi le regole che dovranno rendere possibile un eventuale programma nucleare: procedure autorizzative, competenze delle amministrazioni, criteri per individuare i siti, controlli di sicurezza, gestione dei materiali radioattivi e rapporti con Regioni ed enti locali.

Cosa prevede la legge delega sul nucleare

Il provvedimento all’esame del Senato è il ddl S.1924, “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”. L’obiettivo è costruire una disciplina nazionale per il ritorno alla produzione di energia dall’atomo, nel rispetto degli obblighi europei e internazionali e degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050.

Il testo non riguarda soltanto le centrali. Interviene sul ciclo del combustibile, sulla ricerca, sulle autorizzazioni, sulla vigilanza, sulla tutela della salute e dell’ambiente e sulla gestione dei rifiuti radioattivi. Alla Camera è stato inserito anche un riferimento alla tassonomia europea nell’inquadramento del nucleare sostenibile.

Il governo punta soprattutto sulle tecnologie di nuova generazione. Nel perimetro rientrano Small Modular Reactor (SMR), Advanced Modular Reactor (AMR), microreattori e, con tempi molto più lunghi, fusione nucleare.

Gli SMR sono reattori di dimensioni e potenza inferiori rispetto alle grandi centrali tradizionali. La promessa industriale è quella di produrre una parte maggiore dei componenti in fabbrica e assemblare moduli standardizzati, con l’obiettivo di ridurre i rischi di ritardi e aumenti dei costi che hanno caratterizzato diversi grandi progetti nucleari europei. È ancora una promessa da verificare su scala commerciale. Gli SMR non sono oggi una tecnologia diffusa nel sistema elettrico europeo e i primi progetti saranno decisivi per capire se la produzione modulare riuscirà realmente a ottenere le economie previste.

La stessa Commissione europea colloca l’arrivo dei primi SMR operativi nell’Ue all’inizio degli anni Trenta. A marzo Bruxelles ha presentato una strategia specifica per accelerarne sviluppo e diffusione e sta valutando altri 200 milioni di euro di garanzie attraverso InvestEU per ridurre il rischio finanziario delle prime unità commerciali.

Gli AMR sono ancora più indietro. Comprendono progetti basati su tecnologie, combustibili e sistemi di raffreddamento differenti da quelli dei reattori oggi in esercizio. La fusione, pur inserita nel quadro di ricerca e sviluppo, appartiene a un orizzonte ancora più distante e non può essere considerata una tecnologia disponibile per rispondere alla domanda elettrica dei prossimi anni.

La distinzione è essenziale per valutare i tempi italiani. Una legge approvata nel 2026 può creare il quadro normativo, ma non rende immediatamente disponibili reattori che l’industria deve ancora portare alla piena maturità commerciale.

Il governo guarda intanto alle nuove possibilità offerte a livello europeo. La Commissione ha aperto agli Stati membri la possibilità di chiedere, per il periodo 2026-2028, una maggiore flessibilità di bilancio per alcune misure destinate a rafforzare la sicurezza energetica e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Pichetto Fratin ha spiegato che il Mase ha già individuato alcune possibili misure italiane e sta verificando requisiti tecnici, ammissibilità e conseguenze per la finanza pubblica. Secondo il ministro, tra gli investimenti che possono rientrare nel nuovo quadro sono esplicitamente considerati anche quelli nucleari. Prima di tradurre questa possibilità in spesa aggiuntiva serviranno però la richiesta italiana e la valutazione delle singole misure secondo le procedure europee.

Quanto nucleare prevede l’Italia

Il ritorno all’atomo è già entrato nella programmazione energetica nazionale. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) contiene uno scenario al 2050 nel quale il nucleare raggiunge una capacità installata di circa 8 GW e copre circa l’11% della richiesta italiana di elettricità. Di questi 8 GW, circa 1,3 GW sarebbero impiegati anche in cogenerazione, fornendo calore ai processi industriali.

Lo scenario non prevede di sostituire le fonti rinnovabili con il nucleare. Al 2050 il Pniec ipotizza circa 245 GW di fotovoltaico e 51 GW di eolico sia nello scenario con l’atomo sia in quello senza. La differenza riguarda soprattutto le fonti necessarie a produrre energia quando sole e vento non sono disponibili.

Nelle simulazioni del Piano, l’introduzione del nucleare riduce il ricorso alla generazione a gas con cattura della CO2 e alle bioenergie associate alla cattura del carbonio. È su questa complementarità che il governo costruisce la propria strategia: rinnovabili come fonte dominante e una quota di produzione nucleare programmabile per contribuire alla continuità del sistema.

Pichetto Fratin collega la scelta anche al costo dell’energia. Secondo il ministro, quantità disponibile e prezzo dell’elettricità saranno tra i fattori che determineranno la capacità competitiva dei Paesi nei prossimi decenni.

La domanda è destinata a cambiare con l’elettrificazione dei consumi. Mobilità elettrica, pompe di calore, processi industriali, produzione di idrogeno e crescita dei data center possono aumentare il fabbisogno, mentre l’espansione di eolico e fotovoltaico richiederà più reti, accumuli e capacità di bilanciamento.

L’Italia parte, inoltre, da una forte integrazione con il sistema elettrico europeo. Nel 2025 il fabbisogno nazionale è stato di 311,3 TWh. L’85,7% della domanda è stato soddisfatto dalla produzione nazionale e il 14,3% dal saldo degli scambi con l’estero, secondo Terna. Una parte rilevante dell’elettricità importata arriva dalle interconnessioni settentrionali, comprese quelle con Francia e Svizzera.

Tempi, costi e scorie: cosa manca per tornare all’atomo

Se il Senato approverà definitivamente la delega, il confronto si sposterà sui decreti legislativi. Saranno quelle norme a definire buona parte dell’architettura del nuovo nucleare italiano: autorizzazioni, controlli, competenze dell’autorità di sicurezza, procedure ambientali, requisiti per gli operatori e coinvolgimento delle amministrazioni territoriali.

Il costo dei nuovi impianti resta una delle incognite maggiori. Il governo indica il nucleare come uno strumento capace di contribuire a prezzi dell’energia più bassi nel medio e lungo periodo, ma non esiste ancora un costo italiano degli SMR sul quale costruire questa previsione.

Molto dipenderà dai primi progetti commerciali. L’economia degli SMR si basa sulla possibilità di compensare la minore potenza del singolo reattore con la produzione in serie dei moduli. Se la standardizzazione funzionerà, potrà ridurre tempi e rischi finanziari. Se ogni impianto continuerà invece ad avere caratteristiche fortemente specifiche, una parte del vantaggio industriale potrebbe ridursi.

L’Europa dovrà affrontare investimenti ingenti anche per il nucleare già esistente. Nel suo programma indicativo pubblicato a marzo, la Commissione stima in circa 241 miliardi di euro al 2050 gli investimenti necessari per realizzare le ambizioni nucleari indicate dagli Stati membri, tra nuove grandi centrali e prolungamento della vita degli impianti attuali. A questa cifra vanno aggiunte le risorse necessarie per SMR, AMR e tecnologie più avanzate.

Per l’Italia c’è poi una questione irrisolta che precede qualsiasi nuovo reattore: la sistemazione dei rifiuti radioattivi prodotti dalle vecchie centrali, dagli impianti del ciclo del combustibile e dalle attività mediche e industriali. Il Paese non dispone ancora del Deposito nazionale destinato a ospitare in sicurezza questi materiali. Un nuovo programma nucleare renderebbe necessario affrontare anche la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti prodotti dai futuri impianti, con caratteristiche che dipenderanno dalle tecnologie effettivamente scelte.

Lo stesso vale per i siti. Pichetto Fratin ha già indicato il confronto Stato-Regioni tra i passaggi successivi alla definizione delle regole. La localizzazione richiederà valutazioni su caratteristiche geologiche e idrologiche, disponibilità di acqua, collegamenti alla rete, infrastrutture, densità abitativa e condizioni ambientali, oltre al confronto politico con i territori interessati.

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