La marmotta rischia di avere le ore contate in Francia. Con l’avvicinarsi di settembre, sulle Alpi francesi si riaccende una polemica che unisce etica, scienza e conservazione ambientale. Sta infatti per aprirsi la stagione di caccia alla marmotta alpina, un periodo che dura al massimo un mese e che precede di poche settimane il lungo letargo invernale di cinque o sei mesi di questi roditori. Quest’anno, tuttavia, la mobilitazione degli animalisti è più agguerrita che mai: associazioni e attivisti si stanno preparando a proteste e petizioni per chiedere al governo di Parigi un bando totale e definitivo.
Una questione morale e un simbolo alpino
Al centro della protesta c’è l’Association for Justice for Savoie Animals (Ajas), guidata dalla presidente Pauline di Nicolantonio, che da due anni promuove campagne contro questa pratica. “La questione è innanzitutto morale”, ha spiegato di Nicolantonio, sottolineando come l’opinione pubblica rimanga profondamente colpita nello scoprire che la caccia a questo animale sia ancora legale. La marmotta è infatti un simbolo amatissimo delle Alpi e in particolare della Savoia, dove gli uffici turistici la utilizzano regolarmente come logo ed emblema principale.
Mentre in nazioni come la Germania e l’Italia (dove il divieto di caccia è scattato nel 1992) la marmotta è rigorosamente protetta, in Francia la pratica è ancora autorizzata e regolata dalle singole autorità locali, con una media di circa 1.000 esemplari abbattuti ogni anno. La caccia alle marmotte è tuttora consentita anche in Austria, Svizzera e in alcuni territori di Stati Uniti e Canada. Se in passato la caccia era legata al consumo della carne, del grasso e all’uso della pelliccia, oggi secondo gli attivisti si tratta di una pura attività ricreativa, “uccise solo per divertimento”.
L’allarme degli scienziati: la crisi climatica distrugge la stabilità sociale
A peggiorare la situazione sono i dati sul progressivo declino numerico della specie dovuto al cambiamento climatico. Nelle Alpi, dove il riscaldamento globale si manifesta con lo scioglimento accelerato dei ghiacciai e la fessurazione delle pareti rocciose, i ricercatori stanno osservando dinamiche allarmanti. Christophe Bonenfant, scienziato del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica francese dell’Università di Lione, studia da tempo le marmotte nella riserva naturale della Grande Sassière. Insieme alla collega Rébecca Garcia, Bonenfant ha evidenziato al Guardian come l’emergenza climatica stia letteralmente “distruggendo la stabilità sociale” di questi animali, rendendo le loro lotte territoriali interne brutali.
Le marmotte vivono tipicamente in gruppi familiari rigidi, governati da una coppia dominante. “Ciò che stiamo vedendo è la disgregazione dei gruppi sociali, che durano meno a lungo, e un avvicendamento molto più rapido degli animali dominanti”, ha spiegato Bonenfant. Questo clima di violenza interna, unito a un calo delle nascite (con le femmine che producono nidiate più piccole), sta portando a una costante riduzione delle popolazioni.
Il dibattito tra cacciatori e attivisti
Il ruolo della marmotta nell’ecosistema è tutt’altro che marginale. Pur trovandosi alla base della catena alimentare come preda per aquile, volpi e tassi, i suoi scavi contribuiscono in modo decisivo all’aerazione del suolo alpino. Alcuni agricoltori francesi lamentano che le tane scavate nei campi danneggiano i macchinari agricoli. Dal canto suo, la Federazione Nazionale dei Cacciatori francese ribatte che la caccia è strettamente vigilata e regolamentata, e che non vi è alcuna giustificazione scientifica per un divieto.
Secondo i cacciatori, la specie non è a rischio, non vi sono piani per renderla protetta e, al contrario, i loro numeri sarebbero in crescita. Un’affermazione smentita dall’Ajas, che accusa i cacciatori di commissionare studi scientifici di comodo per giustificare gli abbattimenti. Gli attivisti chiedono a gran voce che la Francia segua l’esempio italiano del 1992, mettendo fine a una tradizione considerata ormai “cruda, assurda e impopolare”.
