Il nucleare torna nell’Aula della Camera, ma la partita non si giocherà soltanto tra Parlamento, governo e industria. Si giocherà anche (forse soprattutto) nel rapporto con i cittadini. Perché il ritorno dell’atomo in Italia, dopo decenni di stop, referendum, diffidenze e rimozioni dal dibattito pubblico, non potrà essere solo una scelta tecnica o normativa. Dovrà diventare una scelta compresa, discussa, spiegata.
È questo il nodo che emerge mentre il governo accelera sulla legge delega in materia di nucleare sostenibile, con l’obiettivo di arrivare all’approvazione entro la pausa estiva e poi ai decreti attuativi entro la fine dell’anno. L’esecutivo presenta il provvedimento come una scelta strategica di lungo periodo, legata alla sicurezza energetica, alla competitività industriale e alla decarbonizzazione. Ma sullo sfondo resta anche l’ipotesi di un nuovo referendum: una possibilità che il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha definito “un diritto dei cittadini”, ricordando che “bastano 500 mila firme”.
Proprio questo passaggio cambia il senso della discussione. Se i cittadini potranno essere chiamati a pronunciarsi ancora una volta sul nucleare, allora la priorità non sarà soltanto costruire norme, autorizzazioni e filiere industriali. Sarà costruire fiducia. E la fiducia, su un tema come l’atomo, passa dalla conoscenza: che cosa si intende oggi per “nuovo nucleare”, quali tecnologie si vogliono introdurre, quali sono i tempi reali, quali i costi, quali le garanzie, quali i controlli, quale gestione dei rifiuti radioattivi, quale rapporto con le rinnovabili e con i territori.
Legge delega, decreti e tempi: il ritorno del nucleare entra in Aula
Il percorso politico è ormai tracciato. All’Adnkronos Pichetto Fratin ha spiegato che “in Parlamento in questi giorni la Camera inizia la discussione generale” e che, una volta licenziato il testo da Montecitorio, il provvedimento dovrebbe passare al Senato per chiudere “il percorso di approvazione della legge delega entro la pausa estiva”.
Il ministro ha indicato anche il passaggio successivo: l’adozione dei decreti attuativi entro fine anno. Una scansione che conferma la volontà del governo di procedere rapidamente, pur dentro un percorso che resta lungo. La legge, ha precisato Pichetto, sarà “solo il quadro giuridico da consegnare al prossimo governo”, che poi valuterà le iniziative, anche private. Quanto all’eventuale produzione di energia da nucleare, l’orizzonte indicato è l’inizio degli anni Trenta, quando il fabbisogno elettrico nazionale sarà più elevato.
La premier Giorgia Meloni, parlando all’assemblea di Confindustria, ha confermato la linea dell’esecutivo. “Noi vogliamo proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari sicuri e puliti che ci consentano di avere maggiore sicurezza ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali”, ha dichiarato. Per la presidente del Consiglio, “la ripresa della produzione nucleare in Italia” è “un obiettivo alla nostra portata” e può rappresentare “una svolta per la nostra competitività”.
Il nucleare viene così indicato dal governo non come un ritorno al passato, ma come una leva per rafforzare il sistema produttivo nazionale, ridurre la dipendenza energetica e rendere più stabile il mix elettrico. Al centro ci sono sicurezza, competitività e innovazione, tre obiettivi che l’esecutivo collega alla necessità di affiancare alle rinnovabili una fonte programmabile e a basse emissioni.
“Non si contrappone alle rinnovabili”: la linea del governo
A Montecitorio, intervenendo per il governo nella discussione generale sul provvedimento, il sottosegretario all’Ambiente e alla Sicurezza energetica Claudio Barbaro ha collocato il nucleare dentro una cornice di sicurezza nazionale. “La sicurezza energetica è un pilastro della sicurezza nazionale. Il nucleare sostenibile, riconosciuto dall’Unione europea come tecnologia a basse emissioni, è uno strumento fondamentale per raggiungere l’indipendenza energetica del Paese. Non si contrappone alle rinnovabili: le integra e le sostiene”, ha affermato.
Nella posizione del governo, il nucleare affianca le rinnovabili e contribuisce alla stabilità del sistema elettrico, senza sostituire gli obiettivi di crescita delle fonti pulite. L’obiettivo è superare la contrapposizione tra chi punta solo sulle rinnovabili e chi ritiene necessario affiancare a solare ed eolico una fonte programmabile e a basse emissioni.
Barbaro ha insistito anche sulla discontinuità tecnologica rispetto al passato. Il provvedimento, ha spiegato, fa riferimento a tecnologie di nuova generazione – Small modular reactors, Advanced modular reactors e reattori veloci – “radicalmente diverse dagli impianti del passato”. “Non stiamo parlando del nucleare di ieri ma di tecnologie avanzate, modulari e con minori quantità di rifiuti”, ha sottolineato. “Non è un ritorno al passato: è un investimento sul futuro in un mondo altamente competitivo e instabile, come dimostra l’attuale crisi energetica derivante dall’instabilità geopolitica”.
Il testo uscito dalle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive prevede, secondo quanto illustrato dal sottosegretario, un percorso normativo “trasparente, partecipato e graduale”, con il coinvolgimento di Regioni, Comuni e cittadini, misure di compensazione territoriale e campagne informative per costruire un consenso consapevole.
Se saranno i cittadini a decidere
La possibilità di un referendum rende ancora più evidente la dimensione democratica del dossier: il referendum “è un diritto dei cittadini” ha ricordato Pichetto Fratin. Il riferimento alle 500 mila firme riporta il nucleare dentro la storia politica italiana, dove l’atomo è stato deciso anche attraverso il voto popolare e non soltanto attraverso scelte di governo.
Per l’esecutivo, tuttavia, l’eventuale confronto con i cittadini non sembra essere letto come un ostacolo insuperabile. “Io sono convinto che la maturità degli italiani, a partire dai giovani, sia tale da rendersi conto che oggi il nuovo nucleare è un’energia pulita, sicura, a un prezzo competitivo per dare un futuro con condizioni migliori per le giovani generazioni”, ha detto Pichetto all’Adnkronos.
Ma proprio il richiamo ai giovani apre un interrogativo più ampio: quanto sanno davvero gli italiani del nuovo nucleare? Quanto è chiaro, fuori dagli ambienti tecnici, il significato di sigle come Smr, Amr, reattori veloci, quarta generazione, combustibili avanzati? E quanto il dibattito pubblico è in grado di distinguere tra il nucleare del passato, quello ancora operativo in molti Paesi europei e quello che l’Italia immagina di introdurre nei prossimi anni?
Reattori avanzati, combustibili e disarmo
L’eventuale ritorno dell’atomo in Italia non riguarderà solo la scelta di una tecnologia, ma anche la capacità di renderla comprensibile, verificabile e discutibile fuori dalla cerchia degli specialisti.
In questa prospettiva assume rilievo il confronto promosso all’Università Lumsa dal Comitato per una Civiltà dell’Amore sul tema “I giovani e il nucleare di pace”. L’incontro non si limita ad affiancare il dibattito parlamentare, ma ne illumina uno dei punti più delicati: il nuovo nucleare viene presentato come più sicuro, modulare, sostenibile e integrabile con le rinnovabili, ma per diventare una scelta pubblica deve prima uscire dal linguaggio degli addetti ai lavori.
A rendere evidente questa distanza è stato Alessio Iuvara, vicepresidente Italian Nuclear Young Generation – AIN, con un passaggio che apre una questione poco conosciuta fuori dagli ambienti tecnici: “Per i famosi reattori di quarta generazione, c’è la necessità di uranio arricchito ad un livello più alto rispetto a quello utilizzato nelle centrali convenzionali. È possibile utilizzare in parte il plutonio delle testate e in questo modo iniziare a convertire questi strumenti nati per il male, in forze produttrici del bene. Questa è una cosa ben nota agli addetti ai lavori, ma che non sa nessuno”.
La forza della frase non sta soltanto nel riferimento al plutonio delle testate, tema complesso che richiede cautele tecniche, politiche e di sicurezza. Sta soprattutto nell’ultima osservazione: “ben nota agli addetti ai lavori, ma che non sa nessuno”. In quelle parole c’è il nodo che accompagna il ritorno del nucleare nel dibattito italiano: una parte rilevante della discussione resta confinata tra competenze specialistiche, mentre l’opinione pubblica si confronta spesso con categorie molto più generiche – favorevoli o contrari, vecchio o nuovo, paura o promessa, scorie o indipendenza energetica.
Il riferimento al plutonio militare va dunque maneggiato con prudenza. Non si tratta di una soluzione immediata, né di una filiera già disponibile in Italia, né di un passaggio che possa essere ridotto a uno slogan. Rimanda piuttosto al tema più ampio dei combustibili avanzati, della gestione di materiali fissili sensibili, dei controlli internazionali e della non proliferazione. Il suo valore, nel contesto dell’incontro alla Lumsa, è anche simbolico: immaginare che strumenti nati nella logica della deterrenza possano essere convertiti, attraverso processi industriali controllati e regole rigorose, in risorse per usi civili.
È proprio questo passaggio a collegare il “nucleare di pace” alla discussione parlamentare. Mentre il governo parla di sicurezza energetica, competitività e tecnologie modulari, la riflessione avviata alla Lumsa prova a interrogarsi sul significato civile dell’atomo: non solo quanta energia possa produrre, ma come una tecnologia potente e sensibile possa essere governata, spiegata e orientata al bene comune.
Il rettore della Lumsa, Francesco Bonini, ha richiamato questa dimensione parlando di tre questioni intrecciate: “gli sviluppi tecnologici, la pace e l’etica”. Una triangolazione che sposta il nucleare fuori dalla sola dimensione ingegneristica e lo colloca nel campo delle responsabilità collettive. Anche Giuseppe Rotunno, presidente del Comitato per una Civiltà dell’Amore, ha insistito sulla necessità di una “nuova conversione nucleare”, capace di riaprire in Italia un ragionamento culturale, politico e industriale su una tecnologia a lungo espulsa dal vocabolario pubblico nazionale.
