Scimmie vendute come animali da compagnia, corni di rinoceronte offerti per la medicina tradizionale, pangolini morti pubblicizzati come carne selvatica. Il traffico illegale di fauna non si muove più soltanto lungo rotte nascoste, porti, mercati fisici e reti criminali tradizionali. Sempre più spesso passa anche da post, gruppi, commenti e messaggi privati sui social network.
A riaccendere il caso è un report tornato al centro del dibattito internazionale negli ultimi giorni, che accusa Meta di ospitare su Facebook uno dei principali mercati online del traffico illegale di fauna selvatica. Il punto non è soltanto la presenza di singoli annunci: secondo le organizzazioni che monitorano il fenomeno, i meccanismi della piattaforma – gruppi, raccomandazioni, visibilità e interazioni – renderebbero più facile l’incontro tra domanda e offerta.
I numeri raccontano la scala del fenomeno. Secondo il monitoraggio del Global Monitoring System, tra il 14 aprile 2024 e il primo marzo 2026 sono stati rilevati 21.904 annunci legati al traffico illegale di fauna selvatica su 61 piattaforme online. In totale, gli annunci riguardavano 266.535 animali o prodotti derivati: 8.568 animali vivi, oltre 257mila unità tra carne, parti ed estratti, più una quota di inserzioni che mescolavano animali vivi e prodotti nello stesso annuncio.
Il dato più pesante riguarda Facebook: 16.290 annunci, pari al 74,37% del totale, sono stati trovati sulla piattaforma di Meta. Tra gli annunci con prezzo visibile, il valore complessivo delle offerte superava i 66 milioni di dollari, con Facebook associato a oltre 65 milioni.
Non si tratta di un fenomeno nascosto in angoli remoti del web. Secondo il report, i gruppi Facebook rappresentano il principale luogo di attività, con il 76% delle rilevazioni effettuate sulla piattaforma. Ancora più significativo è un altro dato: il 78% dei contenuti individuati su Facebook sarebbe stato intercettato senza una ricerca attiva, attraverso esposizione nei gruppi, feed e meccanismi di raccomandazione.
Il mercato nero degli animali si è spostato online
Il traffico di fauna selvatica online è molto più ampio di quanto suggeriscano le immagini più estreme. Ci sono primati venduti come pet esotici, rettili e uccelli offerti a collezionisti, prodotti ricavati da rinoceronti, pangolini venduti per carne o scaglie, parti di animali protetti destinate a medicina tradizionale, ornamenti, souvenir o status symbol.
In alcuni casi gli annunci sono espliciti. In altri usano formule ambigue, parole in codice, immagini senza prezzo o inviti a continuare la conversazione in privato. È proprio questa continuità tra spazio pubblico e messaggi diretti a rendere il traffico più difficile da intercettare. Il social funziona come vetrina, poi la trattativa può spostarsi rapidamente altrove.
Un precedente recente conferma la crescita del fenomeno. A maggio 2026, un report di Association of Zoos and Aquariums, International Fund for Animal Welfare e Wwf ha analizzato la vendita online di primati negli Stati Uniti. In sole sei settimane di monitoraggio nel 2025 sono stati individuati 1.614 primati vivi in 1.131 post, pubblicati da 122 utenti su piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Le specie citate includono macachi, cappuccini, uistitì, scimmie ragno, tamarini, lemuri, galagoni, scimpanzé e altre ancora.
Il caso dei primati è uno dei più evidenti. Le scimmie vendute come animali da compagnia sono spesso cuccioli o giovani esemplari, più richiesti perché percepiti come “docili” o più facili da addomesticare. Ma dietro quella immagine c’è spesso una catena di violenza: cattura in natura, uccisione degli adulti per sottrarre i piccoli, trasporti clandestini, stress, malattie e alta mortalità prima ancora dell’arrivo sul mercato.
Lo stesso vale per i pangolini, tra i mammiferi più trafficati al mondo, ricercati per carne e scaglie, e per i rinoceronti, perseguitati per i corni. In questi casi il danno non riguarda solo il singolo animale, ma l’intera capacità di sopravvivenza delle popolazioni selvatiche.
Il ruolo degli algoritmi nel traffico di fauna selvatica
Meta vieta nelle proprie policy la promozione, la vendita o la donazione di prodotti derivati da specie minacciate, estinte o in pericolo. Ma il nodo, secondo le organizzazioni che monitorano il traffico online, è l’applicazione concreta di quelle regole: farle rispettare su scala globale significa riconoscere specie, lingue, codici, immagini, gruppi chiusi, profili che cambiano nome e venditori che migrano rapidamente da una piattaforma all’altra.
Rimuovere un post, da solo, non basta. Il traffico online funziona per reti: un annuncio porta a un gruppo, un gruppo a un venditore, un venditore a una chat privata. E se i sistemi di raccomandazione espongono gli utenti a contenuti simili, il rischio è che la piattaforma non si limiti a ospitare il mercato, ma contribuisca a renderlo più visibile.
Il fenomeno si inserisce in un quadro globale già critico. Secondo l’ultimo World Wildlife Crime Report dell’Unodc, i sequestri documentano traffici illegali in 162 Paesi e territori tra il 2015 e il 2021, con circa 4.000 specie vegetali e animali coinvolte. Non si tratta solo di specie simbolo come elefanti, tigri, rinoceronti o pangolini: il mercato illegale colpisce anche rettili, uccelli, coralli, orchidee, legni pregiati e molte specie meno note.
Per la biodiversità, l’effetto è doppio. Da un lato il prelievo illegale riduce popolazioni già sotto pressione per perdita di habitat, crisi climatica, deforestazione e sfruttamento delle risorse naturali. Dall’altro la vendita online contribuisce a normalizzare il possesso di animali selvatici e prodotti derivati, trasformando specie protette in oggetti di consumo.
In Europa, il tema incrocia anche la regolazione digitale. Il Digital Services Act impone alle grandi piattaforme obblighi più stringenti nella gestione dei rischi sistemici, dei contenuti illegali e dei meccanismi di moderazione. Non basta dichiarare che certe vendite sono vietate: la domanda, sempre più pressante, è se le piattaforme siano in grado di prevenire, individuare e rimuovere reti che sfruttano i loro spazi per attività illegali.
Servono quindi più livelli di intervento: moderazione più rapida, collaborazione con esperti di conservazione, canali di segnalazione efficaci, condivisione dei dati con le forze dell’ordine, controlli sui gruppi ricorrenti, maggiore trasparenza sugli algoritmi che suggeriscono contenuti e comunità. E serve anche educazione degli utenti, perché la domanda resta il motore del mercato.
Comprare online una scimmia, una tartaruga rara o un prodotto derivato da un animale protetto non è una scelta privata senza conseguenze. Significa alimentare filiere criminali, mettere a rischio ecosistemi fragili, favorire sofferenza animale e aumentare anche i rischi sanitari legati al contatto e allo spostamento illegale di specie selvatiche.
