Che tu sia “vegan” per moda o etica, ciò che devi sapere e che dietro questi alimenti spesso si nasconde più di quello che pensi. Negli ultimi decenni, infatti, le diete a base vegetale hanno smesso di essere una scelta di nicchia per diventare un fenomeno di massa nei Paesi sviluppati. Spinti da preoccupazioni per la salute, la sostenibilità ambientale e il benessere animale, sempre più consumatori italiani e internazionali riempiono i carrelli con alternative vegetali a carne, latte e formaggi. Tuttavia, una recente ricerca pubblicata su Food Additives & Contaminants: Part A ha sollevato un velo di complessità su questi prodotti, rivelando che le alternative “plant-based”, cioè a base vegetale, contengono spesso un numero maggiore di additivi alimentari e ingredienti rispetto ai loro equivalenti di origine animale.
L’illusione della semplicità
Siamo abituati a pensare al “vegetale” come sinonimo di “naturale”. Eppure, per trasformare piselli, soia o avena in qualcosa che somigli a una salsiccia succosa o a un formaggio che fonde, l’industria alimentare deve ricorrere a una raffinata ingegneria biochimica. Lo studio, condotto su una vasta gamma di prodotti di una catena di supermercati, ha analizzato 71 coppie di prodotti equivalenti, scoprendo che i prodotti plant-based utilizzano una varietà totale di 39 diversi additivi alimentari, contro i 31 dei prodotti animali.
I dati sono ancora più sorprendenti se guardiamo ai valori medi: i prodotti vegetali presentano una mediana di due additivi per prodotto, mentre per i prodotti animali la mediana è pari a zero. Questa discrepanza si riflette anche nel numero totale di ingredienti: la gamma vegetale analizzata contava complessivamente 1566 ingredienti contro i 1110 della controparte animale.
Dove si annidano gli additivi?
La ricerca evidenzia che non tutti i prodotti sono uguali. Le differenze più marcate si concentrano in tre categorie specifiche: alternative ai latticini, sostituti della carne e del pesce, e piatti pronti salati. Nei latticini vegetali il divario è il più profondo. Mentre molti prodotti caseari tradizionali nell’analisi non contenevano alcun additivo, le loro versioni vegetali ne facevano largo uso. Ad esempio, il carbonato di calcio viene aggiunto non solo per la fortificazione nutrizionale, ma anche per conferire alle bevande quel colore bianco latte che il consumatore si aspetta. La gomma di gellano è invece utilizzata frequentemente per stabilizzare la consistenza di queste bevande.
Per replicare la fibra della carne, i produttori si affidano spesso alla metilcellulosa e all’alginato di sodio. Per quanto riguarda il colore, i caroteni sono ampiamente impiegati per mimare le tonalità calde dei formaggi o di alcuni salumi.
Il paradosso del “Clean Label”
Questi risultati si scontrano con la tendenza del cosiddetto “Clean Label”, ovvero il desiderio crescente dei consumatori di acquistare cibi percepiti come naturali, con liste di ingredienti brevi e nomi familiari. Studi precedenti indicano che liste di ingredienti lunghe e la presenza di additivi portano i consumatori a percepire i prodotti vegetali come “ultra-processati” e meno salutari.
È importante sottolineare che la ricerca non conclude che questi additivi siano pericolosi per la salute. L’uso di tali sostanze è strettamente regolamentato e sicuro secondo gli standard attuali. Tuttavia, solleva una questione di percezione e trasparenza: il consumatore che sceglie plant-based per “mangiare più sano” potrebbe non essere pienamente consapevole della complessità industriale necessaria per creare quel prodotto. In conclusione, mentre la transizione verso diete più orientate ai vegetali resta una strategia chiave per la sostenibilità globale, questo studio invita a un approccio più critico verso i prodotti pronti che imitano gli alimenti animali. La sfida per il futuro dei produttori sarà quella di semplificare le ricette senza sacrificare il gusto e la consistenza, rispondendo alla richiesta di prodotti che siano non solo “verdi” nell’origine, ma anche “puliti” nell’etichetta.
