Un corpo chiuso in un contenitore d’acciaio, adagiato su trucioli di legno, paglia e altri materiali vegetali. Aria, calore e microrganismi accelerano un processo che in natura richiederebbe anni. Dopo alcune settimane non restano una bara, una tomba o le ceneri di una cremazione, ma un materiale simile a terreno che può essere consegnato alla famiglia o destinato a un’area naturale.
È il compostaggio umano, chiamato nelle leggi statunitensi natural organic reduction, riduzione organica naturale. Da pratica sperimentale è diventato un servizio funerario regolamentato e un nuovo segmento della cosiddetta death care, l’industria che comprende funerali, cimiteri e trattamento dei corpi.
A fine luglio 2026 la società Earth Funeral ha annunciato l’intenzione di entrare nel Massachusetts, dove una proposta di legge punta ad autorizzare il procedimento. L’azienda potrà operare soltanto se lo Stato modificherà la propria normativa funeraria, ma ha già cominciato a promuovere contratti prepagati destinati a chi vuole pianificare il proprio fine vita.
Il Massachusetts è soltanto l’ultimo fronte di una trasformazione iniziata nello Stato di Washington, il primo ad approvare il compostaggio umano nel 2019 e a renderlo operativo l’anno successivo. Da allora 14 Stati americani hanno autorizzato il procedimento, anche se l’entrata in vigore e la disponibilità effettiva del servizio non coincidono ovunque. Tra questi figurano Colorado, New York, California, Oregon, Maine, Maryland, Minnesota e New Jersey.
La diffusione viene alimentata da due domande diverse. La prima è ambientale: ridurre l’impiego di combustibili fossili, bare, cemento, metalli e suolo cimiteriale. La seconda riguarda la possibilità di scegliere che cosa debba accadere materialmente al proprio corpo. Non essere conservati né inceneriti, ma rientrare nel ciclo biologico.
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Come un corpo viene trasformato in terreno
Il compostaggio umano non consiste nel seppellire un corpo in una comune compostiera. È un processo aerobico controllato, svolto da operatori autorizzati all’interno di strutture sottoposte a requisiti sanitari e professionali.
Il corpo, generalmente non imbalsamato, viene collocato in un contenitore insieme a materiali vegetali ricchi di carbonio. La composizione cambia a seconda del metodo utilizzato, ma può comprendere trucioli, paglia ed erba medica. Il sistema regola l’apporto di ossigeno, l’umidità e la temperatura, creando le condizioni necessarie perché microrganismi e batteri termofili decompongano i tessuti.
La prima fase dura normalmente tra 30 e 45 giorni. Può seguirne una seconda di maturazione, durante la quale il materiale viene lasciato riposare e stabilizzarsi. Eventuali protesi e componenti metallici vengono separati; le ossa non ancora completamente trasformate possono essere ridotte meccanicamente e reinserite nel materiale finale.
Le norme dello Stato di Washington richiedono che durante il procedimento siano raggiunti almeno 55 °C per 72 ore consecutive. L’obiettivo è inattivare agenti patogeni attraverso una combinazione controllata di temperatura e durata, secondo un principio già impiegato nel compostaggio industriale.
Il risultato continua però a essere trattato giuridicamente come resto umano, non come un comune sacco di terriccio vendibile al dettaglio. Ogni Stato può stabilire che cosa ne possano fare i familiari, dove possa essere collocato e quali usi siano vietati.
Il Colorado, per esempio, proibisce la vendita del materiale, la miscelazione dei resti di persone diverse senza consenso e il suo impiego per coltivare alimenti destinati al consumo umano. La cautela risponde a motivazioni sanitarie, ma anche alla necessità di evitare che ciò che rimane di una persona venga trasformato in una merce.
Washington impone analisi per salmonella o coliformi fecali e controlli sulle concentrazioni di arsenico, cadmio, piombo, mercurio e selenio. Il materiale che supera i limiti previsti non può essere rilasciato nell’ambiente. Le strutture devono conservare i risultati e produrre rapporti sulle attività svolte.
Queste precauzioni mostrano che la naturalità del processo non elimina il bisogno di tecnologia e vigilanza. Nel corpo possono essere presenti farmaci, otturazioni, protesi, dispositivi alimentati da batterie e impianti radioattivi. Anche patologie infettive, odori, qualità dell’aria nei luoghi di lavoro e destinazione finale del materiale richiedono protocolli specifici. Una revisione del National Collaborating Centre for Environmental Health canadese indica tra le questioni da sorvegliare l’inattivazione dei patogeni, la presenza di metalli e residui farmaceutici, la gestione degli impianti e l’esposizione degli operatori.
Quanto è davvero sostenibile il compostaggio umano
Il vantaggio più immediato è ciò che il procedimento evita. Una sepoltura convenzionale può richiedere legno, metallo, vernici, pietra, cemento e interventi continuativi per la manutenzione del cimitero. L’imbalsamazione utilizza sostanze chimiche, mentre l’occupazione permanente di terreno diventa un problema soprattutto nelle aree urbane.
La cremazione elimina il consumo di spazio, ma richiede temperature elevate e produce emissioni. Il manuale dell’Agenzia europea dell’ambiente dedicato agli inventari emissivi indica tra gli inquinanti associati agli impianti crematori ossidi di azoto, monossido di carbonio, biossido di zolfo, particolato, mercurio, composti organici volatili e altri metalli. La quantità dipende dal forno, dai sistemi di abbattimento, dal combustibile e dagli oggetti introdotti insieme al corpo.
La riduzione organica naturale non utilizza un forno e può fare a meno di imbalsamazione, bara tradizionale, lapide e camera in cemento. Per questo le imprese del settore sostengono che possa evitare circa una tonnellata di emissioni per persona rispetto alle pratiche convenzionali.
Il dato va però maneggiato con cautela. Le stime più citate derivano da modelli commissionati dagli stessi operatori, non da un insieme consolidato di analisi indipendenti. La revisione canadese del 2023 non aveva individuato studi scientifici capaci di confrontare direttamente i benefici ambientali del compostaggio umano con quelli di sepoltura e cremazione. Le prove disponibili erano sufficienti per identificare vantaggi plausibili, ma non per stabilire un valore universale di emissioni evitate.
Il bilancio cambia inoltre in base al perimetro scelto. Contano l’energia utilizzata nella struttura, la produzione dei contenitori, la quantità di materiale vegetale impiegata, la distanza percorsa per trasportare il corpo e il terreno finale, il trattamento dell’aria e l’eventuale destinazione a progetti forestali.
Anche la decomposizione produce anidride carbonica. La differenza è che il carbonio contenuto nei tessuti e nei materiali vegetali appartiene in larga parte al ciclo biogenico, mentre una cremazione alimentata a gas aggiunge anche emissioni fossili. Il compostaggio non è quindi un processo a impatto zero: la sua promessa consiste nel ridurre materiali, energia e occupazione del suolo rispetto a un funerale convenzionale particolarmente elaborato.
Dalla sperimentazione americana al possibile dibattito italiano
In Europa il quadro è ancora frammentario. Dal 2024 il Land tedesco dello Schleswig-Holstein consente il compostaggio umano nell’ambito di un protocollo sperimentale e di un programma di ricerca. Nei Paesi Bassi, invece, il Consiglio della salute ha raccomandato nel 2025 di non autorizzare ancora il metodo, giudicando insufficienti i dati su sicurezza e sostenibilità e rilevando l’assenza di una procedura standardizzata.
In Inghilterra e Galles la Law Commission ha presentato nel giugno 2026 una proposta per creare un quadro giuridico dedicato ai nuovi metodi funerari. Il documento non autorizza direttamente il compostaggio umano, ma suggerisce di attribuire ai governi il potere di disciplinare separatamente le tecniche che non rientrano nelle definizioni tradizionali di sepoltura e cremazione.
L’Italia non prevede attualmente la riduzione organica naturale tra le forme disciplinate per la destinazione dei corpi. La legge nazionale regola la cremazione, la conservazione e la dispersione delle ceneri all’interno di un sistema costruito attorno a inumazione, tumulazione e cremazione. Per introdurre il compostaggio umano non sarebbe sufficiente autorizzare un nuovo macchinario: servirebbero regole sulla licenza degli operatori, sulla sorveglianza sanitaria, sulla tracciabilità, sui test di laboratorio e sulla destinazione del materiale risultante.
Resterebbe poi da stabilire chi possa decidere. Le volontà espresse in vita dovrebbero prevalere su quelle dei familiari? Il materiale potrebbe essere diviso tra più persone? Potrebbe essere collocato in un giardino privato, donato a un bosco o trasferito in un altro territorio? E che cosa accadrebbe quando una proprietà viene venduta?
Il dibattito non è esclusivamente ambientale o sanitario. Il comitato dottrinale della Conferenza episcopale statunitense ha espresso contrarietà sia al compostaggio umano sia all’idrolisi alcalina, ritenendoli incompatibili con il rispetto dovuto al corpo del defunto. Le organizzazioni cattoliche che si sono opposte alle leggi statali contestano soprattutto la possibilità di disperdere o utilizzare il materiale come se fosse un prodotto fertilizzante.
Per i sostenitori, al contrario, la trasformazione in terreno non cancella la dignità della persona, ma offre una rappresentazione concreta del ritorno alla natura. Il rito può comprendere una cerimonia prima dell’ingresso nel contenitore, la partecipazione dei familiari e la successiva destinazione del materiale a un luogo dotato di valore affettivo.
È qui che la nuova tecnologia smette di essere soltanto una tecnica di decomposizione. Mette in discussione l’idea stessa di resto umano. Le ceneri conservano una forma riconoscibile e una collocazione rituale ormai accettata; il materiale prodotto dal compostaggio può invece confondersi con un giardino, un bosco o il terreno attorno a un albero.
La frontiera dei funerali green non riguarda quindi soltanto quanta anidride carbonica possa essere evitata. Riguarda il confine tra persona e materia, tra memoria e paesaggio, tra ciò che deve essere custodito e ciò che può tornare a circolare. Prima di diventare una pratica diffusa, il compostaggio umano dovrà dimostrare di essere sicuro e realmente sostenibile. Ma dovrà soprattutto convincere le società che trasformarsi in terra possa essere considerato un modo dignitoso di restare.
