Nessuna delle acque superficiali dell’Inghilterra raggiunge un buono stato chimico. E appena il 14,3% di fiumi, laghi ed estuari soddisfa i criteri per un buono stato ecologico. È la fotografia restituita dalla nuova valutazione dell’Environment Agency, il controllo complessivo che viene effettuato ogni sei anni per misurare le condizioni dei corpi idrici inglesi.
La classificazione utilizza criteri molto severi: per ottenere un buono stato chimico tutte le sostanze sottoposte a valutazione devono rispettare i rispettivi standard ambientali. Basta il superamento del limite per un solo contaminante perché l’intero corpo idrico venga classificato come non conforme. È il principio del ‘one out, all out’.
A pesare sono soprattutto sostanze capaci di accumularsi nell’ambiente e negli organismi e di rimanervi a lungo: mercurio, Pbde (ritardanti di fiamma bromurati), alcuni idrocarburi policiclici aromatici e Pfos, uno dei composti appartenenti alla vasta famiglia dei Pfas, i cosiddetti “forever chemicals”. L’Environment Agency identifica proprio questi gruppi di inquinanti persistenti come una delle principali ragioni per cui le acque superficiali inglesi non riescono a raggiungere un buono stato chimico.
Il problema, quindi, non nasce tutto oggi. Una parte della contaminazione è l’eredità di decenni di produzione industriale, combustione e utilizzo di sostanze che in alcuni casi sono ormai vietate o fortemente limitate. Ma proprio la loro persistenza rende estremamente lenta la bonifica naturale.
Un fiume può sembrare pulito e non essere sano
Lo stato chimico, però, è solo una delle misure utilizzate per capire come sta un fiume. L’altra è lo stato ecologico, che prova a rispondere a una domanda diversa: quell’ecosistema riesce ancora a funzionare come dovrebbe?
Per valutarlo non basta analizzare un campione d’acqua. Si guarda alla presenza e alla varietà di pesci, invertebrati e piante acquatiche, ai livelli di ossigeno e nutrienti e alle condizioni fisiche del corso d’acqua. Un alveo modificato, una barriera che interrompe la migrazione dei pesci o un habitat impoverito possono pesare sul giudizio anche quando l’acqua, a prima vista, appare pulita.
È questo che rende significativo il risultato inglese. La difficoltà non riguarda soltanto la presenza di sostanze tossiche, ma la salute complessiva dei sistemi fluviali, sottoposti contemporaneamente a pressioni chimiche, biologiche e fisiche.
Il confronto con il passato va però maneggiato con cautela. Nel 2019 il 16,3% delle acque superficiali inglesi aveva raggiunto un buono stato ecologico, ma l’Environment Agency precisa che quel dato non è direttamente confrontabile con la nuova valutazione: nel frattempo sono cambiati alcuni metodi analitici e criteri di classificazione. La differenza tra le due percentuali, quindi, non può essere letta automaticamente come un peggioramento.
Resta il dato di fondo: raggiungere un buono stato significa restituire al fiume una capacità ecologica che va ben oltre la semplice assenza di un singolo contaminante. Ed è proprio qui che emerge il peso degli inquinanti più persistenti, quelli capaci di restare nell’ambiente per anni o decenni.
Dai Pfas al mercurio, gli inquinanti che restano per decenni
Tra le sostanze più osservate ci sono i Pfas, composti utilizzati per decenni grazie alla loro resistenza all’acqua, al calore e ai grassi. La stessa caratteristica che li ha resi utili in moltissime applicazioni industriali e di consumo li rende però estremamente persistenti nell’ambiente.
Il Pfos, in particolare, rientra da anni tra le sostanze prioritarie monitorate nelle acque. Il problema non riguarda soltanto l’Inghilterra. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, tra il 2018 e il 2022 dal 51% al 60% dei siti fluviali europei monitorati per il Pfos ha superato ogni anno lo standard ambientale medio previsto. Nei laghi la quota è variata dall’11% al 35%, mentre nelle acque costiere e di transizione i superamenti sono stati ancora più frequenti.
Accanto ai Pfas c’è il mercurio, che può arrivare negli ecosistemi acquatici anche attraverso la deposizione atmosferica e accumularsi negli organismi. Ci sono poi i Pbde, composti utilizzati come ritardanti di fiamma in mobili, apparecchi elettronici, tessuti e altri prodotti. Diversi Pbde sono stati progressivamente vietati, ma la loro presenza nei materiali più vecchi e la capacità di persistere nell’ambiente fanno sì che continuino a essere rilevati.
L’Environment Agency aveva già previsto anni fa fallimenti diffusi della classificazione proprio per mercurio e ritardanti di fiamma bromurati. È anche per questo che la scadenza del 2027, prevista dalla normativa derivata dalla Water Framework Directive per raggiungere un buono stato delle acque, non può essere applicata nello stesso modo a tutti i contaminanti. Per alcune sostanze persistenti sono previste deroghe legate ai tempi di recupero naturale. Il governo britannico ha precisato che il riferimento al 2063, spesso interpretato come un rinvio generalizzato dell’obiettivo, riguarda invece casi specifici di sostanze persistenti per le quali non esistono tecnologie realistiche in grado di rimuovere rapidamente la contaminazione già accumulata nell’ambiente.
È un punto che cambia anche il modo di leggere il dato sui “fiumi inquinati”. La situazione delle acque inglesi è influenzata dalle emissioni attuali – comprese quelle provenienti da scarichi civili, agricoltura e aree urbane – ma anche da un carico chimico storico che può richiedere decenni per diminuire.
Nella precedente analisi nazionale dell’Environment Agency, l’agricoltura era associata al 40% delle pressioni da inquinamento rurale che impedivano ai corpi idrici di raggiungere un buono stato, mentre l’industria dell’acqua contribuiva in misura rilevante attraverso gli scarichi delle acque reflue. Si tratta di dati riferiti al ciclo precedente e non vanno sovrapposti automaticamente alla nuova classificazione, ma mostrano quanto le cause della cattiva salute dei fiumi siano più ampie del solo tema degli scarichi fognari.
Non è solo un problema inglese
Il dato inglese è particolarmente severo, ma la crisi delle acque superficiali riguarda gran parte dell’Europa. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, solo il 39,6% delle acque superficiali dell’Unione europea ha raggiunto uno stato ecologico buono o elevato nei dati più recenti riportati nell’ambito dei piani di gestione dei bacini idrografici. Le principali pressioni sono la deposizione atmosferica, le modificazioni fisiche di fiumi e laghi e l’inquinamento agricolo.
Una precedente valutazione complessiva dell’Eea, riferita al periodo 2015-2021, indicava inoltre che appena il 29% delle acque superficiali europee raggiungeva un buono stato chimico. I confronti diretti tra Paesi vanno comunque trattati con cautela. La stessa Eea segnala differenze nei sistemi di monitoraggio, negli elementi utilizzati nelle classificazioni e nella copertura dei dati. Il metodo comune permette di confrontare le grandi tendenze, ma non consente di costruire senza riserve una classifica delle acque “più pulite” o “più sporche” d’Europa.
Nel frattempo, l’Unione europea sta ampliando il perimetro dei contaminanti da controllare. L’11 maggio 2026 è entrata in vigore una revisione delle norme europee sulla protezione delle acque che aggiunge alla lista nuovi Pfas, pesticidi e farmaci e introduce per la prima volta disposizioni su microplastiche e indicatori di resistenza antimicrobica. Gli Stati membri dovranno recepire le nuove disposizioni entro dicembre 2027.
Il Regno Unito continua invece ad applicare un sistema di classificazione derivato dalla Water Framework Directive, mantenuto nell’ordinamento nazionale dopo la Brexit. Proprio la divergenza futura tra standard britannici ed europei sarà uno dei punti da osservare: mentre Bruxelles aggiorna le sostanze da monitorare, Londra dovrà decidere quanto rapidamente adeguare la propria normativa ai contaminanti emergenti.
Il nuovo dato inglese fotografa quindi due problemi diversi. Il primo è immediato: troppi fiumi, laghi ed estuari non hanno ancora ecosistemi in buone condizioni. Il secondo è molto più difficile da risolvere: alcune delle sostanze che fanno fallire il test chimico sono il risultato di decenni di contaminazione e continueranno a circolare nell’ambiente anche dopo essere state vietate.
