Subordinati e infelici: 4 dimissionari su 10 lasciano l’azienda per lo scarso benessere lavorativo

Il 38% è insoddisfatto, gli uomini parlano di benessere professionale più delle donne
24 Settembre 2026
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Donna in burnout dimissioni volontarie

Scarso riconoscimento del lavoro, poche opportunità di crescita e carichi eccessivi: in Italia 4 dimissioni volontarie su 10 sono motivate dall’insufficiente benessere lavorativo. Lo rivela un’indagine di Tack Tmi Italy, la società di Gi Group Holding che si occupa di formazione e sviluppo delle persone, secondo cui il 38% dei dimissionari si dice non soddisfatto della propria condizione al lavoro. La survey ha coinvolto un campione rappresentativo di oltre 1.500 lavoratori.

Insoddisfazione più alta tra i 35 e i 44 anni

In Italia, le cessazioni promosse dal lavoratore sfiorano la soglia dei 2 milioni, vicine al record dei 2,2 milioni del 2022 (dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Quello che può sembrare il sintomo di una ritrovata mobilità nel mercato del lavoro, ad una lettura più approfondita, trova le sue radici nella mancata soddisfazione dei lavoratori subordinati. Il dato supera la metà degli intervistati (55%) tra i 35 e i 44 anni, una fascia anagrafica spesso caratterizzata da pressioni, responsabilità crescenti e maggiore difficoltà a conciliare vita e lavoro.

Il 39% dei lavoratori dichiara di avere un carico di lavoro difficile da sostenere e il 41% riferisce una situazione di stanchezza frequente, accompagnata da poche energie e difficoltà di concentrazione.

I dati trovano conferma nell’indagine sul burnout pubblicata l’anno scorso da Unobravo, piattaforma di psicologia online, secondo cui: il 29% dei lavoratori ha già vissuto un crollo psicofisico completo, il 44% è stressato ogni giorno e l’11% lo è sempre.

La survey di Tack Tmi Italy certifica anche un divario di genere: gli uomini (66%) parlano di benessere professionale più delle donne (57%). A incidere sulle risposte sono soprattutto i ritmi. Alla lunga “queste condizioni rischiano di compromettere la sostenibilità dell’attività lavorativa e ridurre la capacità di mantenere adeguati livelli di partecipazione e coinvolgimento”, spiega Irene Vecchione, amministratrice delegata di Tack Tmi Italy, citata da Il Sole 24 Ore.

Cosa chiedono i lavoratori

Ai lavoratori è stato chiesto cosa migliorerebbe il proprio benessere lavorativo. Per il 50% del campione, la risposta è stato un salario più alto, seguito a stretto giro da un migliore work-life balance. Nello specifico, il 38% degli intervistati vorrebbe una maggiore flessibilità negli orari di ingresso e uscita e nella gestione dei turni, oppure l’introduzione/aumento dello smart working o lavoro da remoto, utile per il 36% degli intervistati.

Per il 62% degli intervistati che possono fare smart working, questa è l’iniziativa più efficace per il benessere aziendale. Questa parte del campione apprezza anche flessibilità oraria (49%), pause programmate e garantite (42%), il rispetto dei tempi di riposo e il diritto alla disconnessione (41%), un tema caro soprattutto a chi lavora da casa.

La possibilità di lavorare da remoto è diventato talmente importante che alcune aziende (soprattutto, ma non solo, negli Usa) hanno iniziato a revocarlo per indurre i dipendenti a dimettersi.

Smart working revocato per spingere alle dimissioni: il modello Usa arriva in Italia

Il 75% degli intervistati afferma che il benessere psicologico è uno dei primi fattori considerati nella scelta di un nuovo datore di lavoro.

Le ricadute sulle aziende

Secondo Vecchione, uno scarso benessere aziendale incide anche sulla capacità aziendale di attrarre nuovi talenti, una difficoltà spesso denunciata dalle imprese: “Un ambiente professionale percepito come di scarsa qualità può influenzare la decisione del singolo dipendente di restare in azienda e la sua disponibilità a investire energie nel proprio ruolo, fino ad arrivare a compromettere l’attrattività generale dell’azienda verso nuovi talenti”, spiega l’ad.

L’aspetto è particolarmente rilevante per il tessuto economico del Paese: secondo una ricerca condotta dall’Institute of Applied Economic Research, il 70% delle Pmi italiane si trova o si troverà ad affrontare significative difficoltà nel reperire personale qualificato, tra il 2024 e il 2028. Andando oltre le piccole e medie imprese, la difficoltà di reperire i profili giusti riguarda il 42,6% delle aziende italiane, stando all’ultimo Bollettino del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali pubblicato a luglio 2026. Il dato resta rilevante nonostante il miglioramento rispetto al 48,4% registrato a luglio 2024 e al 45,4% di luglio 2025.

Le aziende non sono preoccupate

D’altra parte, secondo i dipendenti, le aziende non sono così preoccupate del benessere delle persone. Per quasi un intervistato su 3 (32%) si tratta di un aspetto critico, mentre più di uno su 5 (il 22%) dichiara che la propria azienda non ha attivato alcuna misura specifica per il wellbeing anche a causa dello scarso coinvolgimento manageriale sul tema, che interessa solo 1 manager su 3.

La relazione con i colleghi (39%) e la stabilità del posto di lavoro (31%) sono gli aspetti che producono il maggiore impatto sul benessere lavorativo. Seguono la possibilità di effettuare pause e avere adeguati tempi di recupero (26%), la flessibilità oraria (25%), il rapporto con il responsabile e il clima interno all’azienda (20%).

Dal benessere aziendale alle soft skill

La survey evidenzia un interessante legame tra il clima positivo in azienda e le soft skill di tipo relazionale. Per i lavoratori intervistati, capacità di lavorare in team (32%), comunicare efficacemente (27%) e gestire le relazioni (24%) migliorano l’esperienza lavorativa dal punto di vista del benessere. Vanno in questa direzione anche l’intelligenza emotiva ed empatia dei colleghi (22%), nonché la gestione del benessere personale, dei conflitti e della pressione (tutte con il 19%).

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