Sempre più aziende revocano lo smart working, innescando una serie di ipotesi tra gli osservatori: lo fanno per la produttività? O per rafforzare il legame tra i propri dipendenti? O, ancora, per rafforzare il legame tra i lavoratori e l’azienda stessa? Nonostante gli sforzi, nessuna risposta giustifica le dimensioni del fenomeno, che potrebbe avere una spiegazione molto più materiale.
Recenti sondaggi Usa, infatti, suggeriscono che il ritorno forzato in ufficio non sia solo una scelta organizzativa, ma una leva per spingere i lavoratori a dimettersi spontaneamente, evitando il costo — economico e reputazionale — di un licenziamento diretto.
Il meccanismo, noto come quiet purging (letteralmente “eliminazione silenziosa”) è documentato sia dai lavoratori che dalle stesse aziende. Ed è arrivato anche in Italia.
Cosa dicono i lavoratori
Secondo il Pew Research Center, il 46% dei lavoratori statunitensi con un impiego svolgibile da casa lascerebbe probabilmente il posto se il datore eliminasse il lavoro da remoto. Uno su quattro (il 26%) dichiara che sarebbe “molto improbabile” restare senza smart working.
Il dato assume rilievo perché lo stesso studio mostra quanto il lavoro da remoto sia ormai diffuso: il 75% degli occupati con mansioni che non richiedono la presenza fisica lavora da casa almeno in parte. La sensibilità più alta si registra tra chi è già in modalità full remote: il 61% di questo gruppo dice che non resterebbe se la flessibilità venisse tolta.
Come più volte osservato sui nostri verticali, per una parte consistente della forza lavoro, il lavoro agile non è più un benefit accessorio. È diventato un elemento strutturale che determina la permanenza o l’uscita da un’azienda. Questa dinamica è consolidata in Italia dove i giovani, un po’ per scelta un po’ per forza, danno sempre più importanza al cosiddetto “stipendio emotivo”.
Donne più esposte al quiet purging
Nei dati Pew, questa sensibilità è più marcata tra donne, lavoratori under 50 e chi già lavora da remoto a tempo pieno — categorie per cui la flessibilità organizzativa si intreccia spesso con esigenze di conciliazione tra vita privata e lavoro, mobilità geografica o costi di trasferimento. In Italia, la combinazione tra diffusione ormai ampia dello smart working e aspettative consolidate di flessibilità rende il rientro forzato in ufficio uno strumento capace di accelerare le dimissioni senza che l’azienda debba ricorrere a un licenziamento esplicito.
Cosa dicono le aziende
Il punto più rivelatore arriva dal lato datoriale. Un sondaggio BambooHR (giugno 204) indica che il 25% dei manager e il 20% dei responsabili Hr statunitensi spera apertamente che il ritorno obbligatorio in ufficio produca dimissioni volontarie.
Il meccanismo, però, non sempre funziona come previsto. Lo stesso sondaggio rileva che il 37% delle aziende ha dovuto comunque procedere a licenziamenti, perché le uscite volontarie non sono state sufficienti a raggiungere gli obiettivi di riduzione del personale.
Lo smart working in Italia: i dati
In Italia, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 i lavoratori da remoto sono circa 3,575 milioni, in crescita dello 0,6% rispetto al 2024. Il comparto che è cresciuto di più è la Pubblica amministrazione, dove gli impiegati in smart working erano 555.000, pari al 17% del personale pubblico. Nelle grandi imprese la diffusione era ancora più ampia: il 95% delle organizzazioni adotta forme di lavoro agile, contro il 67% delle Pa.
Secondo l’Istat, il lavoro da remoto riguarda soprattutto le professioni altamente qualificate — proprio quelle che, per competenze e collocazione nel mercato del lavoro, hanno maggiore potere contrattuale e maggiore facilità nel cambiare impiego se le condizioni cambiano.
I dati provvisori di quest’anno però raccontano un deciso cambio di rotta, confermato già dai dati Eurostat 2025. Secondo l’istituto europeo di statistica, l’anno scorso soltanto il 2,7% degli occupati del nostro Paese ha lavorato prevalentemente da casa, una delle percentuali più basse dell’intera Unione europea.
Un confronto con gli altri Paesi europei
Sempre secondo lo stesso rapporto Eurostat, In Germania la quota di lavoratori impiegati prevalentemente da remoto raggiunge il 13%, mentre in Francia si attesta all’11%. Il primato spetta alla Finlandia, dove il 20,5% degli occupati lavora abitualmente da casa. Seguono Irlanda (19,2%), Lussemburgo (17,4%) e Belgio (17,3%).
Un modello che si sta trasferendo
Il meccanismo nasce negli Stati Uniti, dove il ritorno in ufficio è diventato esplicitamente un tema di retention e di selezione indiretta del personale: ridurre o cancellare il lavoro da remoto alza il costo personale di restare in azienda, spingendo una parte dei lavoratori a uscire di propria iniziativa.
In Italia questo schema si innesta su un mercato del lavoro in cui lo smart working è ormai normalizzato, soprattutto nelle grandi imprese e nella Pubblica amministrazione. Per questo la sua revoca incide direttamente sulla permanenza dei dipendenti, in particolare tra i profili più qualificati e quindi più richiesti dal mercato.
