Il caldo estremo sta cambiando volto. Da evento eccezionale, concentrato in alcune settimane dell’estate, sta diventando un rischio economico cronico, capace di incidere sulla salute delle persone ma anche sulla produttività, sull’agricoltura, sulle infrastrutture, sui consumi energetici e, sempre più, sul costo e sulla disponibilità delle assicurazioni. A sottolinearlo è il nuovo rapporto dello Swiss Re Institute sulle catastrofi naturali relativo al primo semestre 2026.
Apparentemente i numeri sembrerebbero raccontare i primi sei mesi del 2026 come relativamente tranquilli: secondo le stime preliminari della compagnia di riassicurazione svizzera, i danni coperti dalle compagnie assicurative sono diminuiti a 42 miliardi di dollari, il valore più basso dal 2020 per un primo semestre e molto inferiore ai 66 miliardi indicati dal trend di lungo periodo. Ma per Swiss Re non c’è da gioirne, perché la traiettoria di fondo continua a puntare verso l’alto, alimentata da tre fattori: la maggiore concentrazione di persone e attività economiche nelle aree vulnerabili, la crescita del valore dei beni esposti, e il cambiamento nella dinamica degli eventi estremi, che rimangono estremi come portata ma che stanno smettendo di essere ‘eccezionali’ come frequenza.
L’Europa si scalda più velocemente del resto del mondo
Partiamo dall’Europa e dal clima torrido delle ultime settimane. Il Vecchio Continente è oggi l’area che si riscalda più rapidamente nel mondo. Secondo i dati richiamati da Swiss Re, nel periodo 2015-2024 la temperatura superficiale media europea è stata circa 2,2 °C superiore ai livelli preindustriali, contro circa 1,2 °C a livello globale. Giugno 2026 è stato il mese di giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale, con temperature massime giornaliere che in alcune aree hanno superato di 8-12 °C le medie del periodo 1960-1990.
Ancora, negli anni Cinquanta in Europa si registravano mediamente tra 10 e 17 giorni all’anno con temperature di almeno 30 °C, mentre nel periodo 2016-2025 si è passati a 21-26 giorni: si tratta di un aumento del 64%. Anche la superficie europea interessata almeno una volta all’anno da temperature sopra i 30 °C è cresciuta in modo rilevante: +24%.
Questo cosa significa? Significa che ciò che una volta veniva classificato come anomalia meteorologica sta ora progressivamente entrando nella normalità climatica. Con conseguenze importanti, in primis sulla salute: Swiss Re stima, su dati preliminari, che l’ondata di caldo di giugno abbia contribuito a oltre 20mila morti in eccesso in Europa.
Dal rischio sanitario al rischio economico
Ma la questione, come anticipato, non riguarda soltanto la salute. Le temperature estreme impattano fortemente anche sulla produttività agricola e quella dei lavoratori, sulle risorse idriche, sui sistemi energetici e sulle infrastrutture, non progettate per un clima del genere (al pari peraltro dell’edilizia).
C’è poi un secondo effetto: il caldo agisce come moltiplicatore degli altri rischi climatici. Un esempio lampante sono gli incendi europei. Nel 2026 il caldo e la siccità hanno anticipato l’attività dei grandi roghi in alcune aree del continente, e stanno estendendo condizioni favorevoli agli incendi verso regioni storicamente meno a rischio, che ora non possono più dirsi al sicuro, sottolinea Swiss Re.
Il fenomeno è confermato anche dal Joint Research Centre della Commissione europea: pur restando il Mediterraneo il principale hotspot, il rischio incendi mostra una chiara espansione verso l’Europa centrale e settentrionale, dove ecosistemi, infrastrutture e sistemi di prevenzione sono anche meno preparati agli incendi di grandi dimensioni.
Cambiano le mappe del rischio
La questione è della massima importanza, perché gran parte delle nostre decisioni – ad esempio dove costruire una casa, dove localizzare un’impresa, quali infrastrutture proteggere, quanto far pagare una polizza – si basa infatti su mappe del rischio costruite anche sull’esperienza del passato, che però sta diventando un indicatore meno affidabile.
EIOPA, l’Autorità europea delle assicurazioni, parla chiaramente di un “nuovo paradigma del rischio”, e sottolinea che in Europa, negli ultimi decenni, soltanto circa un quarto delle perdite provocate dalle catastrofi naturali è risultato assicurato. Se gli eventi diventano più frequenti e più costosi, avvisa l’Autorità, il divario tra danni economici e danni coperti dalle assicurazioni rischia di aumentare ulteriormente.
Assicurazioni più care e aree non più assicurabili
Per una compagnia assicurativa, infatti, una polizza può funzionare finché il rischio rimane sufficientemente prevedibile e il premio necessario per coprirlo resta economicamente sostenibile. Se probabilità e costo dei danni aumentano, le compagnie hanno sostanzialmente tre possibilità: aumentare i premi, ridurre la copertura oppure decidere di non assicurare più determinati rischi o determinate aree.
EIOPA e Bce (Banca Centrale Europea) ritengono che, con catastrofi più frequenti e severe, le coperture tenderanno a diventare meno accessibili economicamente, come dimostrano le stime dell’associazione tedesca delle assicurazioni, second cui i premi delle polizze immobiliari potrebbero raddoppiare nell’arco di un decennio per effetto dell’aumento dei danni climatici.
In alcune aree del Nord America il fenomeno è già una realtà: secondo la Geneva Association, l’aumento dei rischi ha portato alcune compagnie a limitare o interrompere la vendita di determinate coperture in parti degli Stati Uniti e del Canada, mentre in diversi mercati i premi sono aumentati sensibilmente.
Assicurazioni come strumento di prevenzione
Qualcosa si può fare, sottolinea EIOPA, anche se “l’era dei cicli di rischio prevedibili è ormai alle nostre spalle”. Il settore assicurativo, spiega, può agire in due direzioni. La prima è integrare gli scenari climatici nelle strategie di sottoscrizione e determinazione dei prezzi, facendo sempre più affidamento su proiezioni climatiche, mappe di rischio, monitoraggio satellitare, perché “dati migliori portano a prezzi migliori, e prezzi migliori portano a una migliore gestione del rischio”.
La seconda direzione è il rafforzamento del legame tra assicurazione e prevenzione dei rischi, valutando in modo continuo la rapida evoluzione del rischio climatico, perché “la determinazione dei prezzi è più efficace quando riflette accuratamente i rischi sottostanti”.
Ma attenzione, avvisa EIOPA: “Se l’intero onere dei crescenti rischi climatici viene trasferito direttamente a famiglie e imprese attraverso premi assicurativi più elevati, il risultato sarà una minore accessibilità economica, una minore diffusione delle assicurazioni e un indebolimento della resilienza sociale”, ovvero “uno scenario perdente per tutti”.
Ecco perché, conclude l’Agenzia, basarsi sul rischio non basta: servono “misure di adattamento più incisive” e maggiori investimenti “nella prevenzione, nella resilienza e nei comportamenti di riduzione del rischio”.
