L’estate del 2026 si è trasformata in uno dei periodi fiscalmente più critici dell’anno per l’economia europea. Secondo le rilevazioni dell’Allianz Climate Economics Report 2026, le sole ondate di calore estive hanno causato una perdita di produzione economica stimata in 113 miliardi di euro nei 30 Paesi europei analizzati, un valore pari a circa lo 0,46% del Pil complessivo dell’area.
A guidare la classifica dei costi monetari è purtroppo l’Italia, che registra la perdita più pesante dell’intero Continente con un conto che sfiora i 27,8 miliardi di euro e un rallentamento della crescita del Pil pari a -1,19 punti percentuali. La nostra nazione supera persino la Germania, ferma a 25 miliardi di euro di perdite, e la Francia, che registra un impatto di 20,1 miliardi. La Germania possiede un’economia notevolmente più grande della nostra, perciò, in proporzione, l’impatto subito dall’Italia è stato molto più severo proprio per via della combinazione unica tra temperature e condizioni ambientali che hanno paralizzato la produttività nei mesi estivi.
La fisica del danno economico
Per comprendere la gravità di queste cifre occorre guardare oltre il semplice termometro dell’aria e analizzare il fenomeno della temperatura a bulbo umido (wet-bulb temperature), la metrica scientifica che misura l’impatto combinato di calore ed elevata umidità sulla capacità del corpo umano di raffreddarsi tramite la sudorazione. L’umidità rappresenta un fattore moltiplicatore dei costi economici. Un confronto emblematico citato nel report riguarda Italia e Ungheria: durante il picco estivo, l’Ungheria ha registrato temperature medie dell’aria superiori a quelle italiane (34,6 °C contro 30,8 °C), ma l’Italia presentava un tasso di umidità e un punto di rugiada nettamente più elevati. Questo ha generato un livello di calore percepito e di stress termico a bulbo umido superiore in Italia (24,1 °C contro 22,6 °C), tradottosi in un impatto economico sulla crescita del Pil più che doppiamente severo rispetto a quello magiaro (-1,19 punti percentuali contro -0,51).
Il caldo torrido agisce come una tassa invisibile che non distrugge direttamente gli edifici, ma riduce l’efficienza dei lavoratori, costringe a pause più frequenti e prolungate e fa impennare i tassi di assenteismo nei settori più esposti.
Il conto da pagare per cittadini e Stati
Oltre alle temperature estreme nei luoghi di lavoro, l’aumento delle temperature globali sta intensificando la frequenza e la gravità dei disastri naturali. Nel 2025, i danni economici complessivi provocati da eventi meteorologici estremi hanno raggiunto 210 miliardi di dollari a livello globale. La cifra rimane superiore del 20% rispetto alla media del ventennio 2000–2019, confermando che il livello medio annuale delle perdite è ormai strutturalmente più alto del passato. Il vero punto critico per i cittadini e i bilanci pubblici riguarda il divario di protezione assicurativa. A livello globale, le perdite non coperte da polizze assicurative hanno raggiunto una media annuale di 182 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni. In Europa la situazione è ancora più sbilanciata: circa il 75% dei danni legati a catastrofi naturali non è coperto da alcuna assicurazione, lasciando il peso della ricostruzione quasi interamente sulle spalle dei singoli proprietari e delle casse dello Stato.
A questo si aggiunge la pericolosità degli incendi boschivi, che pur rappresentando solo il 7% degli eventi catastrofici mondiali, da soli generano il 30% dei danni economici totali.
L’incognita El Niño nel 2027
Le prospettive per i prossimi anni impongono massima cautela a causa della formazione del fenomeno meteorologico del Super El Niño, destinato a far sentire i suoi effetti principali nel corso dei prossimi sei mesi. Allianz stima che questo picco temporaneo di riscaldamento globale potrebbe tagliare la produzione economica mondiale di ben 451 miliardi di dollari (pari a una riduzione dello 0,24% del Pil globale distribuita su 144 Paesi). Le perdite si concentreranno soprattutto nelle grandi potenze come Cina (-147 miliardi di dollari), Stati Uniti (-91 miliardi) e India (-50 miliardi).
In Europa, l’effetto netto produrrà una contrazione di 24 miliardi di dollari, con Italia, Polonia e Germania che sosterranno i costi monetari più alti. Ma per le famiglie italiane ed europee il canale di trasmissione più doloroso sarà l’aumento dell’inflazione. Il surriscaldamento spingerà al rialzo i prezzi delle materie prime agricole e dei generi alimentari, con un incremento dell’inflazione sui prodotti alimentari stimato a livello globale nell’ordine di +0,65 punti percentuali e nell’Unione europea di +0,50 punti percentuali, fino a picchi che supereranno il +2,3% nei Paesi del Nord e dell’Est Europa. La crisi climatica si traduce così direttamente in una perdita di potere d’acquisto e in un carovita più pesante sulla spesa quotidiana.
