Se nei giorni scorsi, durante il turno di lavoro, hai avuto l’impressione che il calore fosse insostenibile, al punto da sentirti mancare o percepire un malessere diffuso, sappi che non si tratta di una semplice suggestione: non dovresti lavorare. È questa la ferma denuncia lanciata da Greenpeace Italia e Cgil, che evidenziano come l’ondata di calore anomala stia mettendo a rischio la salute di ben 1,5 milioni di lavoratori nel nostro Paese.
L’emergenza non è più un evento episodico, ma una condizione strutturale legata alla crisi climatica che impone una riflessione profonda sul binomio salute-produttività.
Un’Italia rovente: i numeri del rischio
Secondo un’analisi che incrocia i dati Istat con le previsioni del progetto Worklimate, le aree urbane sono le più colpite. Roma guida la classifica con 427 mila lavoratori a rischio (il 25% del totale cittadino), seguita da Milano (347 mila) e Napoli (133 mila). I settori in prima linea sono l’edilizia, i trasporti, la logistica (inclusi i rider) e la manutenzione del verde.
Il monitoraggio effettuato da Greenpeace con termocamere a infrarossi nella Capitale ha rivelato scenari inquietanti: presso la Stazione Termini sono state registrate temperature superficiali superiori agli 80°C, mentre in alcuni cantieri edili le superfici toccavano picchi tra i 60°C e i 100°C. Se anche la temperatura dell’aria è inferiore, è il contatto prolungato con queste superfici irraggianti a rappresentare un pericolo fisico estremo per chi opera all’aperto.
Il costo del calore: non solo un problema di salute
Il caldo estremo però non colpisce solo i corpi, ma anche i bilanci. Già nelle scorse settimane, un’analisi di Allianz chiariva che il calore estremo non è solo un’emergenza sanitaria, ma un rischio economico strutturale con effetti non lineari. Gli economisti hanno identificato una soglia critica attorno ai 30°C: al di sotto di questo livello, il riscaldamento può persino portare modesti guadagni di produttività riducendo i costi di riscaldamento; tuttavia, una volta superati i 30°C, la situazione precipita drasticamente.
Secondo i dati Allianz, ogni grado in più nella fascia tra i 30°C e i 35°C riduce l’output orario di circa 1,3 dollari (pari al 3% della produzione media oraria). Questo impatto si trasmette attraverso due canali principali:
- Produttività del lavoro: il calore induce stress cardiovascolare e compromissione cognitiva, riducendo la capacità lavorativa non solo all’aperto ma anche al chiuso, a causa della perdita di sonno che nei periodi caldi è aumentata dell’8,7% nel 2024.
- Costi energetici: quando la produttività cala, i costi per le imprese aumentano poiché il consumo di energia per il raffreddamento sale del 1,2% per ogni grado sopra la soglia critica.
Per l’Italia, lo scenario di stress calcolato da Allianz prevede una perdita cumulativa di Pil pari a quasi 150 miliardi di euro tra il 2026 e il 2030. Particolarmente grave è l’impatto sugli investimenti, che in Italia potrebbero crollare del 12,8% a causa della riduzione dei margini di profitto delle imprese. Inoltre, il caldo rischia di innescare dinamiche stagflative: aumento dei prezzi unito a un aumento della disoccupazione, con l’Italia che vedrebbe il proprio deficit fiscale peggiorare di un ulteriore 1,9% del Pil.
Le risposte istituzionali: tra ordinanze e ritardi
Di fronte a questa emergenza, alcune amministrazioni locali hanno iniziato a muoversi. Proprio la Regione Lazio e il Comune di Roma hanno emesso ordinanze per vietare il lavoro nei cantieri edili e per i rider nelle ore più calde, tra le 12:30 e le 16:00. Tuttavia, la Cgil segnala che tali provvedimenti, seppur importanti, rimangono parziali e spesso ignorati, come dimostrato dai numerosi rider ancora in servizio durante i picchi di calore.
Il Ministero della Salute ha inserito chi svolge lavoro intenso all’aria aperta tra le categorie a maggior rischio, raccomandando pause prolungate in luoghi rinfrescati, una reidratazione costante e la riorganizzazione delle mansioni più pesanti nelle ore meno calde.
Uno sguardo all’Europa: il caso Parigi
L’Italia non è sola in questa morsa. In tutta Europa si stanno adottando misure drastiche per proteggere la sanità pubblica. A Parigi, con temperature che hanno superato i 40°C, le autorità hanno imposto il divieto di vendita e consumo di alcolici all’aperto per evitare di sovraccaricare i servizi di pronto soccorso, già vicini al punto di saturazione.
Il Ministro della Salute francese ha avvertito che anche i giovani in buona salute non sono esclusi, riportando un aumento preoccupante di arresti cardiaci legati al calore. Anche in Germania e nella Repubblica Ceca si attendono picchi storici di 40°C, con cancellazioni di eventi sportivi e trasporti ferroviari gratuiti per chi decide di posticipare i viaggi.
Verso un nuovo modello di lavoro
La soluzione non può limitarsi a interventi d’emergenza. Ong e sindacati chiedono ai governi misure strutturali: investimenti nell’adattamento dei luoghi di lavoro e una transizione energetica che abbandoni i combustibili fossili, principali responsabili del surriscaldamento.
La proposta è chiara: tassare i profitti record delle aziende del petrolio e del gas per finanziare la protezione dei lavoratori e delle fasce più vulnerabili. Proteggere chi lavora non è solo un dovere etico e sanitario, ma una necessità economica per un continente, l’Europa, che sta scaldandosi a una velocità doppia rispetto alla media globale.
