Il Mediterraneo si scalda: così cambiano pesci, alghe e ossigeno

A luglio la temperatura superficiale media del bacino ha raggiunto 27,07 °C. Gli studi mostrano effetti sulla distribuzione dei pesci, sulla composizione del plancton e sull’ossigeno disponibile
10 Agosto 2026
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Pesci del Mar Mediterraneo
(Canva)

Il Mediterraneo occidentale non era mai stato così caldo in un mese di luglio. L’ultimo bollettino del Copernicus Climate Change Service (C3S) segnala temperature superficiali del mare record per il periodo lungo le coste atlantiche europee e nel Mediterraneo occidentale, in concomitanza con diffuse ondate di calore marine intense o gravi.

Il fenomeno si inserisce in un’estate eccezionalmente calda anche per gli oceani. A luglio la temperatura superficiale media dei mari extrapolari, nella fascia compresa tra 60° Sud e 60° Nord, ha raggiunto 20,96°C, superando il precedente record mensile di 20,89°C stabilito nel 2023. I dati utilizzati da Copernicus derivano dal dataset ERA5 e, per la temperatura del mare, rappresentano una stima delle condizioni a circa dieci metri di profondità.

Mari sempre più caldi, ecosistemi sempre più fragili. Temperature record nel Mediterraneo

Guardando al solo Mediterraneo, il quadro è ancora più netto. Secondo Mercator Ocean International, sulla base dei dati di Copernicus Marine, nel luglio 2026 la temperatura superficiale media del bacino ha raggiunto 27,07 °C, contro i 26,68 °C del precedente record del luglio 2025. Il 94% del Mediterraneo ha registrato temperature superiori alla media e il 79% del bacino è stato interessato almeno per un giorno da un’ondata di calore marina forte, severa o estrema.

I 27 gradi non rappresentano però una soglia biologica universale. Una temperatura normale in piena estate nel Mediterraneo orientale può essere eccezionale in un’altra zona, mentre organismi diversi hanno livelli di tolleranza molto differenti. A pesare sono soprattutto quanto la temperatura supera la norma locale, per quanto tempo rimane elevata e fino a quale profondità arriva il riscaldamento.

È questo che distingue una semplice giornata di mare caldo da un’ondata di calore marina: la temperatura resta eccezionalmente elevata rispetto ai valori abituali per quella zona e per quel periodo dell’anno, abbastanza a lungo da sottoporre l’ecosistema a uno stress prolungato.

Gli effetti possono essere molto diversi. I pesci più mobili possono cercare acque più fresche o spostarsi in profondità; gli organismi fissati al fondale non hanno la stessa possibilità. Le comunità di plancton possono cambiare composizione, favorendo alcune specie rispetto ad altre. E l’aumento della temperatura agisce anche su una variabile invisibile dalla spiaggia: l’ossigeno disciolto nell’acqua, che tende a diminuire proprio mentre il metabolismo di molti organismi accelera.

Il caldo sposta i pesci e cambia la pesca

I pesci possono reagire all’aumento della temperatura spostandosi verso acque più fredde, più profonde o più settentrionali. Le conseguenze non sono però uniformi. Uno studio pubblicato nel 2026 su Scientific Reports ha ricostruito gli effetti delle ondate di calore marine nel Mediterraneo occidentale tra il 1995 e il 2022 attraverso un modello ecosistemico.

Nel Mediterraneo settentrionale gli effetti stimati sulla biomassa risultano in alcuni casi limitati o positivi per determinati gruppi. Nel sud, soprattutto nei mari di Alboran e d’Algeria, prevalgono invece le perdite.

Nelle aree meridionali analizzate, le ondate di calore sono associate nel modello a riduzioni superiori al 5% delle catture complessive di specie commerciali, comprese specie pelagiche, demersali e invertebrati. Per i produttori bentonici, che vivono sul fondale e sostengono una parte della rete alimentare, le riduzioni relative superano in alcune zone il 15%. Non sono dati sulle catture effettivamente registrate nei porti, ma stime ottenute confrontando scenari ecosistemici con e senza ondate di calore.

Lo stesso studio rileva inoltre che negli ultimi anni gli eventi estremi hanno interessato con maggiore frequenza anche profondità di 150 metri e il fondale marino. Questo riduce la possibilità per alcune specie di trovare temperature più favorevoli semplicemente scendendo in profondità.

Il mare in laboratorio, un ecosistema in miniatura per produrre plancton

Il risultato può essere una progressiva redistribuzione delle specie. Alcune diventano più comuni dove prima erano rare, altre arretrano. Per la pesca significa poter trovare quantità e specie diverse rispetto al passato anche nelle stesse aree.

Gli organismi ancorati al fondale hanno meno possibilità di adattarsi attraverso lo spostamento. Gorgonie, spugne, coralli e molluschi sono infatti tra i gruppi più vulnerabili alle ondate di calore marine prolungate.

Quando il plancton cambia, cambia la catena alimentare

Mare più caldo non significa automaticamente più alghe. Temperatura, luce, nutrienti, salinità e rimescolamento dell’acqua determinano quali organismi vengono favoriti.

Un esperimento pubblicato su Scientific Reports nel 2023 ha studiato una comunità naturale di plancton nella laguna mediterranea di Thau, in Francia. I ricercatori hanno simulato due ondate di calore consecutive di cinque giorni, mantenendo l’acqua a 5 °C sopra quella dei campioni di controllo. Durante la prima ondata di calore la concentrazione di clorofilla-a, utilizzata come indicatore della biomassa fitoplanctonica, è risultata più alta del 37%. Durante la seconda l’aumento è stato del 18%, mentre nel periodo immediatamente successivo del 22%. La risposta, tuttavia, non è stata identica nei due episodi. Nell’intero esperimento la differenza media della clorofilla non è risultata statisticamente significativa.

È cambiata invece anche la composizione del fitoplancton. Alcuni gruppi, tra cui cianobatteri e clorofite, sono stati favoriti rispetto ad altri. Il fitoplancton è alla base di gran parte della catena alimentare marina. Una variazione della sua composizione può quindi modificare le risorse disponibili per zooplancton, piccoli pesci e specie predatrici.

Le fioriture dipendono inoltre dalla disponibilità di nutrienti. Azoto e fosforo provenienti, tra l’altro, da attività agricole e scarichi possono favorire una crescita molto intensa del fitoplancton. Quando questa biomassa muore e viene decomposta dai microrganismi, aumenta il consumo di ossigeno.

Il caldo toglie ossigeno al mare

La temperatura modifica direttamente la quantità di ossigeno che può rimanere disciolta nell’acqua: più l’acqua è calda, minore è la sua capacità di trattenere ossigeno.

Allo stesso tempo il metabolismo di molti organismi aumenta con la temperatura, facendo crescere il loro fabbisogno di ossigeno. Il riscaldamento degli strati superficiali può inoltre rafforzare la stratificazione della colonna d’acqua. Quando le acque calde superficiali si mescolano meno con quelle profonde, diminuisce il ricambio di ossigeno verso il fondale.

Nell’esperimento condotto nella laguna di Thau, le concentrazioni di ossigeno disciolto durante e dopo le due ondate di calore simulate sono risultate tra il 3% e il 6% inferiori rispetto ai campioni non riscaldati.

Su scala mediterranea entrano in gioco correnti, profondità, vento, nutrienti e caratteristiche locali. L’Agenzia europea dell’ambiente stima, comunque, che circa il 24% dell’area mediterranea effettivamente valutata presenti concentrazioni inferiori a 6 milligrammi di ossigeno per litro, soprattutto nelle zone costiere.

La soglia non indica automaticamente una “zona morta”. Concentrazioni inferiori a 6 mg/l possono però rappresentare condizioni di stress per alcuni organismi, mentre livelli ulteriormente più bassi possono diventare incompatibili con la sopravvivenza delle specie più sensibili.

Tra il 2000 e il 2023, nel 91% delle stazioni marine europee analizzate dall’Eea non emerge una tendenza statisticamente significativa dell’ossigeno disciolto; il 7% registra invece una diminuzione. La copertura del monitoraggio resta incompleta e non consente di estendere automaticamente questi risultati all’intero Mediterraneo.

Il rischio aumenta quando più fattori si sommano: acqua molto calda, forte stratificazione, eccesso di nutrienti e decomposizione di grandi quantità di materia organica possono portare alla ipossia, cioè a concentrazioni di ossigeno insufficienti per molti organismi.

Il record dei 27,07 °C non significa quindi che il Mediterraneo abbia superato una soglia oltre la quale la vita marina entra automaticamente in crisi. Segnala però che un’area molto estesa del bacino è rimasta eccezionalmente calda. Per pesci, plancton e organismi del fondale il fattore decisivo è soprattutto la durata. Più a lungo l’acqua resta sopra i valori normali, maggiore è la pressione sugli ecosistemi e minore il tempo disponibile per recuperare tra un’ondata di calore e la successiva.

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