Dal 24 luglio 2026, la Cina ha imposto una tassa del 20% sui trust offshore detenuti dai suoi residenti fiscali. La particolarità di questa normativa è che si applica in tre momenti differenti della vita di un trust offshore, rendendo la tassazione complessiva molto più pesante rispetto a un singolo prelievo. Il prelievo si applica dalla creazione del trust alla sua liquidazione e ha effetto retroattivo dal 2023.
I contribuenti coinvolti hanno tempo fino al 22 ottobre 2026 — un periodo di grazia di 90 giorni — per dichiarare e regolarizzare la propria posizione senza incorrere in sanzioni per il ritardo. L’obiettivo dichiarato di Pechino è chiaro: colpire l’evasione fiscale dei grandi patrimoni cinesi che, per anni, hanno usato veicoli societari offshore (ovvero aperti in un altro Stato) per proteggere i propri asset dal fisco nazionale.
A introdurre la nuova normativa sono stati il Ministero delle Finanze cinese (Mof) e l’Amministrazione Statale della Tassazione (Sta), attraverso l’Annuncio No. 21 del 2026, pubblicato ed entrato immediatamente in vigore il 24 luglio. Sia l’entrata in vigore immediata che la retroattività sono elementi non riproducibili nei Paesi occidentali, dove però aumenta la pressione per tassare i super ricchi.
A volte sono persino loro a chiederlo, come successo in Uk:
Cosa è la nuova tassa e come funziona
La prima fase riguarda il trasferimento degli asset nel trust. Quando un residente fiscale cinese sposta beni — azioni, immobili o altri strumenti finanziari — all’interno di un trust offshore, questa operazione viene trattata fiscalmente come una vendita. Si paga quindi il 20% sulla plusvalenza generata, calcolata come differenza tra il valore di mercato al momento del trasferimento e il costo originario di acquisto, al netto delle spese ragionevoli sostenute.
La seconda fase riguarda il reddito prodotto dal trust durante la sua esistenza. Ogni anno, dividendi, interessi e plusvalenze generati dal patrimonio in trust vengono tassati al 20%. Il dettaglio più rilevante è che questa tassa si applica anche se il reddito non viene distribuito ai beneficiari, ma resta accantonato all’interno della struttura: viene comunque attribuito fiscalmente al fondatore del trust (il cosiddetto settlor), non al trust in quanto entità separata.
La terza fase riguarda la distribuzione degli asset o la liquidazione definitiva del trust. In questo momento, si applica un’ulteriore tassa del 20% su tutte le plusvalenze realizzate dalla vendita del patrimonio detenuto.
Tre fasi, tre tasse al 20%
Facciamo un esempio per chiarire meglio il meccanismo della tassa.
Se un individuo trasferisce in un trust offshore azioni acquistate originariamente a 1 milione di yuan, e queste azioni al momento del trasferimento valgono 5 milioni di yuan, la plusvalenza imponibile è di 4 milioni di yuan. La tassa del 20% su questa cifra corrisponde quindi a 800.000 yuan da versare al fisco cinese, solo per la fase di trasferimento iniziale. Lo stesso principio si applica, separatamente, al reddito annuale generato dal trust e, in seguito, alle plusvalenze maturate al momento della liquidazione.
Retroattività dal 2023
Uno degli aspetti più delicati della normativa è la sua applicazione retroattiva: le regole valgono per gli asset trasferiti in trust offshore a partire dal 1° gennaio 2023. Questo significa che i contribuenti devono ricostruire, dichiarare e versare le tasse arretrate su operazioni compiute negli ultimi anni, non solo su quelle future. Il periodo di grazia di 90 giorni, che si chiude il 22 ottobre 2026, rappresenta l’unica finestra utile per regolarizzare la propria posizione senza subire sanzioni aggiuntive legate al ritardo nella dichiarazione.
Cosa cambia per i super ricchi cinesi
Si tratta di una batosta fiscale per i cinesi che hanno costruito strutture offshore negli anni scorsi. Con la nuova legge voluta da Xi Jinping, i trust offshore smettono di essere uno strumento efficace per sottrarre asset alla tassazione cinese. Alle tre fasi di prelievo si aggiunge la pressione temporale (appena 90 giorni per mettere in ordine anni di posizioni fiscali complesse).
Per chi ha green card o passaporto estero
Un punto spesso sottovalutato riguarda la definizione di “residente fiscale“. Possedere una green card statunitense o un passaporto estero non esonera automaticamente dall’applicazione di questa tassa. Se il cosiddetto “centro di interessi economici” di una persona resta in Cina, questa può comunque essere considerata residente fiscale cinese a tutti gli effetti, e quindi soggetta alla nuova normativa sui trust offshore, indipendentemente dalla cittadinanza formale detenuta.
Per Hong Kong e gli altri hub finanziari
Con la tassa sui super ricchi, Pechino colpisce anche Hong Kong, da sempre uno dei principali snodi utilizzati dai facoltosi cinesi per costituire trust offshore, grazie al suo sistema fiscale che tassa solo il reddito generato localmente. La nuova normativa cinese cambia gli equilibri: se il fondatore del trust è un residente fiscale cinese, la tassazione si applica indipendentemente dalla giurisdizione in cui il trust è stato costituito, riducendo così l’attrattiva di Hong Kong come piazza di protezione patrimoniale. Il settore del wealth management, incluse le banche con clientela collegata alla Cina continentale, si sta già preparando a gestire un’ondata di richieste di conformità da parte dei clienti coinvolti.
Perché la Cina lo sta facendo ora
Diversi fattori economici e politici convergono dietro questa stretta normativa. Sul piano del bilancio pubblico, la Cina ha bisogno di aumentare le proprie entrate fiscali per compensare un deficit crescente, in un contesto aggravato dalla prolungata crisi del settore immobiliare, che per anni ha rappresentato una fonte primaria di introiti per le amministrazioni locali. Tassare i grandi patrimoni offre a Pechino un canale di entrate alternativo, che non grava direttamente sulla classe media.
Sul piano politico, la misura si inserisce in una campagna più ampia contro corruzione ed evasione fiscale, con l’obiettivo dichiarato di ridurre le disuguaglianze economiche interne e di rafforzare il controllo sui capitali cinesi detenuti all’estero, spesso sfuggiti finora a una tracciabilità efficace da parte delle autorità.
Le reazioni: shock, corsa ai consulenti, possibile esodo
L’annuncio ha colto di sorpresa buona parte della comunità dei grandi patrimoni cinesi. Molti individui coinvolti non si aspettavano un intervento normativo così articolato, e la complessità delle nuove regole ha generato non poca confusione su come regolarizzare la propria posizione.
Nelle ultime settimane, si è scatenata una vera corsa verso consulenti fiscali e studi legali specializzati, chiamati a orientare i clienti tra le scadenze, i calcoli delle plusvalenze arretrate e le implicazioni sulle diverse fasi previste dalla legge.
Non manca, tuttavia, una preoccupazione più strutturale: alcuni analisti temono che l’inasprimento fiscale possa spingere una parte dei grandi patrimoni cinesi a trasferirsi definitivamente all’estero, cercando giurisdizioni con un trattamento fiscale più favorevole. In risposta a questo rischio, il governo cinese sta contestualmente rafforzando i controlli sui movimenti di capitale in uscita dal Paese.
La tassazione sui trust offshore negli altri Paesi
Sul piano internazionale, questa mossa normativa non isola la Cina, ma, anzi, la allinea a pratiche già diffuse altrove. Gli Stati Uniti, ad esempio, dispongono da tempo di normative equivalenti sui trust offshore, come gli obblighi di dichiarazione Fbar e Fatca, basati sul principio della tassazione del reddito mondiale per i propri residenti fiscali. Anche diversi Paesi europei applicano meccanismi di tassazione simili sui trust offshore, supportati dal sistema di scambio automatico di informazioni fiscali (Crs) adottato a livello comunitario.
Resta il caso specifico di Hong Kong, che pur mantenendo un proprio sistema fiscale territoriale — che tassa esclusivamente il reddito prodotto localmente — non ha la possibilità di bloccare l’applicazione della normativa cinese nei confronti dei propri residenti fiscali che vi abbiano costituito strutture offshore.
La fine di un’era per i trust offshore cinesi
Come sintetizzato da un’analisi pubblicata da Caixin Global, “le nuove regole pongono fine a un’era di supervisione vaga, prendendo di mira esplicitamente le strutture a lungo usate dagli individui con alto patrimonio netto per proteggere asset globali”.
La Cina ha chiuso il rubinetto dei trust offshore. Per i super ricchi cinesi, questa normativa segna la fine di un’epoca di relativa opacità fiscale. Per Pechino, rappresenta uno strumento concreto per aumentare le entrate pubbliche e ridurre le disuguaglianze economiche interne. Sullo sfondo, resta aperta la domanda più delicata: quanto capitale, e quante persone, lasceranno il Paese per fare fortuna altrove.
