C’è una presenza invisibile, silenziosa e quasi universale che ci accomuna tutti: i Pfas. Le chiamano “sostanze chimiche eterne” perché, una volta create dall’uomo e rilasciate nell’ambiente, non si degradano praticamente mai, accumulandosi nel terreno, nell’acqua e, infine, nel nostro corpo. Un nuovo studio, uno dei più vasti mai condotti su questo tema, ha gettato una luce inquietante sulla portata di questa contaminazione: il 98,8% delle persone testate presenta Pfas nel sangue.
L’effetto “cocktail”
La vera novità della ricerca, pubblicata sul Journal of Occupational and Environmental Hygiene e condotta dai Nms Labs, non è solo la conferma della diffusione capillare di queste sostanze, ma la modalità con cui si presentano. Non siamo esposti a un solo tipo di Pfas, ma a complessi “mix chimici”: è per questo che spesso sentiamo parlare di “cocktail” di inquinanti.
Dall’analisi di oltre 10.500 campioni di sangue, è emerso che la stragrande maggioranza degli individui (98,5%) trasporta contemporaneamente più tipi di queste sostanze. Solo una piccolissima frazione dei campioni (lo 0,18%) conteneva un unico tipo di Pfas. Nella maggior parte dei casi, i ricercatori hanno trovato combinazioni di cinque o più sostanze diverse che circolano insieme nel sistema circolatorio.
Perché queste sostanze sono ovunque?
I Pfas (sostanze per- e polifluoroalchiliche) sono una famiglia di circa 10.000 composti chimici sintetici, utilizzati fin dagli anni ’40 per le loro straordinarie proprietà idrorepellenti, oleorepellenti e di resistenza al calore. Le fonti di esposizione sono disseminate nella nostra quotidianità:
- Utensili da cucina antiaderenti.
- Abbigliamento impermeabile e tessuti antimacchia.
- Imballaggi alimentari.
- Elettronica e attrezzature mediche.
- Schiume antincendio.
Questa onnipresenza ha fatto sì che i Pfas finissero nel cibo che mangiamo e nell’acqua che beviamo, rendendo l’esposizione praticamente inevitabile per la popolazione globale.
I rischi per la salute
La scienza sta ancora cercando di mappare i pericoli di ogni singolo composto, ma i dati già disponibili sono allarmanti. Studi precedenti hanno collegato l’esposizione ai Pfas a gravi complicazioni per la salute, tra i quali: tumori, infertilità e problemi nello sviluppo e nella riproduzione, colesterolo alto, indebolimento del sistema immunitario, interferenze con il sistema endocrino e la tiroide.
La dottoressa Laura Labay, tossicologa e autrice principale dello studio, ha sottolineato come l’esposizione raramente avvenga in isolamento. Il fatto che le persone portino nel corpo “fardelli chimici” composti da più molecole è cruciale, poiché queste sostanze possono avere effetti additivi o sinergici, potenziando reciprocamente la loro tossicità.
Da DuPont ai giorni nostri
La storia dei Pfas è segnata da battaglie legali e disastri ambientali. Uno dei casi più noti citati nella ricerca riguarda lo stabilimento DuPont a Parkersburg, in West Virginia, Negli Stati Uniti, dove l’uso di Pfoa, uno dei tipi di Pfas, impiegato nella produzione del Teflon ha portato a malattie diffuse tra i residenti e a una transazione legale da 670 milioni di dollari nel 2017.
Casi simili si ripetono anche oggi: lo Stato del New Mexico ha avviato lo scorso anno un’azione legale contro l’aeronautica militare statunitense (U.S. Air Force) per la contaminazione da Pfas che ha inquinato l’acqua potabile e costretto alla morte migliaia di mucche. E anche nel nostro Paese si sono verificati casi simili. In Italia, infatti, il caso Miteni in Veneto rappresenta uno dei più gravi disastri ambientali, con la contaminazione della seconda falda acquifera più grande d’Europa. La storica sentenza di Vicenza del 2024 ha condannato undici ex dirigenti a un totale di 141 anni di carcere per avvelenamento delle acque e disastro ambientale. L’inquinamento ha colpito oltre 300.000 cittadini, causando, secondo le stime, circa 4.000 decessi in trent’anni a causa di queste sostanze “eterne”. Grazie alla spinta del movimento “Mamme No Pfas”, il tribunale ha applicato il principio “chi inquina paga”, segnando un punto di svolta giuridico. Ma la bonifica del territorio è ancora ferma e i costi per il ripristino ambientale sono stimati in 180 milioni di euro.
Un cambio di paradigma nella prevenzione
Fino ad oggi, i test e le normative si sono spesso concentrati sulla misurazione di una sostanza alla volta. Tuttavia, i risultati di questa ricerca spingono verso un approccio basato sulle miscele.
Le autorità di regolamentazione, come Environmental Protection Agency negli Stati Uniti, stanno iniziando a considerare i Pfas non solo come singoli inquinanti, ma come gruppi di sostanze che agiscono insieme. Valutare il rischio cumulativo è diventata la nuova priorità per proteggere la salute pubblica.
“Speriamo che questi risultati aiutino a informare i futuri sforzi di valutazione del rischio e a guidare la ricerca sulle miscele di Pfas”, ha dichiarato la dottoressa Labay. La sfida del futuro non sarà solo capire quanto Pfas abbiamo nel sangue, ma comprendere cosa accade quando queste “sostanze eterne” si mescolano tra loro, creando un’eredità chimica con cui dovremo fare i conti per le generazioni a venire.
