Di fronte alle sfide incrociate della crisi climatica e delle tensioni geopolitiche, l’Italia cerca risposte concrete nel proprio paesaggio. Al centro di questa trasformazione c’è l’agrivoltaico sostenibile, un modello che non si limita a installare pannelli nei campi, ma punta a riscrivere il rapporto tra uomo, energia e terra. Ce ne parla la dottoressa Alessandra Scognamiglio, presidente di Aias (Associazione Italiana Agrivoltaico Sostenibile) e coordinatrice della Task Force dedicata di Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), che ha così illustrato la necessità di un cambio di paradigma etico e progettuale.
Oltre la logica estrattiva: un “kit di sopravvivenza”
Il primo punto che Scognamiglio tiene a chiarire con Prometeo 360 Adnkronos è la distinzione tra pura speculazione e reale sostenibilità. Spesso, infatti, la diffidenza nasce da progetti calati dall’alto: “Si sente spesso parlare di speculazione energetica, e questo concetto è associato ad una logica estrattivista che sfrutta le risorse di un territorio per generare un profitto i cui benefici ricadono su pochi, e lascia una trasformazione del paesaggio mal digerita dalle comunità locali”.
L’agrivoltaico sostenibile, al contrario, deve essere visto come un fattore abilitante. Immaginando scenari di scarsità idrica o energetica, la presidente sottolinea come questa tecnologia sia, nei fatti, “un abilitatore non solo di agricoltura, ma in generale di vita”. In un mondo segnato da conflitti legati alle risorse fossili, la decentralizzazione diventa un valore politico: “Un approccio che de-centralizzi la generazione energetica, e che in più riesca a confinare in un dominio spaziale definito autosufficienza energetica ed alimentare, prima ancora che essere una soluzione, è uno strumento di pace e di democrazia. Dovrebbe essere un kit di sopravvivenza di cui tutti dovremmo essere dotati”.
L’alleato dell’agricoltore nel caos climatico
Non si tratta di scegliere tra cibo ed energia, ma di farli cooperare per proteggere il settore primario dalle incertezze del clima. “L’agrivoltaico “protegge”. Protegge le colture da grandine, brina, colpi di calore e troppo sole; protegge gli agricoltori quando le annate non sono favorevoli ed il solo reddito agricolo non è sufficiente”.
Ma l’integrazione tecnologica va oltre la semplice ombra dei pannelli. Scognamiglio spiega come la sensoristica avanzata permetta di monitorare i parametri fisici e ambientali, garantendo una “produzione agricola di qualità alta che favorisce l’accesso a mercati “premium”” e abilitando migliorie come i sistemi di dissalazione dell’acqua alimentati direttamente in loco.
Progettare il paesaggio con “cura”
Uno dei messaggi più forti lanciati dalla dottoressa riguarda l’estetica e la filosofia della progettazione. Superando il concetto di “compensazione” per i danni ambientali, Scognamiglio invoca un approccio ispirato al pensiero di Heidegger: “L’agrivoltaico non deve essere pensato come un impianto, ma come un progetto di territorio e di paesaggio capace di migliorare l’ambiente in cui viviamo. In questo penso al concetto di Abitare, il cui tratto fondamentale è la Cura. Gli impianti agrivoltaici devono diventare spazi abitabili ed abitati”.
Questa visione si traduce in esempi concreti già attivi o in fase di realizzazione:
- A Castelguglielmo, in provincia di Rovigo, in Veneto, l’agrivoltaico diventa leva per il ripristino ecologico con aree umide e percorsi per il cicloturismo.
- A Faenza, in provincia di Ravenna, in Emilia-Romagna, l’”Energy Park” integra pannelli e una foresta urbana ad altissima densità arborea per massimizzare la biodiversità.
- La Vigna Agrivoltaica di Comunità: un impianto realizzato nel 2010, intorno al quale si è raccolta un’intera comunità per dare vita ad un progetto collettivo, che vede adesso i risultati con le prime bottiglie di vino agrivoltaico presenti sul mercato. Un impianto inoltre studiato da tempo, che dimostra come la presenza dell’agrivoltaico (moduli, sistemi di irrigazione, sistemi di monitoraggio) consenta di preservare la coltura della vite e di orientarla verso rese migliori in un’area sempre più colpita da fenomeni di siccità.
La sfida della governance e l’accettazione sociale
Nonostante le idee e i progetti, il percorso per la sua piena attuazione resta complesso, soprattutto a causa di una burocrazia che fatica a interpretare le specificità locali, come nel caso delle aree Unesco. Scognamiglio descrive il tema come “squisitamente trans-scalare e trans-disciplinare”, aggiungendo che per superare i blocchi normativi “si tratta di pensare con una mente nuova”.
Fondamentale, in questo processo, è il ruolo dei Comuni e dei cittadini, che non possono essere l’ultimo anello della catena decisionale. “La logica dell’accettazione va superata a vantaggio di un processo in cui le comunità non debbano essere interpellate a valle, ma a monte2, osserva, citando la difficoltà dei sindaci che spesso si trovano a dover gestire decisioni già prese senza margini di mediazione.
Il futuro: qualità o fallimento
La scommessa di Aias, quindi, per i prossimi anni si gioca sulla credibilità. Scognamiglio conclude con un monito chiaro: “Sarà sul campo che si vedrà se l’agrivoltaico può essere una soluzione. La diffusione di buoni impianti, che funzionino bene e che non siano stridenti con il paesaggio, sarà la maggiore spinta alla sua adozione”. Il rischio, altrimenti, è di ricadere in modelli obsoleti: “Se prevarrà la realizzazione di impianti che non si staccano abbastanza dal concetto di “fotovoltaico a terra” — impianti monofunzionali e monosegnici — la credibilità dell’approccio sarà compromessa”.
La strada è dunque tracciata: un lungo percorso di condivisione dove energia e agricoltura devono trovare “i modi giusti per stare insieme”, generando benefici reali e percepiti da tutta la collettività.