Clima, il mondo verso +1,5°C entro il 2030: cosa significa superare la soglia simbolo dell’Accordo di Parigi

Gli Indicators of Global Climate Change fotografano un pianeta che trattiene sempre più calore
12 Giugno 2026
4 minuti di lettura
Uomo si ripara dal sole durante una giornata di caldo intenso
Immagine di archivio (Canva)

Il mondo è ormai a pochi decimi dal limite climatico più famoso e più discusso: 1,5°C sopra i livelli preindustriali. E, continuando a emettere gas serra ai ritmi attuali, potrebbe superarlo intorno al 2030.

È il dato centrale del nuovo aggiornamento degli Indicators of Global Climate Change: il riscaldamento causato dall’uomo ha raggiunto 1,37°C nel 2025. La soglia indicata dall’Accordo di Parigi non è quindi più un orizzonte lontano, ma una scadenza ravvicinata. Non a fine secolo, non in uno scenario remoto, ma dentro il calendario dei piani climatici già approvati da governi, città e imprese.

Il rapporto, arrivato alla quarta edizione, è stato realizzato da oltre 70 scienziati di 56 istituzioni in 17 Paesi e monitora gli indicatori chiave della crisi climatica: emissioni, concentrazioni di gas serra, temperatura globale, bilancio energetico della Terra, livello dei mari, calore accumulato dagli oceani.

A rafforzare l’allarme c’è anche la World Meteorological Organization: tra il 2026 e il 2030 c’è una probabilità del 91% che almeno un anno superi temporaneamente la soglia di 1,5°C. Un singolo anno oltre il limite non equivale ancora alla violazione definitiva dell’obiettivo di Parigi, che si misura sulle medie di lungo periodo. Ma è chiaro che il margine si stia assottigliando.

E quel margine, nel linguaggio degli scienziati, ha anche una cifra: secondo il rapporto, dall’inizio del 2026 il budget globale di carbonio compatibile con 1,5°C è sceso a circa 130 miliardi di tonnellate di CO2. Ai livelli attuali di emissioni, si esaurirebbe in circa tre anni.

Il budget di carbonio si consuma in tre anni

Il budget di carbonio è, in sostanza, il margine rimasto: quanta CO2 il mondo può ancora emettere cercando di mantenere il riscaldamento entro 1,5°C. Non è una cassaforte precisa al grammo, ma è uno degli strumenti più chiari per capire quanto poco spazio resti.

Nel nuovo aggiornamento, quel margine viene stimato in 130 miliardi di tonnellate di CO2 dall’inizio del 2026. Il problema è che le emissioni continuano a correre. Nel 2024, le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto un nuovo record: 56,8 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. A spingerle sono ancora soprattutto i combustibili fossili.

Il risultato è che le concentrazioni dei principali gas serra continuano ad aumentare. La CO2 è arrivata a 425,6 parti per milione; crescono anche metano e protossido di azoto. È il meccanismo di base della crisi climatica: più gas serra restano in atmosfera, più calore viene trattenuto, più il sistema climatico si sbilancia.

Il dato sui tre anni serve proprio a rendere concreta una formula spesso astratta. Dire che il limite di 1,5°C è vicino può sembrare l’ennesimo allarme. Dire che il budget compatibile con quella soglia, ai ritmi attuali, dura circa tre anni è un’altra cosa. Trasforma la soglia di Parigi in una scadenza molto meno diplomatica e molto più contabile.

La buona notizia, ricordano gli autori del rapporto, è che le soluzioni esistono già: rinnovabili, elettrificazione, efficienza energetica, riduzione dell’uso di carbone, petrolio e gas. La cattiva è che la velocità con cui vengono adottate non basta ancora a piegare la curva delle emissioni globali.

Il pianeta trattiene sempre più calore

Il rapporto non misura solo quanto gas serra emettiamo. Misura anche che cosa sta succedendo al sistema Terra. Uno degli indicatori più importanti è lo squilibrio energetico terrestre: la differenza tra l’energia che entra nel pianeta e quella che riesce a uscire.

Secondo gli scienziati, questo squilibrio è più che raddoppiato negli ultimi decenni e ha raggiunto un livello record. In termini semplici: la Terra sta accumulando calore più velocemente e quel calore non resta in un unico posto: finisce negli oceani, nell’atmosfera, nei ghiacci, nei suoli, negli ecosistemi.

Gli oceani assorbono gran parte del calore in eccesso. Per questo il riscaldamento del mare è uno dei segnali più importanti della crisi climatica. Nel 2025 il livello globale del mare ha raggiunto un nuovo massimo: 23 centimetri in più rispetto al 1901. Non è solo una questione di centimetri già accumulati, ma di ritmo: l’innalzamento accelera, spinto dal riscaldamento dell’acqua e dalla perdita di ghiaccio.

C’è poi il capitolo delle ondate di caldo marine, uno degli indicatori aggiunti nel rapporto di quest’anno. I giorni colpiti da questi eventi sono più che triplicati a livello globale tra il 1991 e il 2025. Solo nel 2025, il mondo ha registrato 65 giorni di ondate di caldo marine.

È un dato meno immediato rispetto alle temperature percepite in città, ma molto concreto. Le ondate di caldo marine danneggiano ecosistemi, stock ittici, barriere coralline e catene alimentari. Possono alterare i rapporti tra oceano e atmosfera e influenzare fenomeni che poi ricadono anche sulla terraferma.

Il caldo, però, non aumenta solo nelle medie: le temperature massime dell’ultimo decennio sono state quasi mezzo grado più alte rispetto al decennio precedente. Non significa soltanto “anni più caldi”, ma picchi più duri da gestire. E sono proprio i picchi, più della media, a mettere in crisi persone, città, colture e infrastrutture.

Oltre 1,5°C, il conto diventa più salato

Superare la soglia non significa entrare all’improvviso in uno scenario apocalittico. Significa però aumentare la frequenza e l’intensità degli eventi che già oggi mettono sotto pressione territori, servizi pubblici ed economie.

Il caldo pesa sulla sanità, soprattutto durante le ondate più lunghe e nelle notti in cui le temperature restano alte. Le piogge intense mettono alla prova fognature, argini, sottopassi e quartieri costruiti in aree fragili. La siccità riduce la disponibilità d’acqua per agricoltura, industria e consumi domestici. Grandine, incendi, frane e alluvioni entrano sempre più spesso nei bilanci di famiglie, imprese e assicurazioni.

Il nodo è che adattarsi costa, ma non adattarsi costa di più. Servono città più ombreggiate, reti idriche meno disperse, edifici capaci di reggere caldo e piogge estreme, sistemi di allerta più rapidi, piani sanitari per proteggere anziani, malati cronici e lavoratori esposti.

Qui il 2030 diventa più di una data simbolica. Era l’anno fissato per verificare tagli alle emissioni e tenuta delle politiche climatiche. Se proprio allora il mondo dovesse oltrepassare o sfiorare stabilmente 1,5°C, la scadenza delle promesse coinciderebbe con la misura del ritardo.

La partita, però, non finisce con il sorpasso. Ogni decimo di grado evitato resta una differenza concreta: meno giorni di caldo estremo, meno danni da riparare, meno raccolti persi, meno persone esposte. Il punto non è più soltanto difendere una soglia, ma impedire che il suo superamento diventi alto, lungo e irreversibile.

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