Dopo la Senna, il Tamigi. A Parigi la possibilità di tornare a nuotare nel fiume è diventata uno dei simboli ambientali più discussi dei Giochi olimpici: non solo una promessa d’immagine, ma il risultato di anni di interventi su depurazione, reti fognarie, gestione delle piogge e controllo della qualità dell’acqua. A Londra, dal 15 maggio 2026, il tratto del Tamigi tra Ham and Kingston, nel sud-ovest della capitale britannica, è entrato ufficialmente nell’elenco delle ‘designated bathing waters’ inglesi: non significa che tutto il fiume sia balneabile, ma che un punto preciso viene sottoposto a monitoraggio pubblico durante la stagione balneare. Il sito fa parte di un pacchetto più ampio: 13 nuovi luoghi di balneazione designati in Inghilterra, tra spiagge, estuari e corsi d’acqua interni.
Il tema interessa anche l’Italia, dove il dibattito sui fiumi urbani torna periodicamente: il Tevere a Roma, il Po a Torino, i Navigli e la Darsena a Milano. Ma il confronto con Parigi e Londra impone una distinzione: la balneabilità non è una suggestione urbanistica, né coincide con la riqualificazione delle sponde. È un regime di controlli, classificazioni, obblighi informativi e divieti quando i parametri sanitari non sono rispettati.
Dalla Senna al Tamigi
La Senna è il caso più simbolico. Per rendere possibile il ritorno della balneazione nel fiume parigino, la Francia ha investito in opere per ridurre l’impatto degli scarichi e delle piogge intense, uno dei problemi principali dei fiumi urbani. A pesare sono soprattutto le reti fognarie miste. Quando piove molto, il sistema può andare in sovraccarico e una parte delle acque finisce direttamente nei corsi d’acqua, aumentando la contaminazione microbiologica. La balneabilità, quindi, non dipende solo dal fiume in sé, ma dall’intero sistema urbano che lo alimenta.
Il Tamigi segue una strada diversa ma complementare: la designazione formale di singoli tratti. Il governo britannico ha confermato che i 13 nuovi siti saranno monitorati dall’Environment Agency a partire dalla stagione balneare 2026, che in Inghilterra va dal 15 maggio al 30 settembre. Ogni sito viene classificato annualmente in quattro classi: excellent, good, sufficient, poor. Se la qualità risulta “poor”, l’Environment Agency deve indagare le fonti di inquinamento e raccomandare misure correttive.
L’elenco dei nuovi siti non riguarda solo località marine. Include diversi corsi d’acqua: River Thames, River Avon, River Fowey, River Swale, River Waveney, River Dee. Nel pacchetto ci sono, tra gli altri, Ham and Kingston sul Tamigi, Pangbourne Meadow sul Tamigi, River Avon at Queen Elizabeth Gardens a Salisbury, Lostwithiel sul River Fowey, Falcon Meadow sul River Waveney, Sandy Lane Chester sul River Dee e River Swale above Richmond Falls.
La designazione non certifica un’acqua sempre sicura. Stabilisce però un obbligo: campionare, pubblicare i dati, costruire un profilo del sito, informare i cittadini e intervenire sulle fonti di contaminazione. Per ciascun sito, l’Environment Agency deve predisporre un ‘bathing water profile’ e individuare il punto di campionamento in base all’area dove entra in acqua il maggior numero di bagnanti. Le autorità locali devono fornire informazioni pubbliche sulla qualità dell’acqua, sulle possibili fonti di inquinamento e sugli avvisi durante gli episodi critici.
Tevere, Po e Navigli: a che punto sono le città italiane
In Italia il caso più vicino al modello Senna-Tamigi è Roma. A settembre 2025 il Campidoglio ha annunciato la costituzione di un tavolo tecnico interistituzionale per valutare la balneabilità del tratto urbano del Tevere. Il Comune ha indicato alcuni passaggi precisi: delimitazione geografica dell’area d’intervento, monitoraggio, analisi, infrastrutture e interventi necessari per la depurazione delle acque. Nella stessa comunicazione viene citata una criticità già individuata: l’area di confluenza tra Tevere e Aniene, definita principale vettore dei fattori inquinanti.
A gennaio 2026 il percorso è entrato in una fase più operativa. Roma Capitale ha annunciato la formazione di quattro gruppi di lavoro. Il primo, coordinato da Roma Capitale e Città Metropolitana, deve raccogliere i dati sulle azioni già realizzate e sulle progettazioni avviate o finanziate relative a Tevere e Aniene. Il secondo, seguito da Istituto Superiore di Sanità e ARPA Lazio, deve individuare e monitorare i contaminanti con possibile effetto sulla salute umana, compresi quelli ulteriori rispetto ai parametri previsti dalla normativa sulla balneazione. Gli altri due tavoli riguardano le caratteristiche idrologiche del fiume e il censimento degli scarichi, autorizzati e non, nel Tevere e nell’Aniene.
Questo è il punto più concreto oggi disponibile in Italia: non una dichiarazione di balneabilità, ma un’istruttoria tecnica per capire se la balneabilità sia possibile e a quali condizioni.
Sul Po torinese il tema non è nuovo. Già nel 1998 il Comune di Torino approvò il progetto preliminare “Po Pulito”, legato al dragaggio del fiume e inserito nel più ampio progetto Torino Città d’Acque. Allora l’amministrazione parlava esplicitamente di “obiettivo finale” della piena balneabilità e affidava alla Società Risorse Idriche sei mesi di monitoraggi sulle acque dei quattro fiumi cittadini, con l’obiettivo di definire un programma di interventi e investimenti. Il pacchetto comprendeva anche il censimento degli scarichi fognari della collina torinese, il censimento dei pozzi perdenti e la pulizia/manutenzione delle sponde.
Quel precedente è utile perché mostra che il tema della balneabilità del Po non nasce oggi. Ma segnala anche il problema: a distanza di quasi trent’anni, Torino non dispone di un sito urbano sul Po formalmente trattato come acqua di balneazione sul modello Tamigi. La città ha una lunga storia di rapporto con il fiume (navigazione, attività remiere, progetti di sponda) ma la balneazione resta un altro livello.
Anche il regolamento comunale torinese conferma la complessità del tema. Il Regolamento di Polizia Urbana prevede che il divieto di balneazione in fiumi e torrenti sia disposto dal sindaco con apposita ordinanza e dedica una sezione specifica alla navigazione fluviale. Sul Po, nel tratto a monte del ponte Vittorio Emanuele I, è consentita la navigazione da diporto esclusivamente con imbarcazioni a remi; a valle, invece, la navigazione è vietata salvo eccezioni autorizzate. La navigazione deve comunque essere sospesa durante i periodi di piena.
Questo passaggio serve a ricordare che la balneabilità fluviale non è solo una questione di batteri. Nei fiumi urbani contano anche sicurezza, correnti, piene, accessi, navigazione, ostacoli sommersi. Anche un’acqua microbiologicamente idonea può non essere adatta al bagno se il tratto non è gestito e sorvegliato.
A Milano, invece, il quadro è diverso. Il tema Navigli-Darsena è stato affrontato soprattutto come questione di riapertura, fruizione urbana, paesaggio, turismo e qualità ambientale. Nei documenti del dibattito pubblico sulla riapertura dei Navigli compare il tema della qualità dell’acqua e, nelle risposte tecniche, si distingue tra situazioni diverse: per il canale Martesana si afferma che la qualità delle acque è “compatibile con la balneazione”, mentre per altri tratti occorrerebbero valutazioni specifiche. Ma non risulta un iter comunale equivalente a quello romano, né una designazione di un tratto urbano dei Navigli o della Darsena come acqua di balneazione.
Cosa servirebbe davvero per rendere balneabili i fiumi urbani
Non esiste una ricetta unica, ma il confronto con Parigi e Londra indica alcune condizioni minime. Rendere balneabile un fiume urbano non significa “ripulirlo” una volta per tutte. Significa costruire un sistema capace di misurare, prevenire e, quando serve, vietare.
- Il primo passaggio sarebbe scegliere tratti realistici. Non “il Tevere balneabile” o “il Po balneabile”, ma uno o più punti precisi, con accessi controllabili, corrente compatibile, rischi fisici gestibili e fonti di inquinamento mappabili.
- Il secondo passaggio è il profilo di balneazione. Per ogni sito servirebbe ricostruire il bacino che lo influenza: scarichi civili, scolmatori, affluenti, fossi, acque meteoriche, pressioni agricole o industriali, presenza di sedimenti contaminati, aree di ristagno, rischi di piena. È la stessa logica che nel caso inglese porta alla predisposizione di un profilo delle acque di balneazione e all’individuazione del punto di campionamento dove effettivamente entrano in acqua i bagnanti.
- Il terzo passaggio riguarda i parametri. Per la balneazione contano soprattutto Escherichia coli ed enterococchi intestinali, indicatori di contaminazione fecale. È su questi valori che si costruisce il giudizio sanitario: eccellente, buono, sufficiente o scarso. Uno stato ecologico “buono” non basta, così come non basta un’acqua apparentemente limpida. La domanda decisiva è se, durante la stagione balneare e soprattutto dopo piogge intense, i valori microbiologici restino compatibili con il bagno.
- Il quarto passaggio è il censimento degli scarichi. Non a caso, nel percorso romano sul Tevere uno dei punti indicati dal Campidoglio riguarda proprio il censimento degli scarichi, autorizzati e non autorizzati, nel Tevere e nell’Aniene. Senza questa mappa non si può intervenire sulle cause. Si rischia di misurare il problema senza ridurlo.
- Il quinto passaggio è la gestione delle piogge. È il nodo comune a Senna, Tamigi e a qualunque fiume urbano italiano. Quando piove molto, le reti miste possono andare in sovraccarico e scaricare nei corsi d’acqua. In estate, invece, la siccità può ridurre le portate e quindi la capacità di diluizione degli inquinanti. Per questo la balneabilità fluviale è anche una politica di adattamento climatico: richiede reti fognarie più efficienti, laminazione delle acque meteoriche, vasche di accumulo, riduzione degli scolmatori e sistemi di allerta rapida dopo gli eventi estremi.
- Il sesto passaggio è la comunicazione. Un fiume urbano non può essere dichiarato balneabile in modo generico e permanente. La qualità può cambiare in poche ore. Servono dati accessibili, aggiornati, comprensibili, con indicazioni chiare: bagno consentito, sconsigliato o vietato.
- Il settimo passaggio è la sicurezza fisica. Nei fiumi urbani non c’è solo il problema della qualità dell’acqua. Ci sono correnti, piene improvvise, navigazione, ostacoli sommersi, accessi difficili, sponde non attrezzate. Anche un’acqua microbiologicamente idonea può essere pericolosa se il tratto non è gestito.
La conclusione è che in Italia non manca una base tecnica. Mancano, nei grandi fiumi urbani e siti pilota portati fino in fondo.
