L’agghiacciante pluriomicidio di Amendolara, dove quattro braccianti agricoli stranieri (tre afghani e uno pachistano), sono stati incendiati vivi in auto in una stazione di servizio è la faccia più evidente del caporalato. Che, nel frattempo, continua a mietere vittime nel silenzio (quasi) assoluto, come nel caso di Paul Neeraj, il bracciante indiano morto all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno dopo due settimane di agonia (qui per approfondire).
A poche ore dai disumani fatti di Amendolara, dall’altra parte dell’Italia meridionale, nel ghetto di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, l’attivista e scrittore maliano Soumaila Diawara pubblicava sul giornale investigativo L’Attacco una denuncia inquietante: i braccianti sarebbero stati drogati per ridurre la sensazione di stanchezza e aumentarne la produttività.
La denuncia di Diawara: il Royal-225 nei campi di Foggia
Soumaila Diawara è un attivista maliano, rifugiato in Italia, laureato in scienze giuridiche a Bamako, scrittore e autore di poesie. Ha attraversato il deserto e il Mediterraneo arrivando in Italia dopo il golpe del 2012 in Mali. Da anni lavora sul campo nei territori dove si concentra il lavoro agricolo informale e il caporalato, ed è considerato una delle voci più dirette sull’universo dei ghetti dell’Italia meridionale.
La sua inchiesta sul ghetto di Borgo Mezzanone, pubblicata su L’Attacco con un’intervista integrale alla redazione, descrive una pratica che va oltre il classico schema del caporalato: ai braccianti, stando al racconto di Diawara, viene somministrato un farmaco indicato come “Royal-225”, una sostanza che, secondo le testimonianze raccolte dall’attivista, servirebbe a prolungare la capacità lavorativa dei braccianti, riducendo il sonno e aumentando la resistenza fisica.
“Nel ghetto gira il Royal-225, che trasforma i lavoratori in zombie”, dichiara nell’intervista senza giri di parole. Diawara spiega come questa sia un’ulteriore arma utilizzata dal caporalato che non si accontenta di pagare poco, minacciare e costringere i lavoratori a vivere in condizioni disumane.
Dopo la sua denuncia, la senatrice del Movimento 5 Stelle Gisella Naturale ha chiesto chiarimenti sulla situazione nei campi foggiani.
Caporalato, ghetti, isolamento
Borgo Mezzanone, Rosarno, la Piana del Sele e tanti altri: i ghetti agricoli del Sud Italia funzionano secondo una logica strutturale che le cronache di punta riproducono quasi senza variazioni. I lavoratori migranti, spesso privi di documenti in regola, senza accesso a servizi e senza reti di protezione, vengono alloggiati in insediamenti informali in cambio di parte del salario già misero.
Il caporale gestisce l’accesso al lavoro, al trasporto, al cibo, alla casa. Chi non rispetta le regole del sistema viene escluso, intimidito o ucciso. Anche brutalmente.
Il fatto di Amendolara aggiunge un elemento nuovo e brutale: nella catena dello sfruttamento, anche i migranti stessi possono diventare sfruttatori. L’uomo che è sopravvissuto alla morte scappando dal portabagagli dell’auto ha detto che i due killer, di origine pachistana, “minacciavano con pistole e coltelli” i braccianti per costringerli a lavorare senza essere pagati.
Il nodo strutturale che le cronache non risolvono
La strage di Amendolara e la denuncia di Diawara sono l’ennesima pagina tragica di un sistema produttivo che si regge sulla vulnerabilità di esseri umani senza diritti. Il caporalato è reato dal 2016 in Italia, ma la norma fatica ad incidere su un mercato che si alimenta di immigrazione irregolare, paura di ritorsioni e sfruttamento di persone invisibili.
Le associazioni di categoria e i sindacati insistono su un punto: finché gran parte della filiera agricola italiana dipenderà da manodopera non tutelata, il caporalato continuerà a trovare spazio, togliendo la libertà, e spesso la vita, a chi è sbarcato in Italia sognando un futuro migliore.
