L’esposizione ad alte temperature durante la gravidanza è associata a una riduzione della quota di nati maschi in Africa subsahariana e in India. È il risultato di uno studio pubblicato su Pnas, che ha analizzato quasi 5 milioni di nascite avvenute tra il 2000 e il 2022 in 33 Paesi dell’Africa subsahariana e in India, incrociando i dati sulle nascite con quelli sulle temperature massime giornaliere registrate nei luoghi di residenza delle madri.
Il rapporto tra maschi e femmine alla nascita, indicato dagli studiosi come sex ratio at birth, misura quanti bambini maschi nascono rispetto alle femmine. In molti Paesi, in assenza di forti squilibri sociali o sanitari, nascono in media 103-107 maschi ogni 100 femmine. Lo studio osserva che, nei contesti analizzati, l’aumento dei giorni con temperatura massima sopra i 20 °C durante la gestazione è associato a una riduzione della probabilità che il nato sia maschio. Il dato non significa che la temperatura determini il sesso del bambino, ma che il caldo può incidere sui processi biologici e sociali che influenzano quali gravidanze arrivano al parto.
Cosa hanno osservato i ricercatori
La ricerca utilizza i dati delle Demographic and Health Surveys e li collega a serie climatiche giornaliere ad alta risoluzione. Il campione comprende 2.981.905 nascite in Africa subsahariana e 1.977.013 nascite in India. Per ciascuna nascita, gli autori hanno ricostruito l’esposizione alla temperatura nel mese del parto e nei nove mesi precedenti, dividendo la gravidanza in tre trimestri. Le temperature sono state raggruppate in fasce: sotto i 15 °C, tra 15 e 20 °C, tra 20 e 25 °C, tra 25 e 30 °C e sopra i 30 °C. La fascia tra 15 e 20 °C è stata usata come riferimento.
Il valore di partenza del rapporto tra i sessi era diverso nelle due aree. In Africa subsahariana, il 50,87% dei nati nel campione era maschio, pari a 103,42 maschi ogni 100 femmine. In India, la quota maschile era più alta: 52,37%, pari a 109,96 maschi ogni 100 femmine. Questa differenza è rilevante perché in India il rapporto alla nascita è storicamente influenzato dalla preferenza per i figli maschi e dalla selezione prenatale in base al sesso, mentre in Africa subsahariana questo fenomeno è considerato molto meno diffuso.
Il risultato principale è che i giorni con temperatura massima superiore a 20 °C sono associati a una riduzione della probabilità di nascita maschile in entrambe le aree, ma con tempi e spiegazioni differenti. In Africa subsahariana l’associazione emerge soprattutto nel primo trimestre; in India soprattutto nel secondo trimestre. Per gli autori, questa differenza indica che il caldo può agire attraverso più meccanismi: in un caso tramite stress fisiologico e mortalità prenatale, nell’altro anche attraverso comportamenti riproduttivi legati alla selezione del sesso.
Africa subsahariana
In Africa subsahariana, un maggior numero di giorni caldi nel primo trimestre è associato a una minore probabilità che il nato sia maschio. Lo studio stima che un giorno aggiuntivo con temperatura massima tra 20 e 25 °C nel primo trimestre riduca la probabilità di nascita maschile di 0,022 punti percentuali; un giorno tra 25 e 30 °C la riduca di 0,023 punti percentuali; un giorno sopra i 30 °C di 0,017 punti percentuali. Gli autori traducono anche l’effetto su scala più leggibile: un aumento pari a una deviazione standard dei giorni sopra i 30 °C nel primo trimestre riduce il rapporto da 103,54 a 101,08 maschi ogni 100 femmine.
L’associazione è più evidente in alcuni gruppi. In Africa subsahariana riguarda soprattutto le nascite da madri residenti in aree rurali, con nessuna o bassa istruzione formale, e con quattro o più figli. Tra le madri rurali, per esempio, un giorno aggiuntivo sopra i 30 °C nel primo trimestre è associato a una riduzione di 0,027 punti percentuali della probabilità di nascita maschile. Tra le madri con nessuna o sola istruzione primaria, la riduzione stimata per un giorno sopra i 30 °C è di 0,028 punti percentuali.
Secondo gli autori, questi risultati sono coerenti con l’ipotesi che lo stress termico possa aumentare il rischio di perdita prenatale e che i feti maschili siano più vulnerabili ad alcuni shock nelle prime fasi della gravidanza. Lo studio cita possibili canali fisiologici: difficoltà di termoregolazione del corpo materno, disidratazione, alterazioni del flusso di sangue e ossigeno verso la placenta, squilibri ormonali e risposte infiammatorie. La ricerca non può però distinguere con certezza tra minore probabilità di concepimento maschile e maggiore mortalità prenatale maschile, perché per gran parte del campione non è disponibile la durata esatta della gestazione.
India
In India, l’associazione principale appare nel secondo trimestre. In particolare, un giorno aggiuntivo con temperatura massima tra 25 e 30 °C nel secondo trimestre è associato a una riduzione di 0,014 punti percentuali della probabilità di nascita maschile. Su scala più ampia, un aumento pari a una deviazione standard dei giorni tra 25 e 30 °C nel secondo trimestre riduce il rapporto da 109,95 a 108,81 maschi ogni 100 femmine.
La distribuzione degli effetti in India è diversa da quella osservata in Africa subsahariana. Le riduzioni sono concentrate tra madri con più di 30 anni, con nascite di ordine quattro o superiore e, in particolare, tra donne senza figli maschi precedenti negli Stati dell’India settentrionale, dove la preferenza per il figlio maschio è più forte. In questo sottogruppo, un giorno aggiuntivo con temperatura tra 25 e 30 °C nel secondo trimestre è associato a una riduzione di 0,183 punti percentuali della probabilità di nascita maschile.
Per spiegare questo risultato, gli autori considerano un meccanismo diverso da quello fisiologico osservato in Africa subsahariana. In India, dove la selezione prenatale contro le femmine ha storicamente contribuito a un rapporto più sbilanciato a favore dei maschi, il caldo potrebbe ridurre o ostacolare il ricorso ad aborti selettivi. Le temperature elevate possono incidere sulla mobilità, sui tempi di accesso ai servizi sanitari, sui costi e sulle decisioni familiari. Lo studio non trova prove che il caldo riduca il numero complessivo di visite prenatali, ma non può verificare se ne modifichi il calendario o se incida su specifiche finestre temporali.
Cosa dice (e cosa non dice) lo studio
Lo studio indica che la temperatura durante la gravidanza è associata a variazioni nel rapporto tra maschi e femmine alla nascita, ma non sostiene che il riscaldamento globale produrrà automaticamente un forte calo dei nati maschi. Gli stessi autori segnalano che, nei contesti analizzati, le future variazioni climatiche potrebbero non ridurre ulteriormente il rapporto tra i sessi, perché l’effetto osservato sembra legato soprattutto al passaggio sopra la soglia dei 20 °C, mentre in molte aree dell’Africa subsahariana e dell’India gran parte dell’aumento futuro riguarderà giorni già oltre i 30 °C.
La ricerca ha anche alcuni limiti. Non dispone per tutte le nascite della durata precisa della gravidanza, quindi, l’esposizione alla temperatura è ricostruita a partire dal mese di nascita. Non analizza direttamente il ruolo delle ondate di calore prolungate e non include in modo completo altri fattori ambientali, come umidità, rese agricole o condizioni locali di salute pubblica. Gli autori indicano questi aspetti come linee di ricerca future.
Il dato centrale resta che il caldo può essere collegato non solo a mortalità, produttività, migrazioni o raccolti, ma anche a indicatori prenatali. Il rapporto tra maschi e femmine alla nascita diventa così uno strumento per osservare effetti meno immediati della temperatura sulla salute materna, sulla sopravvivenza fetale e sui comportamenti riproduttivi.
