Le uova di gabbiano come spia dei Pfas: cosa raccontano gli uccelli marini sugli inquinanti eterni

Studi mostrano come i Pfas entrano nella catena alimentare marina e come alcuni composti siano diminuiti dopo restrizioni e phase-out
13 Maggio 2026
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Gabbiani

Le uova degli uccelli marini possono funzionare come archivi biologici. Non conservano soltanto il futuro di una colonia, ma anche tracce dell’ambiente attraversato dagli adulti: il mare in cui si nutrono, le coste che frequentano, le correnti che trasportano contaminanti, le attività industriali che per decenni hanno lasciato sostanze persistenti nell’acqua e nella catena alimentare.

Tra queste sostanze ci sono i Pfas, composti per- e polifluoroalchilici usati per rendere materiali e prodotti resistenti ad acqua, grassi, macchie e calore. Sono finiti in applicazioni molto diverse, dalle schiume antincendio ai trattamenti idrorepellenti, da alcuni processi industriali ai rivestimenti antiaderenti. La loro caratteristica più nota è anche quella che li rende problematici: persistono a lungo nell’ambiente, si degradano con difficoltà e possono accumularsi lungo le reti ecologiche.

Per questo le uova di gabbiani, sule e altri uccelli marini sono diventate strumenti utili per leggere l’inquinamento costiero e marino. Gli adulti accumulano contaminanti attraverso l’ambiente e la dieta; una parte può essere trasferita alle uova durante la riproduzione. Analizzarle permette di capire quali sostanze circolano nella catena alimentare, dove si concentrano e come cambiano nel tempo.

Negli ultimi anni diversi studi hanno usato proprio le uova di uccelli marini come sentinelle dei Pfas. In Spagna, un lavoro su colonie di gabbiani ha analizzato l’andamento di 17 Pfas tra il 2009 e il 2018, confermando il valore delle uova come bioindicatori della contaminazione nelle aree costiere. In Francia, uno studio sulle uova di gabbiano reale zampegialle raccolte nella baia di Marsiglia ha rilevato Pfas storici ed emergenti, con il Pfos lineare come composto più abbondante e la presenza di composti emergenti, tra cui solfonati e acidi fluorotelomerici (indicati con le sigle Fts e Ftca) e sostanze meno note come il Pfechs.

La novità più interessante arriva però da una lunga serie storica canadese. Uno studio recente pubblicato sul Journal of Applied Toxicology ha analizzato 17 Pfas nelle uova di sula bassana raccolte nel Golfo del San Lorenzo lungo un arco di tempo che va dal 1969 al 2024. Il lavoro guarda a oltre mezzo secolo di contaminazione e permette di osservare non solo la presenza dei Pfas, ma anche la loro traiettoria nel tempo.

Il dato che cambia il tono della storia è la curva. Alcuni Pfas storici sono aumentati dagli anni Sessanta fino al picco tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, quando l’uso industriale di questi composti era più diffuso. Poi sono diminuiti. Nel 2024, i livelli di Pfos nelle uova erano scesi da un picco di 100 parti per miliardo a 26 ppb, pari a un calo del 74%. Il Pfoa risultava in diminuzione di circa il 40%, mentre il Pfhxs era passato da 0,69 a 0,19 ppb, con una riduzione di circa il 72%.

Le uova come archivio chimico del mare

Le uova sono campioni particolari perché condensano molte informazioni in un punto preciso del ciclo vitale. Non fotografano soltanto il nido o l’isola in cui vengono deposte, ma anche l’esposizione degli adulti durante l’alimentazione e la fase riproduttiva. Nel caso degli uccelli marini, questo significa leggere un tratto più ampio di ambiente: aree di pesca, correnti, coste, porti, zone industriali, prede contaminate.

I gabbiani sono spesso considerati buoni bioindicatori perché frequentano ambienti diversi: mare, porti, discariche, aree urbane, zone protette e tratti costieri sottoposti a pressioni industriali. Le loro uova possono quindi restituire una mappa chimica di territori molto frequentati dall’uomo. Uno studio spagnolo su cinque colonie di gabbiani, ad esempio, ha valutato distribuzione geografica e trend decennali di Pfas nelle uova di due specie, mostrando come colonie diverse possano raccontare esposizioni diverse.

Un lavoro francese nella baia di Marsiglia aggiunge un altro tassello. I ricercatori hanno cercato più di 30 Pfas nelle uova di gabbiano reale zampegialle, includendo sia composti già noti sia molecole emergenti. Il risultato mostra la persistenza dei Pfas storici, ma anche la presenza di sostanze più recenti, che stanno entrando nel monitoraggio ambientale.

Il caso canadese delle sule bassane introduce invece una dimensione diversa: il tempo lungo. Le uova provenivano da Bonaventure Island, nel Québec, che ospita una grande colonia di sule. Il sistema del San Lorenzo ha ricevuto per decenni contaminanti provenienti anche da aree industriali a monte, incluse quelle legate al bacino dei Grandi Laghi. Analizzare le uova lungo 55 anni significa poter vedere quando le concentrazioni salgono, quando raggiungono un picco e quando iniziano a calare.

È qui che l’archivio biologico diventa anche archivio normativo. Le uova registrano l’espansione dell’uso industriale dei Pfas, ma anche le conseguenze delle restrizioni successive. Non sostituiscono le misure su acqua, sedimenti o emissioni, ma aggiungono una domanda più ecologica: cosa arriva davvero nella fauna selvatica e nella riproduzione?

Quando la curva dell’inquinamento cambia direzione

La parte più originale della serie storica canadese è che racconta una riduzione. Nel dibattito pubblico i Pfas sono spesso descritti come inquinanti eterni, presenti ovunque e destinati a restare. La definizione è corretta sul piano della persistenza, ma rischia di far sembrare immutabile ogni livello di contaminazione. I dati sulle uova di sula mostrano un quadro più dinamico: alcuni composti restano, ma le concentrazioni possono diminuire quando cambiano produzione, usi e scarichi.

Il calo osservato riguarda soprattutto Pfas storici sottoposti a forti pressioni regolatorie e industriali. Pfos e Pfoa sono stati al centro di phase-out, restrizioni e accordi volontari o regolatori negli ultimi decenni. Il Pfos è stato inserito nel 2009 nella Convenzione di Stoccolma, che richiede ai Paesi firmatari di limitarne produzione e uso. Anche l’evoluzione delle schiume antincendio, con la riduzione di prodotti contenenti Pfas in alcuni contesti, ha contribuito a tagliare fonti rilevanti di contaminazione idrica.

La sequenza ricostruita nello studio è quindi significativa: aumento dagli anni Sessanta, picco tra fine Novecento e primi anni Duemila, riduzione nei decenni successivi. Il dato del Pfos è il più evidente: da 100 ppb al picco a 26 ppb nel 2024. Anche il PFHxS scende nettamente, da 0,69 a 0,19 ppb. Il Pfoa mostra una diminuzione più contenuta, circa il 40%, con segnali di risalita negli anni recenti secondo la ricostruzione disponibile.

Il valore ambientale non sta solo nelle percentuali. Sta nel fatto che il cambiamento compare in una specie selvatica, in un ecosistema marino e lungo una serie storica molto estesa. Quando una sostanza persistente diminuisce nelle uova di un predatore marino, significa che la pressione ambientale di quel composto può ridursi abbastanza da diventare visibile nella catena alimentare.

Questo non trasforma i Pfas in un problema risolto. Indica però che “persistente” non significa “fuori da ogni controllo”. Le molecole già diffuse possono restare per decenni, ma le nuove immissioni possono calare. E, nel tempo, la fauna può registrare questa diminuzione.

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