“Non è una questione di carità. È una questione di responsabilità legale e morale”. Con queste parole il ministro degli Esteri del Nepal, Shisir Khanal, prova a invertire la logica internazionale dopo le inondazioni e le frane che hanno colpito il Paese himalayano. Dopo la tragedia, si è attivata la triste e necessaria “macchina dei soccorsi”, ma questa volta il Nepal vuole cambiare paradigma: non vuole che i danni climatici vengano trattati come una qualsiasi emergenza umanitaria, ma come la conseguenza di scelte politiche precise per cui deve esistere una responsabilità internazionale.
Secondo l’Istituto geologico degli Stati Uniti (Usgs), all’origine della disastrosa frana, c’è stato il crollo di un ghiacciaio ad alta quota, seguito da una colata di detriti che ha travolto i villaggi a valle.
Negli scorsi giorni anche il mondo ecclesiastico, tramite la Commissione Teologica Internazionale (Cti), ha insistito su questo aspetto inserendo per la prima volta il concetto di “peccato contro il creato e contro il Creatore” in merito all’attuale crisi climatica provocata dall’uomo.
Il governo nepalese ha chiesto 20 milioni di dollari al fondo delle Nazioni Unite per le perdite e i danni climatici, facendo leva sullo strumento creato nel 2022 nell’ambito dell’Accordo di Parigi. La richiesta arriva dopo un disastro che, secondo le attuali ricostruzioni, ha causato oltre 6.000 vittime tra deceduti e scomparsi. È una cifra molto inferiore alla stima complessiva dei danni e dei bisogni di ricostruzione, ma soprattutto è un segnale diplomatico: Kathmandu vuole che la discussione non riguardi solo quante risorse servano, bensì chi deve pagare quando la crisi climatica colpisce Paesi che hanno emesso una minima parte dei gas serra globali.
Come più volte analizzato su queste pagine, questo paradosso crea un doppio profilo di insostenibilità, ambientale e sociale. Il Nepal ne è un chiaro esempio: il Paese contribuisce a meno dello 0,1% delle emissioni mondiali di gas serra, ma si trova esposto a un insieme di rischi che, in un territorio montano, si amplificano a vicenda (scioglimento dei ghiacciai, piogge estreme, piene improvvise, frane e danneggiamento delle infrastrutture essenziali).
Dalla logica del soccorso a quella della responsabilità storica
La trasformazione proposta dal Nepal è sostanziale. L’aiuto umanitario si fonda sulla disponibilità dei donatori, il risarcimento, invece, richiama un obbligo in capo a chi ha causato i danni, prevedendo livelli di responsabilità differenziati tra i Paesi e contributi proporzionati ai danni provocati dai singoli Stati.
Khanal ha detto che il Nepal intende spostare il proprio quadro diplomatico “dall’aiuto alla giustizia e al risarcimento”, sostenendo che i maggiori emettitori industriali quali Cina, Usa e India, abbiano una responsabilità storica verso gli Stati vulnerabili.
Dopo le prime dichiarazioni, Khanal ha chiarito che Kathmandu non intende avanzare una richiesta bilaterale diretta contro Cina, Stati Uniti o India. Il Nepal vuole piuttosto cercare sostegno attraverso i meccanismi internazionali previsti dalla Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici e dall’Accordo di Parigi. Non una causa contro un singolo Paese, dunque, ma una contestazione del modo in cui il costo della crisi climatica viene distribuito nel sistema globale.
Perché la richiesta segna una svolta
Il Nepal non è il primo Paese vulnerabile a chiedere risorse per le perdite e i danni causati dal clima. La novità è nella chiarezza con cui lega un disastro climatico a una rivendicazione di responsabilità.
Al centro della valutazione c’è il concetto di “loss and damage”, che, nel lessico dei negoziati climatici, indica le vite umane spezzate, le abitazioni distrutte, la terra erosa o sommersa, le infrastrutture compromesse, così come le attività economiche e gli ecosistemi che non possono essere ripristinati.
Il fondo Onu tiene conto di questa definizione, ma non ha il potere di un tribunale né prevede un meccanismo automatico di risarcimento. Analogamente, l’Accordo di Parigi, pur riconoscendo il ruolo delle perdite e dei danni all’articolo 8, precisa che la disposizione non instaura una compensazione legale in senso stretto.
È qui che la richiesta nepalese assume un rilievo più ampio. Il governo non sta soltanto domandando denaro per ricostruire, ma sta provando a spingere il dibattito internazionale oltre il modello volontario della solidarietà, verso una discussione su obblighi, responsabilità storiche e criteri di ripartizione dei costi. È una pressione politica, prima ancora che giudiziaria.
Chi inquina meno subisce di più
Il caso del Nepal riflette una disuguaglianza climatica documentata da un rapporto recente e autorevole: il Climate Risk Index 2026 di Germanwatch, che analizza gli impatti umani ed economici di oltre 9.700 eventi meteorologici estremi avvenuti tra il 1995 e il 2024.
Nel periodo considerato, gli eventi estremi hanno causato oltre 832.000 morti e perdite economiche dirette superiori a 4.500 miliardi di dollari. Nella graduatoria di lungo periodo, i Paesi più colpiti sono stati Dominica, Myanmar e Honduras; nell’anno 2024, invece, la classifica è stata guidata da Saint Vincent e Grenadine, Grenada e Ciad.
Il dato più significativo per comprendere la richiesta di Kathmandu riguarda però la distribuzione dei danni. Nel 2024, otto dei dieci Paesi più colpiti dagli eventi meteorologici estremi appartenevano al gruppo dei Paesi a basso o medio-basso reddito. Guardando all’intero periodo 1995-2024, sei dei dieci Paesi più colpiti erano Paesi a reddito medio-basso, tra cui tre Paesi meno sviluppati e un piccolo Stato insulare. Il Nepal compare tra i Paesi più colpiti nel 2024
Germanwatch non misura le emissioni di ciascun Paese dentro la classifica del rischio, ma conclude esplicitamente che gli Stati meno responsabili del cambiamento climatico sono spesso quelli che ne subiscono gli effetti più pesanti. In questa valutazione, rileva anche la vulnerabilità dei territori. Paesi con reti stradali fragili, sistemi sanitari meno attrezzati, bassa capacità fiscale, abitazioni esposte e minori risorse per prevenzione e ricostruzione subiscono danni umani ed economici sproporzionati anche quando il loro contributo storico alle emissioni è ridotto.
Il limite dei fondi disponibili
I Paesi vulnerabili non chiedono soltanto riconoscimento politico, ma risorse prevedibili e adeguate. Eppure, la distanza tra bisogni e risorse disponibili è ampia. Il rapporto Adaptation Gap Report 2025 dell’Unep stima che entro il 2035 i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di oltre 310 miliardi di dollari all’anno per adattarsi agli effetti di un pianeta più caldo. Nel 2023, invece, i Paesi vulnerabili hanno ricevuto circa 26 miliardi di dollari di finanza per l’adattamento: meno del 10% dei fondi necessari secondo le stime Onu. Si tratta di finanziamenti per prevenzione, infrastrutture resilienti e gestione del rischio, non di risarcimenti per le perdite già subite, ma mostra la scala del divario con cui i Paesi più esposti devono confrontarsi.
Nel caso nepalese, la richiesta di 20 milioni di dollari appare quindi soprattutto come un primo test. Il Paese cerca di verificare se la finanza internazionale per perdite e danni può passare dalle dichiarazioni di principio a una risposta concreta e tempestiva, in grado di intervenire mentre l’emergenza e la ricostruzione sono ancora in corso seguendo i principi della responsabilità e della proporzionalità.
