La fuga dei cervelli costa all’Italia 16 miliardi di euro all’anno: i dati del Cnel

L'88,4% degli intervistati indica nelle retribuzioni troppo basse il motivo cardine della partenza
8 Settembre 2026
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Expat laurea estero canva
(Canva)

“Un’emorragia che nessuna economia può permettersi”. Sono queste le parole con le quali Renato Brunetta, presidente del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) ha commentato la fuga di cervelli nel nostro Paese. Un’emorragia silenziosa ma devastante che sta svuotando l’Italia delle sue menti migliori. Tra il 2011 e il 2024, ben 441.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese al netto dei rientri. Si tratta di un ventesimo dell’intera popolazione giovanile residente, un vuoto drammatico che si inserisce nel contesto già critico del declino demografico.

A tracciare questo quadro impietoso è il Rapporto Cnel “Giovani Expat. Come farli tornare”, pubblicato a settembre 2026. Il documento analizza non solo i dati statistici, ma dà voce direttamente a migliaia di ragazze e ragazzi espatriati. Il verdetto economico è pesantissimo: la perdita di capitale umano qualificato costa all’Italia 16 miliardi di euro all’anno, una cifra pari a quasi un punto percentuale di Pil. Se si allarga lo sguardo agli ultimi quattordici anni, il valore complessivo dell’investimento formativo perduto dallo Stato e dalle famiglie sfiora i 160 miliardi di euro.

L’anomalia italiana: uno “scambio ineguale”

L’Italia non partecipa a una sana circolazione internazionale dei talenti, ma subisce un esodo a senso unico. Lo dimostra in modo inequivocabile l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm), l’indicatore innovativo introdotto dal Cnel che misura il rapporto tra giovani in uscita verso i Paesi avanzati e quelli in entrata da quegli stessi territori.

Mentre i principali partner europei registrano un indice vicino all’equilibrio (intorno all’1, come Spagna o Germania), l’Isfm italiano per la fascia 20-34 anni tocca la cifra record di 14,5. Significa che per ogni giovane cittadino di un Paese avanzato che decide di trasferirsi in Italia, oltre 14 ragazzi italiani scelgono la via dell’estero.

A partire è la parte più istruita della popolazione: nel 2024 la quota di laureati tra gli emigrati 18-34enni ha toccato il 40%, a fronte di un misero 19% tra i coetanei rimasti sul territorio nazionale. “L’Italia produce eccellenza e poi la lascia andare, perché il sistema produttivo fatica a esprimere una domanda adeguata”, denuncia nella prefazione Brunetta.

Sotto accusa salari bassi e cultura aziendale

Contrariamente alla retorica comune, la decisione di espatriare non è dettata da fattori di stile di vita o clima, che i giovani continuano a rivalutare positivamente una volta fuori. La spinta principale è legata alle condizioni lavorative.

L’88,4% degli intervistati indica nelle retribuzioni troppo basse il motivo cardine della partenza, ritenuto “estremamente rilevante” da quattro giovani su cinque. Tra il 2000 e il 2024, il divario salariale in parità di potere d’acquisto tra l’Italia e le altre economie avanzate si è allargato drammaticamente, con differenziali che vanno dal +7% della Spagna fino al +71% della Svizzera.

Tuttavia, le buste paga leggere sono solo la punta dell’iceberg. Le risposte dei giovani mettono sotto accusa la gestione delle imprese italiane: la cultura del lavoro arretrata è ritenuta rilevante o estremamente rilevante dall’80,7% dei giovani; la scarsa valorizzazione delle competenze incide per il 74,6%; la percezione diffusa di un sistema in cui l’anzianità conta più della capacità, e i legami personali o il clientelismo contano più del merito. Per il Mezzogiorno, la piaga del clientelismo e delle raccomandazioni tocca un picco del 64,5% tra i motivi di fuga.

La fuga delle giovani laureate

Un capitolo centrale del Rapporto è dedicato alla parità di genere, definita come un vero e proprio “filo rosso”. La nuova emigrazione italiana è paritaria: la componente femminile rappresenta ormai il 48% delle uscite.

Il dato più allarmante riguarda le donne altamente istruite: le laureate emigrate superano i laureati maschi in quasi tutte le regioni italiane, con un divario che cresce scendendo verso il Mezzogiorno. Nelle regioni meridionali, la differenza tra la quota di laureate e laureati emigrati supera i 9 punti percentuali a favore delle donne.

Le giovani italiane vanno a prendersi all’estero i diritti e la parità che il mercato nazionale ancora nega loro. Questa frattura si riflette nell’indisponibilità a rientrare: il 9,5% delle donne dichiara che non tornerebbe in Italia a prescindere da qualsiasi cambiamento, una percentuale doppia rispetto a quella degli uomini (4,7%). Inoltre, il 38,6% delle donne si vede sicuramente all’estero tra cinque anni, contro il 25,3% degli uomini.

Ritorno possibile sì, ma a quale prezzo?

Il quadro non lascia sperare, ma ben il 62,7% del campione dichiara che tra cinque anni si vede “ovunque ci siano le migliori opportunità”, dimostrando un’ampia disponibilità a valutare un rientro qualora le condizioni in Italia cambiassero. Solo il 6,1% si vede “sicuramente” in Italia nei prossimi anni, e di questi, oltre il 76% tornerebbe esclusivamente per motivi affettivi o nostalgia, non per ragioni professionali.

Cosa serve per farli tornare? I giovani indicano prioritariamente l’aumento dei salari, ma chiedono a gran voce anche opportunità adeguate alle competenze, la valorizzazione del merito (indicata come priorità dal 79% degli intervistati) e una conciliazione più flessibile tra vita e lavoro.

La conclusione del Rapporto Cnel lancia una sfida cruciale al mondo produttivo. Le politiche di rientro non possono essere solo incentivi fiscali pubblici o sussidi statali, ma devono essere innanzitutto politiche aziendali. Le imprese italiane sono chiamate ad agire in prima persona, aumentando la domanda di istruzione terziaria e offrendo percorsi di carriera trasparenti.

La posta in palio è il futuro del Paese: decidere se imboccare la “via alta” dello sviluppo, fondata sull’innovazione e sulla valorizzazione del talento, o restare confinati in una competizione al ribasso sui costi, destinata a svuotare l’Italia delle sue energie migliori. “I nostri expat ci indicano un’agenda chiara, fatta di retribuzioni adeguate e riconoscimento del merito. Ora tocca al Paese dare risposte: alle imprese, prima di tutto, chiamate a scommettere sul capitale umano qualificato invertendo la debolezza della domanda, e alle istituzioni, per creare le condizioni di un ritorno non solo auspicato, ma conveniente”, ha concluso Brunetta.

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