Per molti lavoratori italiani, il vero aumento di stipendio degli ultimi anni non è arrivato dall’azienda. È arrivato dal fisco. Secondo l’ultima analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), i salari reali in Italia sono praticamente fermi dagli anni ’90. In alcuni casi, sono persino diminuiti. E se milioni di famiglie riescono ancora a sostenere il costo della vita, è soprattutto grazie a bonus, detrazioni e sconti fiscali che hanno alleggerito le buste paga.
Il problema, però, è che questo modello potrebbe aver raggiunto il limite.
Salari italiani: il dato che separa l’Italia dal resto d’Europa
I numeri dell’Upb descrivono un declino che non ha eguali tra le economie avanzate. Tra il 1990 e il 2024, le retribuzioni lorde reali in Italia sono diminuite in media dell’1,6%, mentre in Germania sono cresciute del 32,9% e in Francia hanno registrato aumenti pari al 33,4%. Ma la realtà è ancora più dura se si guarda oltre la media: includendo il lavoro precario e il part-time, il calo reale della retribuzione media nel settore privato raggiunge il 6,6%.
Questa dinamica ha scavato una voragine di disuguaglianza. La crisi ha colpito con violenza inaudita chi era già fragile: il 10% dei lavoratori più poveri ha visto il proprio salario reale crollare del 40,8%, mentre solo il 10% più ricco è riuscito a battere l’inflazione con un timido +3,3%. A spingere questa polarizzazione è stata l’esplosione del lavoro a tempo parziale, passato dal 4,4% del 1990 a oltre il 31% del 2018. Un part-time che per oltre la metà dei lavoratori è involontario, una trappola che colpisce soprattutto le donne e confina milioni di persone in una cronica insufficienza reddituale.
Come il fisco ha “salvato” gli stipendi
In questo scenario di necrosi salariale, lo Stato ha risposto usando la leva dell’Irpef non per incassare, ma per redistribuire. La capacità dell’imposta di ridurre le disuguaglianze è infatti raddoppiata negli ultimi tre decenni. Circa l’80% di questo aumento è figlio di scelte politiche precise concentrate in tre fasi legislative cruciali: la XIV legislatura (2002-2006), la XVII (2014-2018, con il Bonus 80 euro) e la XIX (2023-2026, con gli sgravi contributivi trasformati in detrazioni).
Queste riforme hanno creato uno spartiacque netto a quota 35.100 euro di reddito annuo. Sotto tale soglia, si trova l’83,7% degli operai e impiegati italiani. Per loro, il fisco è oggi più generoso che nel 1990, arrivando a azzerare le tasse o a erogare sussidi monetari netti per 5,8 milioni di persone. Sopra, Il carico fiscale è invece aumentato, alimentato dal fenomeno silenzioso del drenaggio fiscale: lo Stato non adegua le soglie delle tasse all’inflazione, così ogni piccolo aumento nominale spinge il lavoratore in scaglioni più alti, facendogli pagare più tasse senza che sia diventato davvero più ricco.
Perché il sistema rischia di non reggere più
L’Upb suggerisce un’ipotesi: la politica fiscale potrebbe aver funzionato come un “calmante” che ha ridotto la pressione per veri aumenti salariali. Aziende e sindacati potrebbero aver accettato la moderazione salariale confidando negli aiuti dello Stato sotto forma di tagli alle tasse. Ma questo “scambio” ha generato conseguenze pesanti:
- La trappola del talento: concentrando il prelievo sui redditi medio-alti, si scoraggiano la formazione e la carriera. Se ogni promozione viene pesantemente mangiata dal fisco, l’incentivo a investire in competenze svanisce, alimentando la fuga di cervelli e la scarsa produttività.
- L’iniquità orizzontale: il sistema è diventato profondamente ingiusto verso chi non è dipendente. Pensionati e autonomi, a parità di reddito, pagano molto di più dei dipendenti, che godono di sconti riservati solo alla loro categoria.
- L’illusione monetaria: il fisco sta curando i sintomi (la povertà lavorativa) ma non la malattia (la mancanza di crescita). Senza politiche strutturali per la produttività, lo Stato finirà per non avere più margini per tagliare, lasciando i lavoratori nudi di fronte alla prossima fiammata inflazionistica.
Un modello al capolinea
L’Italia si trova di fronte a un bivio. Finora abbiamo gestito il declino economico attraverso l’ingegneria fiscale, trasformando l’Irpef in un ammortizzatore sociale. Ma i limiti sono stati raggiunti: non c’è più spazio per ulteriori tagli senza compromettere i servizi pubblici. La sfida del futuro non è più come tassare meno i poveri, ma come tornare a creare ricchezza e salari degni di un Paese avanzato. Se non torneranno a crescere le retribuzioni lorde, il paracadute del fisco, prima o poi, smetterà di aprirsi.
