Gli italiani differenziano sempre di più, ma una famiglia su 4 dubita del riciclo: cosa succede ai rifiuti

Dal ritiro dei gestori locali agli impianti di trattamento: come funziona il riciclo di plastica, vetro, carta e organico. E perché il 26,2% delle famiglie italiane non si fida della raccolta
8 Ottobre 2026
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Persona che inserisce una bottiglia di plastica in un contenitore per la raccolta differenziata in cucina
Raccolta differenziata, cresce la quantità di rifiuti prodotti in Italia nonostante i progressi nella separazione dei materiali (Canva)

Gli italiani differenziano sempre di più, ma oltre una famiglia su quattro dubita che i rifiuti vengano separati adeguatamente dopo la raccolta. Intanto, la quantità di spazzatura prodotta continua ad aumentare: nel 2024 ha raggiunto i 507,7 chilogrammi per abitante, 11,5 in più rispetto all’anno precedente. La raccolta differenziata è arrivata al 67,7%, mentre quasi due famiglie su tre considerano elevato il costo del servizio.

I dati, diffusi dall’Istat, riguardano la gestione dei rifiuti urbani nel 2024 e i comportamenti delle famiglie nel 2025. In Italia si producono complessivamente 29,9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani all’anno, il 2,3% in più rispetto al 2023. Eppure, rispetto al passato, separare i materiali è diventata un’abitudine per la grande maggioranza delle famiglie.

Nel 2025 il 93% ha dichiarato di differenziare sempre la carta, il 92,7% la plastica e il 92,2% il vetro. Nel 1998 appena il 24,1% delle famiglie separava sistematicamente tutte e quattro le principali tipologie di rifiuti previste dalla normativa europea: carta, vetro, plastica e alluminio. Oggi la percentuale è salita all’87,4%.

Alla maggiore partecipazione dei cittadini, però, non corrisponde una diminuzione dei rifiuti prodotti. E i risultati cambiano profondamente da una città all’altra, tanto che tra il capoluogo con la percentuale più alta di raccolta differenziata e quello con la più bassa ci sono oltre 70 punti di distanza.

Oltre una famiglia su quattro dubita della raccolta: che fine fanno davvero i rifiuti?

La raccolta porta a porta raggiunge ormai il 73% delle famiglie italiane, contro il 66% del 2018. Il 72,6% si dichiara molto o abbastanza soddisfatto del servizio, ma rimangono criticità sulla frequenza dei ritiri, sugli odori e sulla gestione dei contenitori. Tra le famiglie servite dal porta a porta, il 55,9% è insoddisfatto della frequenza della raccolta, il 35% lamenta problemi legati agli odori dei rifiuti organici non ritirati e il 31,4% segnala difficoltà nella gestione di sacchetti e contenitori.

C’è poi la questione della fiducia. Il 26,2% delle famiglie non è convinto che i rifiuti vengano separati adeguatamente una volta raccolti. Nel Mezzogiorno questa percentuale arriva al 31,7%. Per il 66,3% delle famiglie, maggiori garanzie sull’effettivo riciclo dei materiali favorirebbero la partecipazione alla raccolta differenziata.

Ma che cosa accade realmente ai rifiuti dopo il ritiro?

Il primo passaggio è affidato all’azienda incaricata dal Comune, come Ama a Roma, Amsa a Milano o Hera in diversi territori dell’Emilia-Romagna. I mezzi raccolgono i rifiuti secondo le modalità stabilite localmente e li trasportano direttamente agli impianti di destinazione oppure a strutture intermedie, dove vengono raggruppati per ottimizzare i trasporti.

Da qui i materiali raggiungono le piattaforme di selezione e gli impianti specializzati. Per gli imballaggi, una parte fondamentale dell’organizzazione della filiera è affidata al sistema Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) e ai consorzi di materiale, attraverso convenzioni con i Comuni o i gestori da questi delegati.

Dal 1° maggio 2026 è in vigore il nuovo Accordo di Programma Quadro Nazionale tra Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), Conai, consorzi di filiera, sistemi autonomi e Upi (Unione delle Province d’Italia). Le convenzioni, alle quali i Comuni possono aderire volontariamente, disciplinano il conferimento degli imballaggi raccolti separatamente, il loro avvio a riciclo o recupero e i corrispettivi economici riconosciuti in funzione della quantità e della qualità dei materiali.

I consorzi non coincidono quindi con le aziende che ritirano i cassonetti né gestiscono necessariamente gli stabilimenti in cui avviene il riciclo. Organizzano e coordinano i flussi degli imballaggi di propria competenza attraverso reti di operatori e impianti specializzati.

Una bottiglia di plastica gettata nel contenitore corretto non diventa automaticamente una nuova bottiglia. Nella filiera coordinata da Corepla (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica), gli imballaggi vengono inviati ai centri di selezione, dove sistemi di vagliatura e lettori ottici riconoscono i diversi polimeri. Una bottiglia in Pet viene separata da un flacone in polietilene o da una vaschetta composta da altri materiali. Le frazioni idonee raggiungono poi gli impianti di riciclo, dove possono essere trasformate in scaglie o granuli destinati alla produzione di nuovi oggetti.

La qualità della separazione iniziale può incidere anche sulle caratteristiche del materiale recuperato. Una ricerca pubblicata su Nature sulla selezione degli imballaggi in plastica ha confrontato i materiali provenienti dalla differenziata domestica con le plastiche estratte dai rifiuti indifferenziati. Anche quando la selezione meccanica raggiunge livelli simili di purezza dei polimeri, i materiali recuperati dall’indifferenziata possono presentare maggiori contaminazioni da residui organici e altre sostanze.

Per il vetro, la filiera degli imballaggi fa riferimento a CoReVe, il Consorzio Recupero Vetro. Bottiglie e vasetti vengono trattati per eliminare impurità e materiali estranei, prima di essere trasformati in rottame di vetro destinato alle vetrerie. La presenza di ceramica e porcellana può compromettere il processo di fusione e provocare difetti nei nuovi contenitori.

La raccolta e il riciclo degli imballaggi in carta e cartone coinvolgono Comieco, il consorzio nazionale della filiera cellulosica. Dopo il conferimento alle piattaforme, i materiali vengono selezionati e inviati alle cartiere, dove le fibre recuperate sono lavorate per produrre nuova carta e cartone. Per gli imballaggi in alluminio opera invece Cial: il metallo selezionato può essere rifuso e utilizzato per realizzare nuovi prodotti.

Gli scarti alimentari e gli altri rifiuti organici seguono un percorso differente. Negli impianti di compostaggio vengono trasformati in compost utilizzabile in agricoltura, mentre attraverso la digestione anaerobica è possibile ottenere biogas, dal quale può essere prodotto biometano. Il Consorzio Italiano Compostatori (Cic) rappresenta operatori e soggetti attivi nel trattamento biologico dei rifiuti organici. Per gli imballaggi in bioplastica compostabile certificata opera invece Biorepack, che ne sostiene il riciclo organico nell’ambito delle specifiche convenzioni di filiera.

Non tutto ciò che viene raccolto separatamente arriva però al riciclo. Errori di conferimento, impurità e caratteristiche dei materiali possono rendere necessaria l’eliminazione di alcune frazioni durante la selezione e il trattamento. Gli scarti vengono quindi indirizzati verso altre operazioni di recupero o smaltimento.

Nel 2024, secondo l’Ispra, il tasso effettivo di riciclaggio dei rifiuti urbani italiani è stato del 52,3%, mentre la raccolta differenziata ha raggiunto il 67,7%. I due indicatori utilizzano criteri di calcolo differenti e non possono essere semplicemente sottratti per determinare quanti rifiuti siano stati scartati.

L’Unione europea ha fissato al 55% l’obiettivo di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti urbani entro il 2025. La soglia salirà al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035.

Da Palermo a Ferrara, oltre 70 punti di differenza nella raccolta differenziata

Le difficoltà nella gestione dei rifiuti emergono soprattutto nelle grandi città. Nel 2024 i comuni capoluogo hanno prodotto 9,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, il 32,3% del totale nazionale, pur ospitando il 30% della popolazione italiana.

Ogni abitante dei capoluoghi ha generato in media 546,2 chilogrammi di rifiuti, quasi 39 in più rispetto alla media nazionale. La raccolta differenziata si è fermata al 58,4%, oltre nove punti percentuali sotto il dato italiano.

Nei capoluoghi delle città metropolitane viene differenziato appena il 50,3% dei rifiuti, contro il 67,3% degli altri capoluoghi di provincia. Tra i capoluoghi metropolitani, soltanto Bologna, con il 72,8%, e Cagliari, con il 75,9%, hanno superato l’obiettivo nazionale del 65%.

A Ferrara la raccolta differenziata raggiunge l’88,4%, la quota più elevata tra i capoluoghi italiani. Seguono Treviso e Belluno, entrambe oltre l’86%. Palermo si ferma invece al 17,3%, con un miglioramento di appena mezzo punto rispetto al 2023. Catania raggiunge il 33,4% e Reggio Calabria il 36,8%, in entrambi i casi con risultati peggiori rispetto all’anno precedente.

Il confronto tra Ferrara e Palermo supera i 71 punti percentuali, ma anche all’interno del Mezzogiorno esistono situazioni molto diverse. Vibo Valentia è passata dal 57,8% al 70,2% in un solo anno, mentre Enna e Matera hanno raggiunto rispettivamente il 68,6% e il 71,6%.

Nei centri urbani più grandi pesano l’elevato numero di utenze, la presenza di attività commerciali e la complessità dell’organizzazione del servizio. L’Istat rileva comportamenti di raccolta differenziata generalmente più consolidati nelle periferie metropolitane e nei comuni di medie dimensioni rispetto ai centri delle grandi città.

Le differenze riguardano anche la quantità di rifiuti prodotti. L’Emilia-Romagna registra 664 chilogrammi per abitante, tra i valori più elevati d’Italia, ma supera il 78% di raccolta differenziata. La Basilicata, al contrario, produce appena 355,1 chilogrammi pro capite e nel 2024 ha superato per la prima volta l’obiettivo nazionale del 65%, raggiungendo il 66,3%.

Una maggiore quantità di rifiuti registrati non dipende necessariamente soltanto dai consumi. L’Istat osserva che servizi più efficienti possono intercettare materiali che in precedenza sfuggivano alla contabilizzazione, contribuendo così all’aumento dei quantitativi rilevati.

A incidere sulla percezione del servizio è anche il costo. Nel 2025 il 63,7% delle famiglie italiane lo ha giudicato elevato, contro il 58,6% del 2021. Nelle Isole la quota raggiunge l’81%, con un massimo dell’81,7% in Sicilia, mentre nel Nord-est scende al 53,5%.

La differenza riguarda il giudizio delle famiglie, non necessariamente l’importo effettivo delle tariffe. Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’Ispra, il costo medio annuo di gestione dei rifiuti è passato da 197 euro per abitante nel 2023 a 214,4 euro nel 2024. Si tratta del costo del sistema, non della Tari media pagata dalle singole famiglie.

Per aumentare la partecipazione alla raccolta differenziata, il 77,6% delle famiglie considera utili agevolazioni fiscali e tariffarie, mentre il 59,6% indica le sanzioni per chi non separa correttamente i rifiuti.

Un possibile strumento è la tariffazione puntuale, che collega una componente del pagamento alla quantità di rifiuti conferiti, secondo i criteri previsti dai singoli comuni. Nel 2024 il 55,1% dei capoluoghi disponeva di un sistema di raccolta idoneo a consentirla, ma soltanto il 25,2% la applicava effettivamente. Tra i capoluoghi metropolitani, soltanto Cagliari.

Riparare anziché buttare: solo una città su cinque ha centri dedicati

Le città italiane hanno sviluppato una rete capillare di servizi per raccogliere i rifiuti, ma le iniziative per evitarne la produzione sono ancora molto meno diffuse.

Nel 2024 il 98,1% dei capoluoghi effettuava la raccolta differenziata nelle scuole, il 97,2% disponeva di servizi porta a porta e di ritiro su chiamata e il 96,3% aveva centri di raccolta.

Il 52,3% dei capoluoghi aveva attivato mercatini dell’usato, punti di scambio o centri per il riuso, ma soltanto il 19,6% disponeva di centri di riparazione o preparazione al riutilizzo. Tra le città metropolitane, Torino e Genova figurano tra quelle che hanno avviato servizi di questo tipo.

La differenza riguarda due fasi distinte del ciclo dei prodotti. Il riciclo permette di recuperare materia quando un oggetto è già diventato un rifiuto. Riparazione e riutilizzo possono invece prolungarne la vita, riducendo la necessità di produrre nuovi beni e utilizzare altre materie prime.

Il problema non riguarda soltanto la capacità degli impianti di riciclare. Nel 2024 il tasso italiano di utilizzo circolare dei materiali ha raggiunto il 21,6%, contro una media europea del 12,2%. Significa che quasi quattro quinti dei materiali utilizzati nell’economia italiana continuano a provenire da risorse che non sono materiali riciclati. Il divario tra recupero e riutilizzo industriale è legato anche alle difficoltà del mercato delle materie prime seconde e alla dipendenza dell’Italia dalle risorse vergini.

La questione è anche economica. Quando riparare un elettrodomestico costa quasi quanto acquistarne uno nuovo, oppure utilizzare plastica riciclata risulta meno conveniente rispetto alla materia vergine, i benefici ambientali non bastano a orientare le scelte di consumatori e imprese.

Tra gli interventi europei in preparazione figura il Circular Economy Act, pensato per rafforzare il mercato delle materie prime seconde, superare alcune barriere normative tra gli Stati membri e incentivare il recupero dei materiali.

Nel frattempo, il 72,9% dei capoluoghi italiani promuove buone pratiche per ridurre l’uso di carta e plastica negli uffici e nelle scuole, mentre il 44,9% ha avviato iniziative contro lo spreco alimentare. I centri di riparazione restano presenti in meno di un capoluogo su cinque e soltanto il 25,2% applica la tariffazione puntuale, nonostante oltre la metà disponga di sistemi di raccolta compatibili.

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