Ogni cinque anni di emissioni di CO₂ ai livelli attuali aggiungono circa 0,1 °C al picco del riscaldamento globale. E per riportare la temperatura del pianeta sotto la soglia di 1,5 °C entro la fine del secolo potrebbe essere necessario eliminare dall’atmosfera 320 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente di circa otto anni di emissioni mondiali ai livelli del 2024.
A fare questi calcoli è l’Emissions Gap Report 2026, pubblicato il 21 ottobre dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Il documento, intitolato ‘Il Punto di Ritorno’, parte da una constatazione: il mondo supererà la soglia di 1,5 °C fissata come obiettivo dall’Accordo di Parigi. Si tratta ora di capire quanto salirà ancora la temperatura e se sarà possibile riportarla indietro.
“Le emissioni restano a livelli record e i piani climatici nazionali, così come le politiche attuali, sono pericolosamente insufficienti: ci portano verso un riscaldamento compreso tra 2,6 e 2,8 °C”, ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres in occasione della presentazione del rapporto.
Le proiezioni dell’Unep indicano però anche una strada diversa. Con una riduzione delle emissioni molto più rapida di quella attualmente prevista, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere un massimo di 1,7-1,8 °C intorno alla metà del secolo e poi diminuire. In questo scenario, la probabilità di tornare a 1,5 °C o meno entro il 2100 sarebbe di circa il 50%.
“Superare il limite non significa arrendersi”, ha dichiarato Guterres, ricordando che è ancora possibile contenere il superamento e riportare le temperature sotto 1,5 °C entro la fine del secolo.
La prospettiva è quella di un pianeta che, dopo essersi riscaldato, cominci lentamente a raffreddarsi. Ma tornare alla temperatura precedente non significa necessariamente ritrovare il mondo che c’era prima.
Cosa succede mentre il pianeta supera gli 1,5 °C
Il fenomeno viene chiamato overshoot: la temperatura supera una determinata soglia, raggiunge un massimo e successivamente torna a scendere. L’Unep ne aveva già approfondito i rischi nel rapporto pubblicato a settembre, dedicato a cosa succede quando il riscaldamento globale supera gli 1,5 °C.
Il problema riguarda soprattutto ciò che accade durante gli anni trascorsi oltre quella soglia. Le barriere coralline, per esempio, possono subire danni gravissimi a causa delle ondate di calore marine. Quando gli episodi di sbiancamento diventano troppo frequenti, interi ecosistemi rischiano di scomparire senza riuscire a ricostituirsi, anche qualora le temperature tornassero successivamente a diminuire.
Per i ghiacciai e le grandi calotte polari i tempi sono ancora più lunghi. Il ghiaccio perduto contribuisce all’innalzamento dei mari, che può proseguire per secoli anche dopo la stabilizzazione del clima. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), alcuni cambiamenti negli oceani e nelle calotte glaciali sono irreversibili su scale temporali di centinaia o migliaia di anni.
A complicare il quadro ci sono i processi che possono alimentare ulteriore riscaldamento. Lo scongelamento del permafrost, il terreno rimasto congelato per lunghissimi periodi nelle regioni fredde, può liberare carbonio nell’atmosfera. Nelle foreste tropicali, invece, siccità e incendi possono compromettere la capacità degli alberi di assorbire CO₂, arrivando a trasformare alcune aree in fonti di emissioni.
“Ogni ulteriore frazione di grado e ogni anno aggiuntivo sopra 1,5 °C aumentano gli impatti e i rischi climatici”, ha spiegato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, richiamando le alluvioni, le ondate di calore e gli incendi che hanno colpito numerosi Paesi nel corso dell’anno.
La differenza tra un superamento breve e uno prolungato può dunque essere enorme. Anche se in entrambi i casi la temperatura finisse per tornare sotto 1,5 °C, gli ecosistemi avrebbero trascorso periodi molto diversi in condizioni climatiche sfavorevoli, con conseguenze che potrebbero continuare a manifestarsi ben oltre il momento del raffreddamento.
La corsa per togliere 320 miliardi di tonnellate di CO₂ dall’atmosfera
Per far scendere la temperatura globale bisognerà prima arrestare l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e poi cominciare a ridurne la quantità. Significa arrivare a emissioni nette negative, cioè rimuovere più CO₂ di quanta le attività umane ne producano.
Nello scenario di ritorno sotto 1,5 °C, l’Unep stima che nel corso del secolo servirebbe rimuovere e immagazzinare permanentemente circa 320 miliardi di tonnellate di CO₂. Si tratta di una quantità paragonabile a otto anni di emissioni mondiali ai livelli del 2024, che richiederebbe uno sviluppo enorme delle capacità di assorbimento e stoccaggio.
Una parte potrebbe essere sottratta attraverso il ripristino delle foreste e degli ecosistemi naturali. Per il resto, sarebbero necessarie anche tecnologie capaci di catturare direttamente l’anidride carbonica dall’aria e conservarla in modo permanente. Ma impianti, infrastrutture e capacità di stoccaggio sono ancora lontani dalle dimensioni richieste e l’Unep avverte che i limiti economici e tecnologici rendono incerto il raggiungimento dell’obiettivo.
C’è poi il fattore tempo. Più emissioni vengono prodotte oggi, maggiore sarà la quantità da rimuovere nei decenni successivi. E il carbonio sottratto all’atmosfera in futuro non potrà evitare i danni provocati durante gli anni in cui le temperature saranno rimaste elevate.
Il nuovo rapporto quantifica anche la velocità con cui bisognerebbe intervenire: per seguire il percorso di riscaldamento più contenuto, le emissioni globali di gas serra dovrebbero diminuire del 18% entro il 2030 e del 45% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2025. Gli impegni climatici attualmente presentati dai governi porterebbero invece, anche se rispettati integralmente, a una riduzione compresa tra l’11% e il 15% entro il 2035. La distanza tra le due traiettorie è ancora ampia.
L’Unep ha esaminato anche oltre 220 valutazioni di politiche climatiche già adottate per individuare quelle che hanno effettivamente ridotto le emissioni. Nel settore elettrico, gli interventi analizzati hanno prodotto in media un taglio del 9%, mentre strumenti come la tassazione del carbonio e i sistemi di scambio delle quote di emissione hanno ottenuto riduzioni comprese tra il 5% e il 13% nei settori e nei periodi esaminati.
Anche la diffusione delle energie rinnovabili ha superato le aspettative. Dalla firma dell’Accordo di Parigi nel 2015, la capacità mondiale di produzione elettrica da fonti rinnovabili è aumentata a un ritmo triplo rispetto alle previsioni di allora. Per il fotovoltaico, la crescita è stata addirittura sette volte più veloce.
Questi progressi non hanno ancora prodotto una diminuzione sufficientemente rapida delle emissioni mondiali, rimaste nel 2025 sostanzialmente sui livelli record dell’anno precedente. E il percorso indicato dall’Unep richiede cambiamenti profondi anche nell’utilizzo dei combustibili fossili: entro il 2035, rispetto al 2025, la quota del carbone nell’offerta energetica globale dovrebbe ridursi almeno del 55%, quella del petrolio del 15% e quella del gas del 5%.
Sono trasformazioni che dovrebbero realizzarsi mentre il pianeta continua a riscaldarsi. Il rapporto stima che, con le politiche attuali, la temperatura potrebbe raggiungere 2,8 °C entro il secolo e continuare ad aumentare successivamente. Anche nello scenario più favorevole, invece, la discesa verso 1,5 °C inizierebbe soltanto dopo il picco previsto intorno al 2050, quando una parte dei cambiamenti negli ecosistemi e negli oceani sarebbe già avvenuta.
