Google pianta alberi tra le mucche: il nuovo piano per assorbire CO₂

Un accordo decennale con McKinsey punta a trasformare i pascoli degradati del Brasile in terreni capaci di immagazzinare carbonio, senza rinunciare ai bovini
20 Ottobre 2026
6 minuti di lettura
Mucche sotto un albero
Immagine di repertorio (Canva)

Google vuole togliere CO₂ dall’atmosfera piantando alberi nei pascoli dove continuano ad allevare bovini. Per farlo, insieme alla società di consulenza McKinsey, ha sottoscritto un accordo decennale per acquistare 320mila tonnellate di crediti di rimozione del carbonio da un progetto in Brasile. L’operazione finanzierà il recupero di 8.700 ettari di terreni degradati, tra l’Amazzonia sudorientale e il Cerrado, con l’obiettivo di integrare alberi e allevamento nelle stesse superfici.

Il progetto è sviluppato dalla società climatica Working Trees e rientra negli investimenti della Symbiosis Coalition, un’iniziativa che riunisce grandi aziende tecnologiche interessate a finanziare la rimozione di CO₂ attraverso soluzioni naturali.

Il sistema si chiama silvopascolo, o silvopastorizia: gli alberi vengono piantati direttamente nei terreni destinati al pascolo, in modo da assorbire carbonio, proteggere il suolo e offrire ombra al bestiame senza interrompere l’attività zootecnica.

L’accordo arriva mentre le grandi aziende digitali cercano nuove soluzioni per affrontare il proprio impatto climatico, reso più complesso anche dalla crescita dei data center necessari all’intelligenza artificiale. Ma il progetto solleva una questione: quanto può contribuire alla lotta al riscaldamento globale un sistema che continua a prevedere l’allevamento di bovini, una delle attività responsabili delle emissioni di metano?

Alberi tra le mucche

Il modello adottato da Working Trees parte da terreni già utilizzati per l’allevamento, ma impoveriti da anni di sfruttamento. Invece di convertirli in piantagioni forestali separate dalle attività agricole, il progetto prevede di inserire filari di alberi all’interno dei pascoli esistenti, lasciando spazio al movimento e all’alimentazione degli animali.

Vengono impiegate specie arboree native e specie destinate alla produzione di legname, selezionate in funzione delle caratteristiche del territorio e delle esigenze degli allevatori. La vegetazione cresce accanto al bestiame e modifica gradualmente le condizioni del pascolo. Gli alberi assorbono CO₂ attraverso la fotosintesi, accumulando carbonio nei tronchi, nei rami, nelle radici e, attraverso diversi processi biologici, nel suolo. La loro presenza può inoltre migliorare la struttura del terreno, favorire la circolazione dei nutrienti e ridurre l’esposizione diretta degli animali al sole.

Nelle regioni tropicali, dove le temperature elevate possono provocare stress termico nei bovini, l’ombra rappresenta un vantaggio concreto per gli allevatori. Working Trees sostiene che il modello possa migliorare il benessere animale e la produttività dei pascoli, riducendo la necessità di espandere le superfici utilizzate.

Il primo intervento brasiliano riguarda 8.700 ettari di pascoli degradati o parzialmente degradati, all’interno di un programma più ampio da 50mila ettari. La scelta delle aree tra Amazzonia e Cerrado è significativa: si tratta di regioni nelle quali l’espansione agricola e zootecnica ha contribuito alla trasformazione di vaste superfici naturali. Il Cerrado, in particolare, è una grande regione di savane tropicali, caratterizzata da ecosistemi differenti dalla foresta amazzonica. Il recupero dei pascoli deve quindi tenere conto della vegetazione originaria: aumentare il numero di alberi non significa necessariamente ripristinare un habitat naturale, soprattutto nelle aree dove il paesaggio originario era costituito da savane e praterie.

La silvopastorizia cerca di recuperare parte delle funzioni ecologiche dei terreni agricoli senza eliminarne la destinazione produttiva. È una differenza sostanziale rispetto alla riforestazione tradizionale, che punta alla ricostituzione di aree forestali. Per gli allevatori il vantaggio economico non dipende soltanto dal bestiame. Gli alberi possono generare ricavi futuri attraverso il legname e, soprattutto, attraverso i crediti di carbonio acquistati dalle imprese.

Il sistema prevede che il carbonio effettivamente assorbito e conservato venga misurato e contabilizzato. Working Trees utilizza immagini satellitari, dati raccolti sul terreno e strumenti digitali per seguire lo sviluppo della vegetazione. Secondo l’azienda, ogni albero può essere geolocalizzato per facilitarne il monitoraggio.

Il successo del progetto dipenderà anche dalla capacità di mantenere gli alberi nel tempo. Un pascolo con nuova vegetazione può aumentare il carbonio immagazzinato, ma incendi, siccità, abbattimenti o cambiamenti nella gestione agricola possono ridurre o annullare parte di quel beneficio.

Perché Google compra CO₂ dai pascoli brasiliani

Google e McKinsey hanno concordato l’acquisto di crediti corrispondenti a 320mila tonnellate di CO₂ nell’arco di dieci anni. Il dato indica la quantità di rimozioni contrattualizzate. Gli acquisti fanno parte degli impegni della Symbiosis Coalition, nata per sostenere progetti di rimozione del carbonio attraverso ecosistemi naturali. Tra le aziende coinvolte figurano anche Microsoft, Meta e Salesforce.

Il meccanismo economico è basato su contratti di lungo periodo. Un’impresa si impegna ad acquistare in futuro crediti generati da un progetto ambientale, offrendo agli sviluppatori una prospettiva di ricavi che può facilitare il finanziamento degli interventi iniziali. Nel caso dei pascoli brasiliani, il capitale serve a sostenere la trasformazione dei terreni e la crescita degli alberi, attività che richiedono investimenti prima di generare benefici economici misurabili.

Ogni credito di rimozione rappresenta, in linea generale, una tonnellata di CO₂ sottratta all’atmosfera e immagazzinata secondo le regole del programma di certificazione utilizzato. Perché il beneficio sia credibile, occorre dimostrare che la rimozione sia effettiva, aggiuntiva rispetto a quanto sarebbe avvenuto senza il progetto e adeguatamente monitorata.

Il mercato distingue inoltre tra crediti associati alla riduzione delle emissioni e crediti che rappresentano rimozioni. Nel primo caso si evita o riduce una quantità di gas serra che sarebbe stata emessa; nel secondo si punta a sottrarre CO₂ già presente nell’atmosfera. È questa seconda categoria che interessa particolarmente alle aziende tecnologiche.

La crescita dell’intelligenza artificiale sta aumentando la domanda di infrastrutture informatiche e, con essa, la necessità di elettricità per alimentare e raffreddare i data center. Le grandi imprese digitali investono in energie rinnovabili, tecnologie di riduzione delle emissioni e progetti di rimozione del carbonio per perseguire i propri obiettivi climatici.

Google ha già annunciato altri accordi in Brasile. A settembre, per esempio, ha presentato una collaborazione con Terradot che combina interventi sulle coltivazioni di riso per ridurre le emissioni di metano e l’impiego di rocce frantumate per favorire la rimozione durevole della CO₂.

La scelta dei pascoli introduce però una componente differente: finanziare una trasformazione delle pratiche agricole e zootecniche anziché limitarsi all’acquisto di crediti generati da progetti forestali tradizionali. Il modello potrebbe offrire agli allevatori una fonte di reddito ulteriore rispetto alla vendita degli animali. La prospettiva è che gli alberi continuino a essere mantenuti anche dopo la conclusione dei contratti iniziali, grazie ai benefici produttivi e ai possibili ricavi derivanti dal legname.

Piantare alberi basta a rendere sostenibile un allevamento?

Il punto più delicato riguarda il rapporto tra carbonio assorbito dagli alberi ed emissioni prodotte dall’allevamento. I bovini rilasciano metano soprattutto durante la digestione, attraverso un processo naturale chiamato fermentazione enterica. Il metano è un gas serra che rimane nell’atmosfera meno a lungo della CO₂, ma esercita un effetto riscaldante molto più intenso nel breve periodo.

La presenza di alberi nei pascoli può contribuire a rimuovere anidride carbonica, ma non elimina automaticamente le emissioni di metano degli animali. Per stabilire quale sia il beneficio climatico complessivo del sistema bisognerebbe considerare anche il numero dei bovini allevati, la loro alimentazione, la gestione dei terreni e le eventuali variazioni nella produttività.

C’è inoltre una differenza temporale: il carbonio viene assorbito progressivamente mentre gli alberi crescono, ma può essere nuovamente rilasciato se la vegetazione viene distrutta o il legname viene utilizzato in modi che ne favoriscono la decomposizione o la combustione. Per questo il conteggio delle rimozioni richiede verifiche nel tempo. Anche la durata della conservazione del carbonio è importante: un credito associato alla crescita di un albero non offre necessariamente la stessa garanzia di permanenza di una tecnologia che immagazzina CO₂ in formazioni geologiche.

Un’altra questione riguarda la destinazione dei terreni. Recuperare pascoli già degradati può ridurre la pressione verso l’apertura di nuove aree agricole, ma il risultato dipende da ciò che accade effettivamente sul territorio. L’aumento della produttività, da solo, non garantisce che la deforestazione venga evitata. Il tema è particolarmente rilevante in Brasile, dove agricoltura e allevamento sono tra i principali fattori di trasformazione degli ecosistemi. Il ripristino dei terreni esistenti può offrire un’alternativa all’espansione delle superfici produttive, a condizione che sia accompagnato da strumenti efficaci di tutela delle aree naturali. Su questo rapporto tra produzione agricola e conservazione degli ecosistemi si concentra anche il rapporto Fao 2026 sul ruolo delle foreste nella sicurezza alimentare, che evidenzia le possibilità economiche del ripristino ambientale.

La questione dei crediti di carbonio aggiunge un ulteriore livello di complessità. Per le aziende acquirenti, l’acquisto di rimozioni non coincide con una diminuzione delle emissioni prodotte dalle proprie attività. I due risultati devono essere contabilizzati separatamente. Se un’impresa continua ad aumentare le emissioni mentre acquista crediti, il beneficio climatico complessivo dipende dalla quantità di gas serra effettivamente immessa nell’atmosfera, dalle rimozioni realizzate e dalla loro durata. I crediti, quindi, non possono sostituire la riduzione delle emissioni alla fonte.

Nel caso di Google e McKinsey, le 320mila tonnellate rappresentano un impegno distribuito su dieci anni. Saranno i risultati del progetto, verificati nel corso del tempo, a stabilire quanta CO₂ sarà stata effettivamente rimossa e mantenuta fuori dall’atmosfera.

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