Foreste, perché salvarle nutre il pianeta? Fao: “Ogni euro investito ne genera 30”

Dal 1990 persi 489 milioni di ettari
29 Settembre 2026
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Foresta verde canva
(Canva)

Prendersi cura delle foreste garantisce la sicurezza alimentare nel mondo. A sostenerlo è l’ultimo rapporto della Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, The State of the World’s Forests 2026 (Sofo 2026), presentato a Roma durante la 28ª sessione del Comitato sulle Foreste (Cofo 28). Lo studio lancia un messaggio pragmatico e diretto: il ripristino delle foreste e dei paesaggi degradati è una risposta economicamente vantaggiosa ed efficace per affrontare contemporaneamente la fame nel mondo, la crisi climatica e la perdita di biodiversità.

Con quasi un terzo della popolazione mondiale che dipende direttamente dagli alberi per la propria sicurezza alimentare e il proprio sostentamento, rigenerare la natura non è un’opzione rinviabile, ma una necessità fondamentale per lo sviluppo sostenibile.

Un patrimonio globale a rischio: i dati dell’emergenza

Le foreste coprono oggi 4,14 miliardi di ettari (circa il 32% della superficie terrestre), custodiscono 714 gigatonnellate di carbonio e ospitano fino all’80% della biodiversità terrestre. Tuttavia, le pressioni umane e i cambiamenti climatici continuano a minacciarle gravemente.

Tra il 1990 e il 2025 sono stati persi 489 milioni di ettari di foreste a causa della deforestazione. Oltre a ciò, più di 460 milioni di ettari di foreste e ben 1,56 miliardi di ettari di terreno risultano degradati a livello globale, mentre ogni anno circa 127 milioni di ettari di boschi vengono colpiti dagli incendi. Questo degrado riduce la fertilità dei suoli e la stabilità dei bacini idrici, mettendo in pericolo i sistemi agricoli da cui dipende il cibo che arriva sulle nostre tavole.

Il ritorno economico: ogni dollaro investito ne frutta fino a 30

Oltre all’impatto ecologico, il rapporto Fao mette in luce la straordinaria convenienza economica del ripristino ambientale. In condizioni favorevoli, ogni dollaro investito nella rigenerazione dei paesaggi forestali può generare un ritorno economico fino a 30 dollari. Al contrario, il costo dell’inazione e dell’attesa supera di gran lunga quello degli interventi di ripristino. Le cifre parlerebbero da sole:

  • 31 miliardi di dollari all’anno: è il valore dei guadagni di produttività generati dagli investimenti per combattere la desertificazione e il degrado del suolo.
  • Aumento delle rese agricole: rigenerare la salute dei suoli attraverso l’agroforesteria potrebbe incrementare i rendimenti agricoli globali del 2% entro il 2050, con picchi del 10% nel Vicino Oriente e Nord Africa e del 5% nell’Africa subsahariana e in America Latina.

Le grandi iniziative che stanno cambiando il pianeta

Il rapporto della Fao non si limita alle stime teoriche, ma analizza 18 casi studio concreti distribuiti in diverse regioni del pianeta per mostrare come la rigenerazione ambientale funzioni già con successo sul campo. Tra gli esempi di maggior rilievo spiccano tre grandi progetti internazionali:

  • La Grande Muraglia Verde del Sahel: è un’iniziativa continentale africana che coinvolge 11 Paesi per rigenerare 100 milioni di ettari di terre degradate, unendo la tutela ambientale alla sicurezza alimentare e alla stabilità sociale in aree complesse.
  • Il programma dei Tre Nord della Cina: rappresenta uno dei più imponenti interventi di riforestazione e contrasto alla desertificazione della storia (in corso dal 1978 al 2050), arrivando a coprire quasi metà del territorio cinese con oltre 31,7 milioni di ettari di aree afforestate e 33,3 milioni di ettari di terreni riabilitati.
  • Il Patto Trinazionale per la Foresta Atlantica: costituisce un esempio unico di cooperazione transfrontaliera dal basso tra Argentina, Brasile e Paraguay, con oltre 1,8 milioni di ettari già sotto ripristino in uno degli hotspot di biodiversità più frammentati e minacciati del pianeta.

Le quattro vie della Fao per accelerare la transizione

Per trasformare gli impegni in risultati concreti sul campo, il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, individua quattro direttrici strategiche:

  1. Coinvolgere e rafforzare le comunità locali: riconoscere i diritti di gestione e le conoscenze tradizionali dei Popoli Indigeni e delle popolazioni rurali, mettendoli al centro dei progetti.
  2. Intervenire su scala di paesaggio: integrare la protezione della natura con le attività produttive, promuovendo sistemi agroforestali che combinano alberi, colture e allevamento.
  3. Mobilitare finanza pubblica e privata: creare modelli di business sostenibili in grado di attrarre capitale privato a sostegno della rigenerazione.
  4. Garantire coerenza normativa e leggi trasparenti: armonizzare le politiche nazionali, la legislazione sui diritti fondiari e gli accordi internazionali.

La sfida del 2030: colmare il divario tra promesse e realtà

I Paesi hanno dichiarato 44 milioni di ettari di foreste in fase di ripristino nella Valutazione delle Risorse Forestali Globali (Fra 2025) e oltre 206,5 milioni di ettari nei report della Convenzione sulla Diversità biologica. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi mondiali fissati al 2030, occorre ripristinare ben 470 milioni di ettari. Per colmare questo divario serve anche un importante salto di qualità nei finanziamenti: le risorse destinate al ripristino devono quadruplicare, passando dai 64 miliardi di dollari del 2022 a 296 miliardi di dollari all’anno entro il 2030.

“Gli anni che ci separano dal 2030 devono essere caratterizzati da un’attuazione di alta qualità: un’espansione del ripristino delle foreste e del paesaggio che sia incentrato sulle persone, basato su dati scientifici e supportato da politiche coerenti. Sono fiducioso che, attraverso un’azione collettiva e un impegno condiviso, potremo ripristinare su larga scala i terreni degradati e costruire un futuro migliore per tutti”, ha scritto il direttore generale della Fao.

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