Su un’isola di plastica nel Pacifico sono state individuate 46 specie marine

I rifiuti hanno formato un arcipelago mobile in costante espansione
14 Aprile 2026
3 minuti di lettura
Isola di plastica oceano pacifico -
Isola di plastica (immagine d'archivio, Canva)

C’è vita dopo la plastica? A quanto pare sì, ma non per tutti. Uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution dalla ricercatrice Linsey Haram ha individuato 46 specie marine che vivono e si riproducono sulla più grande isola di rifiuti dell’Oceano Pacifico, a migliaia di chilometri di distanza dal loro ecosistema originario, tra California e Hawaii.

I ricercatori hanno documentato la formazione di inedite comunità ibride: “È stato sorprendente trovare queste specie di invertebrati che consideriamo tipiche degli ambienti costieri nel bel mezzo dell’oceano, presenti sul 70% dei rifiuti prelevati dal vortice”, ha spiegato l’autrice della ricerca. La persistenza dei polimeri sintetici, ovvero della plastica in mare ha generato un substrato permanente per la vita.

Le specie trovate

Il team ha esaminato 105 frammenti di plastica estratti dal Great Pacific Garbage Patch, l’accumulo di detriti situato tra la California e le Hawaii. Tra i rifiuti raccolti ci sono bottiglie, boe, casse, reti, corde e secchi che nel corso del tempo di sono riuniti in questa parte dell’oceano anche a causa di correnti oceaniche, terremoti e maremoti. Le analisi condotte in laboratorio hanno individuato 484 organismi marini aderenti ai campioni, appartenenti a 46 diversi tipi di invertebrati che a loro volta rientrano in 6 principali gruppi animali.

Dei 46, 37 tipi di invertebrati (l’80% della biodiversità rilevata sulla “isola di plastica”) fanno parte delle specie costiere, tra cui anemoni di mare, idrozoi e piccoli crostacei. I restanti 9 appartengono alle specie pelagiche, che vivono in mare aperto. 

Nuovi equilibri nell’oceano

Prima di questo studio, la biologia marina escludeva che organismi nati per vivere sui fondali costieri potessero sopravvivere in pieno oceano.

L’insediamento di queste popolazioni ha dato origine a ecosistemi definiti “neopelagici”, dove animali costieri e oceanici condividono lo stesso spazio fisico. L’interazione tra creature che in natura non si sarebbero mai incontrate, però, altera le catene alimentari: le specie litoranee competono direttamente con quelle pelagiche per lo spazio e per i nutrienti a disposizione. Gli studiosi stanno monitorando queste dinamiche per capire come la presenza di predatori estranei influirà sulle popolazioni originarie del bacino del Pacifico nel lungo periodo.

Come fanno a riprodursi

La plastica, a differenza del legno e di altri materiali organici, galleggia intatta per decenni, offrendo alle colonie il tempo materiale per accrescersi e completare il proprio ciclo vitale. Durante la catalogazione, i biologi hanno rilevato tracce fisiche di riproduzione sessuale avvenuta direttamente sui rifiuti.

Tramite le analisi in laboratorio, i ricercatori hanno individuato anche molte delle specie costiere che vivono sui rifiuti di plastica e si riproducono asessualmente, ovvero tramite clonazione. Questi organismi sono a loro agio sull’isolotto di detriti anche perché le loro larve non hanno bisogno di trascorrere molto tempo alla deriva e i giovani esemplari potrebbero crescere sulla stessa superficie degli adulti.

Molte delle specie costiere rinvenute sui detriti di plastica nel vortice oceanico erano state osservate anche sui resti dello tsunami che colpì il Giappone nel 2011, poi approdati sulle coste del Nord America e delle Hawaii. Rispetto allo studio condotto da Linsey Haram, quindici anni fa c’era qualche tipo diverso e alcuni gruppi costieri, come i molluschi, erano molto meno comuni nel vortice.

“Isola di plastica”, come si è formata

Questo accumulo di detriti ha ricevuto già diversi appellativi, tra cui “Isola orientale di Immondizia”, “Vortice di pattume del Pacifico”. L’isolotto si è formato a partire dagli anni 80 a causa di diversi fattori:

  • Inquinamento provocato dall’uomo: alla base di tutto, perché senza non ci sarebbero i rifiuti;
  • La corrente oceanica denominata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre): è dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario. Il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell’Oceano Pacifico che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi sulla superficie oceanica;
  • Terremoto e maremoto del Tohoku: la calamità naturale che travolse la costa orientale giapponese l’11 marzo 2011 ha contribuito alla formazione di questo isolotto, provocando un enorme afflusso di detriti in mare aperto.

Questi rifiuti, spinti dalle correnti, si sono messi nell’oceano Pacifico, fino a raggiungere la costa americana.
I detriti si staccano dalle coste dell’Asia e del Nord America, trasportando i loro abitanti verso il centro dell’oceano. Lontano dai predatori naturali presenti lungo le coste, queste colonie si moltiplicano indisturbate sfruttando lo spazio a disposizione. L’inquinamento da plastica genera un arcipelago mobile in continua espansione.

Le reti da pesca come vettori

Lo studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution evidenzia che le reti da pesca abbandonate e le funi in nylon registrano la concentrazione più alta di specie litoranee. Questo succede perché la trama complessa di questi strumenti fornisce agli invertebrati ancoraggi resistenti contro le mareggiate e l’azione meccanica delle correnti.

Oltre il caso specifico, la parte più preziosa della ricerca sta nel fatto che evidenzia la straordinaria capacità di adattamento della fauna agli squilibri ambientali. Un monito sul fatto che il cambiamento climatico non è un pericolo per la sopravvivenza della natura sul pianeta, quanto per la sopravvivenza dell’essere umano sul pianeta.

Territorio | Altri articoli