Le città d’arte restano il motore più visibile del turismo italiano, ma nel 2025 si consolida un’altra direttrice, meno scontata e sempre più riconoscibile: quella che porta i viaggiatori verso le filiere del cibo e del vino certificate, nei luoghi in cui nascono i prodotti Dop e Igp. Il 2° Rapporto Turismo DOP di Fondazione Qualivita fotografa questo movimento con un dato che, da solo, dice già molto: 667 attività censite in un anno, 73 in più rispetto al 2024, con una crescita del 12%. Gli eventi salgono a 292 e aumentano del 26%; le regioni più attive sono Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna, seguite da Lombardia e Piemonte.
Non è solo una questione di numeri. Nel turismo italiano cresce la componente internazionale e si allunga il tempo di permanenza, mentre l’enogastronomia continua a guadagnare spazio come motivazione di viaggio. Istat rileva che nel 2025 le presenze turistiche in Italia sono aumentate del 2,3% rispetto al 2024; nel quarto trimestre, la quota straniera ha raggiunto il 56,5% del totale. Sul fronte del turismo enogastronomico, i dati Enit diffusi dal Ministero del Turismo indicano 2,4 milioni di presenze internazionali motivate dal cibo e dal vino e 395,5 milioni di euro di spesa internazionale per la tavola. Dentro questa cornice, il turismo Dop e Igp si ritaglia uno spazio preciso: non propone un’Italia del gusto generica, ma territori, prodotti e filiere con un’origine dichiarata e verificabile.
Le Dop e le Igp entrano nella mappa dei viaggi fuori rotta
Il punto più interessante del rapporto Qualivita non è tanto il totale delle attività, quanto la loro composizione. Le 667 iniziative censite comprendono 292 eventi, 197 infrastrutture, 135 attività di valorizzazione e 44 attività di in-formazione. Di queste, 350 sono permanenti e 317 sono state realizzate specificamente nel 2025. Il dato suggerisce che il turismo legato alle Dop e alle Igp non si esaurisce più nel calendario delle feste o nelle degustazioni di richiamo, ma si appoggia a luoghi, percorsi, spazi visitabili e servizi che rendono le filiere accessibili durante tutto l’anno. Anche le 60 prime edizioni censite nel 2025 vanno lette in questa direzione: non un semplice allargamento del programma, ma l’estensione del modello a territori che finora avevano usato la denominazione soprattutto sul piano produttivo e commerciale.
Qui cambia la funzione stessa della denominazione. Una Dop o una Igp non rinvia soltanto a una qualità certificata, ma a un territorio preciso, a un metodo, a una storia produttiva, a una comunità di imprese. Quando quel patrimonio viene tradotto in visite ai luoghi di produzione, itinerari, appuntamenti, percorsi di degustazione e servizi di accoglienza, la denominazione esce dal solo mercato e diventa un accesso al territorio. Per molte aree fuori dai poli classici del turismo, questo passaggio ha un peso concreto: consente di entrare nella geografia dei flussi con un’identità già forte, invece di costruirla da zero.
I casi più chiari sono quelli in cui prodotto e paesaggio si tengono insieme da tempo e hanno imparato a parlare anche al visitatore. Nelle colline tra Conegliano e Valdobbiadene, il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg si intreccia con strade del vino, accoglienza diffusa e itinerari tra cantine e borghi; in Emilia, il Parmigiano Reggiano accompagna un sistema di visite ai caseifici che tocca più province del comprensorio; a Modena, l’Aceto Balsamico di Modena Igp entra nelle acetaie aperte al pubblico; in Toscana, il Chianti Classico si muove lungo una geografia già leggibile, dove la filiera vitivinicola coincide con il paesaggio; in Friuli Venezia Giulia, il Prosciutto di San Daniele continua a rappresentare un altro esempio di forte sovrapposizione tra origine del prodotto e luogo della visita. Il rapporto non costruisce una guida di viaggio, ma descrive un sistema in cui le denominazioni diventano riferimenti sempre più stabili per orientare gli spostamenti.
La classifica regionale aiuta a capire dove questo meccanismo funziona meglio. Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna guidano il quadro nazionale, seguite da Lombardia e Piemonte. Non sono soltanto regioni con filiere forti; sono aree in cui la denominazione si innesta su una capacità organizzativa già rodata, che permette di trasformare il prodotto in esperienza. Qualivita segnala infatti come i territori leader siano quelli in cui si incontrano tre elementi: una filiera produttiva solida, un’attrattività turistica consolidata e Consorzi strutturati. È l’incrocio di questi fattori a spostare il baricentro: la Dop o la Igp non restano più un marchio da esibire, ma diventano un pezzo dell’offerta territoriale.
C’è poi un elemento normativo che ha dato forma a una dinamica già in corso. Il Regolamento Ue 2024/1143 include tra i compiti dei gruppi di produttori riconosciuti anche attività informative e promozionali connesse allo sviluppo di servizi turistici nell’area geografica della denominazione. Questo passaggio ha un effetto pratico: il turismo entra formalmente nel raggio d’azione dei soggetti che tutelano le Indicazioni Geografiche. Per i Consorzi significa poter collocare in modo più esplicito visite, percorsi e attività territoriali dentro la valorizzazione della denominazione stessa.
Come si allarga la filiera del viaggio
Il dato più immediato del 2025 resta comunque quello degli eventi. Le 292 iniziative censite comprendono feste, degustazioni, festival culturali ed eventi sportivi. Non sono formule equivalenti, ma condividono la stessa funzione: trasformare una denominazione in una ragione di spostamento. In molti territori l’evento è il primo contatto, il punto da cui una filiera inizia a organizzarsi anche in chiave turistica. Quando il calendario tiene, arrivano poi le visite permanenti, i percorsi di degustazione, le collaborazioni con le strutture ricettive, la segnaletica, le prenotazioni, i pacchetti legati alla produzione. È così che una Dop o una Igp smette di stare soltanto nella distribuzione commerciale e comincia a muoversi anche nella filiera del viaggio.
L’analisi pilota contenuta nel rapporto offre anche un’indicazione sul tipo di visitatore che queste attività intercettano. Il 76% dei turisti Dop riconosce al Consorzio il ruolo di garante dell’autenticità, mentre nel 63% dei casi la degustazione è la motivazione principale della visita. In altre parole, chi si muove verso queste esperienze cerca un rapporto diretto tra prodotto e luogo, non solo un contesto piacevole in cui consumarlo. Il valore della denominazione sta proprio qui: nella possibilità di dare al visitatore un riferimento chiaro sull’origine e sul senso di ciò che vede e assaggia.
Questo spiega anche perché il ruolo dei Consorzi si stia allargando. Il rapporto rileva il coinvolgimento di 367 Consorzi di tutela e di 620 prodotti Ig nelle attività censite. La tutela del nome e la promozione restano centrali, ma si affiancano sempre più a un lavoro di raccordo con amministrazioni locali, operatori dell’accoglienza, associazioni, organizzatori di eventi e reti culturali. I Consorzi diventano così uno dei punti di connessione fra filiera produttiva e territorio visitabile. La crescita delle attività permanenti mostra proprio questo: il turismo Dop e Igp tende a consolidarsi quando non dipende da un singolo appuntamento, ma da una rete locale capace di offrire continuità.
Il quadro economico aiuta a misurare il peso di questo passaggio. Secondo il XXIII Rapporto Ismea-Qualivita, il comparto Dop e Igp italiano ha raggiunto nel 2024 un valore alla produzione di 20,7 miliardi di euro, pari al 19% del fatturato complessivo dell’agroalimentare nazionale, con 12,3 miliardi di export. Quando una base produttiva di questa dimensione sviluppa anche una propria estensione turistica, l’effetto si distribuisce oltre il solo mercato del prodotto. Le visite a caseifici, cantine, frantoi, prosciuttifici e acetaie attivano una spesa che tocca ricettività, ristorazione, commercio locale, servizi culturali e mobilità di prossimità. Nei territori rurali, collinari e periurbani, questo passaggio allarga il raggio economico della denominazione.
Anche i dati generali del turismo definiscono bene il terreno su cui si muove il fenomeno. L’aumento delle presenze nel 2025, insieme al peso crescente dei visitatori stranieri, indica un mercato in cui il viaggio tende a organizzarsi sempre meno attorno a una sola attrazione e sempre più attorno a esperienze territoriali integrate. In questo scenario, il turismo Dop e Igp offre ai territori un vantaggio preciso: parte da asset già presenti, già conosciuti e già certificati. Non costruisce un richiamo da zero, ma lo sviluppa a partire da filiere che hanno già reputazione, mercato e riconoscibilità.
Il 2° Rapporto Turismo DOP registra infine un ampliamento dell’attenzione attorno al tema: 24 ricerche mappate, contro le 17 del 2024, 116 atti legislativi censiti a livello europeo, nazionale e regionale, oltre 700 ricorrenze del termine “Turismo DOP” sulla stampa cartacea e online. Sono segnali che accompagnano la crescita delle attività e ne mostrano la progressiva stabilizzazione nello spazio pubblico. Le denominazioni, da questo punto di vista, entrano sempre più non soltanto nella promozione dei territori, ma nella loro organizzazione materiale: costruzione di percorsi, aperture dei luoghi di produzione, gestione di visite, relazione tra filiera e ospitalità.