Vigneti tagliafuoco, così l’agricoltura può aiutare l’Europa a prevenire gli incendi

Dalla Catalogna al sud della Francia, vigne, tartufaie e apiari diventano parte di un nuovo modo di gestire i paesaggi più esposti alla crisi climatica
29 Maggio 2026
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Incendi Canva

Nel luglio del 2017, mentre un incendio avanzava tra boschi e colline della Catalogna centrale, le fiamme arrivarono fino ai vigneti di Celler Abadal, un’azienda vinicola a nord di Barcellona. Poi accadde qualcosa che agli occhi dei ricercatori sarebbe diventato molto più di un episodio fortunato: l’incendio rallentò, perse continuità e in parte si fermò.

Non perché le vigne siano ignifughe. Non perché un filare possa sostituire una squadra antincendio. Ma perché un vigneto ben gestito può comportarsi come una barriera agricola: un’interruzione nella massa continua di vegetazione secca che alimenta gli incendi più difficili da controllare.

Da quell’osservazione è nato uno dei progetti più interessanti oggi in corso in Europa sulla prevenzione degli incendi: usare vigneti, tartufaie, apiari e altre colture come pezzi di un paesaggio più resistente al fuoco. Non una soluzione tecnologica, non un nuovo aereo o un nuovo sensore, ma una forma di prevenzione costruita dentro l’agricoltura, nei territori rurali, nelle aree che più spesso diventano il fronte degli incendi.

L’idea è semplice solo in apparenza. In un’Europa sempre più calda, più secca e in molte zone più abbandonata, la gestione del paesaggio può diventare importante quanto la risposta all’emergenza.

Un’Europa che brucia prima e di più

Gli incendi sono sempre esistiti negli ecosistemi mediterranei. La novità è la frequenza con cui oggi diventano grandi, intensi, difficili da spegnere e capaci di attraversare paesaggi molto diversi tra loro: boschi, campi, aree periurbane, infrastrutture, zone turistiche.

Secondo i dati del Joint Research Centre della Commissione europea e del sistema EFFIS, il 2025 è stato l’anno peggiore mai registrato nell’Unione europea da quando esiste questa serie di monitoraggio, avviata nel 2006. Nell’Ue sono bruciati più di un milione di ettari, mentre nell’area più ampia osservata da EFFIS – che comprende anche altri Paesi europei, il Medio Oriente e il Nord Africa – la superficie bruciata ha superato i 2,2 milioni di ettari.

La stagione si era aperta presto, con oltre 100mila ettari bruciati nell’Ue già entro la fine di marzo, ed è poi esplosa nei mesi estivi. Ad agosto, una lunga ondata di calore ha favorito grandi incendi simultanei in Portogallo e Spagna, che da soli hanno rappresentato una parte molto rilevante dell’area complessivamente bruciata nell’Unione.

Anche il 2026 è partito sopra la media storica per il periodo. Al 27 maggio, nell’Ue risultavano bruciati 88.945 ettari, più dei 64.547 ettari della media 2006-2025 alla stessa data. Il numero degli incendi rilevati, 810, era più che doppio rispetto alla media di lungo periodo per quel momento dell’anno.

Questi numeri non dicono solo che brucia più superficie. Indicano anche che la stagione del fuoco si sta allungando, che gli incendi arrivano prima e che il rischio non riguarda più soltanto alcune aree tradizionalmente esposte. Il cambiamento climatico aumenta temperatura e siccità; l’abbandono di molte aree rurali lascia crescere vegetazione non gestita; la frammentazione tra bosco, agricoltura e insediamenti rende più complessa la protezione di case, strade e infrastrutture.

Per questo in Europa si parla sempre più spesso di passare da una cultura centrata quasi solo sulla risposta a una cultura della prevenzione. Spegnere resta essenziale. Ma arrivare prima del fuoco, costruendo territori meno vulnerabili, è diventato altrettanto importante.

Perché una vigna può rallentare un incendio

Un incendio si propaga quando trova combustibile continuo: erba secca, arbusti, rami bassi, chiome collegate, terreni abbandonati dove la vegetazione cresce senza interruzioni. In un paesaggio omogeneo, il fuoco ha una strada più facile. In un paesaggio a mosaico, deve cambiare ritmo, intensità, direzione.

Il vigneto funziona proprio così: rompe la continuità.

Le viti in piena stagione vegetativa hanno foglie verdi e più umide rispetto alla vegetazione secca del sottobosco. I filari sono separati da spazi vuoti o lavorati. Il suolo tra le file, se gestito correttamente, contiene meno materiale infiammabile. Le strade agricole e i terrazzamenti possono offrire vie di accesso ai mezzi antincendio. I punti d’acqua usati per l’irrigazione o la gestione aziendale possono diventare utili durante un’emergenza.

La condizione decisiva è una: il vigneto deve essere curato. Se tra i filari cresce erba secca, se i bordi verso il bosco sono pieni di arbusti, se non esistono fasce tampone o accessi, la capacità di rallentare il fuoco diminuisce molto. Una vigna abbandonata non è una barriera: può diventare parte del problema.

Per questo i ricercatori del Centro di scienza e tecnologia forestale della Catalogna non parlano semplicemente di vigneti, ma di vigneti inseriti in una strategia di gestione del territorio. Il punto non è piantare viti ovunque, ma collocare e mantenere colture in luoghi strategici: tra un bosco e un centro abitato, lungo una strada, vicino a infrastrutture sensibili, nelle zone in cui un incendio potrebbe accelerare o cambiare scala.

In questa prospettiva, l’agricoltura smette di essere solo produzione di cibo o vino. Diventa anche presidio del territorio.

Il caso Celler Abadal e la nascita di Fire Wine

Celler Abadal si trova nel Pla de Bages, una zona vitivinicola della Catalogna interna. Dopo l’incendio del 2017, l’azienda ha iniziato a rafforzare alcune pratiche di gestione: riduzione della vegetazione vicino al margine del bosco, cura degli spazi tra vigneti e aree forestali, collaborazione con chi si occupa di prevenzione e soccorso.

Nel 2025 è diventata la prima cantina europea a incorporare sulle proprie bottiglie il marchio “Fire Wine Resilient Landscape”, promosso dal Centro di scienza e tecnologia forestale della Catalogna nell’ambito dell’iniziativa Fire Wine, collegata al progetto europeo FIRE-RES.

Il marchio serve a rendere riconoscibile un valore che di solito resta invisibile: il contributo di un produttore agricolo alla sicurezza del paesaggio. Non certifica che una bottiglia sia “anti-incendio”, né che un vigneto possa fermare qualunque rogo. Certifica invece che quell’azienda rispetta criteri di gestione del territorio pensati per ridurre la propagazione degli incendi.

Tra le pratiche richieste o incoraggiate ci sono il mantenimento di fasce di protezione, la gestione della vegetazione durante la stagione a rischio, la pulizia delle aree più vicine al bosco, il miglioramento degli accessi e della disponibilità d’acqua per le squadre antincendio.

Il principio economico è interessante: se un agricoltore svolge anche un servizio pubblico – mantenere un territorio più sicuro – quel servizio deve essere riconosciuto. Può esserlo attraverso incentivi pubblici, accordi locali, fondi europei, ma anche attraverso il mercato. La speranza dei promotori è che un giorno i consumatori riconoscano il marchio e scelgano quei prodotti non solo per qualità o sostenibilità ambientale, ma anche per il ruolo nella prevenzione degli incendi.

È una forma di comunicazione molto simile, almeno nell’intenzione, a quella delle certificazioni biologiche o di sostenibilità. Ma con una differenza: qui il messaggio non riguarda solo come viene prodotto il vino. Riguarda che cosa quella produzione fa al paesaggio circostante.

Tartufi, miele e “prodotti tagliafuoco”

Il vino è il caso più immediato da raccontare, anche perché in Europa ha un peso culturale ed economico enorme. Ma il progetto non si ferma alle vigne.

Accanto a Fire Wine è nato anche il marchio “Fire Product Resilient Landscape”, pensato per altri prodotti agricoli o forestali, come olio, frutta, tartufi e ortaggi. L’idea è la stessa: alcune attività produttive, se collocate e gestite bene, possono contribuire a creare paesaggi meno vulnerabili.

Le tartufaie, per esempio, possono funzionare come piccole isole gestite all’interno di aree forestali o semi-forestali. Gli alberi sono distanziati, il suolo è mantenuto più pulito, spesso sono presenti linee d’acqua. Anche gli apiari, pur non essendo barriere fisiche come un vigneto, possono incentivare la cura di aree marginali, la manutenzione di accessi e la gestione di porzioni di territorio che altrimenti sarebbero lasciate all’abbandono.

Il concetto chiave è quello del paesaggio a mosaico: alternare colture, boschi gestiti, pascoli, radure, infrastrutture verdi e aree produttive in modo da impedire che il combustibile si presenti come una massa continua. In un territorio così costruito, un incendio può comunque partire, ma ha più ostacoli davanti a sé. Può perdere intensità, rallentare, offrire più occasioni di intervento.

È una logica antica, che molte comunità rurali conoscevano già prima che diventasse un tema di ricerca europea. La novità è il tentativo di trasformarla in politica pubblica, certificazione, strumento economico e progetto replicabile.

Quando spariscono le vigne

Il tema è diventato evidente anche nel sud della Francia. Nell’Aude, una regione vitivinicola colpita nel 2025 da incendi molto gravi, alcuni produttori hanno denunciato la perdita di vigneti come perdita di barriere naturali contro il fuoco. In molte zone, la crisi del vino e gli incentivi all’estirpazione hanno portato alla rimozione di migliaia di ettari di vigne.

Il problema non è solo economico. Quando una vigna viene abbandonata o rimossa e il terreno non viene gestito, la vegetazione spontanea può crescere rapidamente. In un clima più caldo e secco, quella vegetazione diventa combustibile. Dove prima c’erano filari curati, strade agricole e suoli più puliti, possono comparire aree continue di erbe e arbusti.

La vicenda francese mostra il punto più delicato del dibattito: non tutte le colture hanno lo stesso valore strategico, e non tutte le decisioni agricole sono neutre rispetto al rischio incendi. Se una politica aiuta un settore in crisi ma favorisce, anche indirettamente, l’abbandono del territorio, il conto può arrivare sotto forma di maggiore vulnerabilità.

Questo non significa che ogni vigneto vada conservato a ogni costo. Significa però che nelle aree ad alto rischio incendio la pianificazione agricola, forestale e climatica non può più essere separata.

Non una soluzione miracolosa

Raccontare i vigneti come alleati contro gli incendi richiede cautela. Un vigneto può rallentare il fuoco, ma non è una garanzia assoluta. Con vento forte, temperature estreme, siccità prolungata e faville trasportate a distanza, anche una barriera agricola può essere superata. Le fiamme possono saltare da un’area all’altra, bruciare margini, danneggiare impianti, contaminare le uve con il fumo.

Lo stesso caso di Celler Abadal non fu privo di conseguenze: l’incendio non cancellò l’azienda, ma alcune parcelle furono danneggiate e parte dell’uva risentì del fumo. La resilienza non significa invulnerabilità. Significa ridurre il rischio, guadagnare tempo, creare condizioni più favorevoli all’intervento umano.

È anche importante evitare un altro equivoco: i vigneti non possono sostituire la gestione forestale. Servono boschi più curati, prevenzione vicino ai centri abitati, piani di emergenza, sistemi di allerta, squadre preparate, manutenzione delle linee elettriche, educazione dei cittadini, uso responsabile del suolo. La vigna è un pezzo del mosaico, non il mosaico intero. Il suo valore sta proprio qui: aggiunge una funzione di protezione a un’attività economica già presente sul territorio.

Chi paga la sicurezza prodotta dall’agricoltura?

Il grande nodo è economico. Mantenere un vigneto in una zona difficile costa. Pulire i bordi, tagliare l’erba, creare fasce tampone, garantire accessi, installare o mantenere punti d’acqua, coordinarsi con amministrazioni e servizi antincendio richiede tempo e risorse. Se quel lavoro produce un beneficio collettivo, non può pesare soltanto sul singolo agricoltore.

È qui che entrano in gioco marchi come Fire Wine, ma anche le politiche agricole e ambientali. La prevenzione degli incendi è un servizio ecosistemico e territoriale: protegge case, biodiversità, infrastrutture, turismo, qualità dell’aria, suolo e risorse idriche. Riconoscere questo valore significa immaginare incentivi mirati per chi mantiene colture strategiche in aree vulnerabili.

In futuro, una parte della politica climatica europea potrebbe passare proprio da qui: non solo fondi per ricostruire dopo un incendio, ma risorse per evitare che l’incendio diventi incontrollabile.

Per i produttori, il marchio può diventare anche uno strumento narrativo. Dire che un vino nasce da un paesaggio gestito contro il fuoco significa legare la bottiglia a una storia di cura, responsabilità e adattamento climatico. In un mercato del vino sempre più competitivo, potrebbe essere un elemento distintivo. Ma perché funzioni, i consumatori devono capire che cosa stanno premiando.

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