La biodiversità alla prova dei fatti alla COP17

In Armenia la Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità tra verifica impegni presi, nodo dei finanziamenti e ruolo delle imprese nella transizione verso un’economia nature-positive
19 Ottobre 2026
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Presentazione grafica con scritta sulla conservazione della biodiversità e un albero verde sullo sfondo
Immagine di repertorio (Storyblocks)

Dal 19 al 30 ottobre l’Armenia ospita la 17° Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, COP17, un appuntamento cruciale per il futuro degli ecosistemi. Quattro anni dopo l’adozione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, la comunità internazionale è chiamata a verificare i progressi compiuti e colmare il divario tra gli impegni assunti e i risultati ottenuti. In gioco c’è molto di più della conservazione della natura: riguarda la resilienza delle economie, la sicurezza alimentare, la stabilità delle catene di approvvigionamento, la capacità dei sistemi produttivi di operare entro i limiti ecologici del Pianeta. In un contesto globale caratterizzato dalla pressione crescente sugli ecosistemi e dalla necessità di accelerare la transizione sostenibile, la COP17 dovrà dimostrare che la biodiversità può rientrare tra le priorità delle politiche pubbliche e delle strategie economiche. Perché senza un’inversione di tendenza nella perdita di biodiversità, anche gli obiettivi climatici e di sviluppo sostenibile rischiano di perdere efficacia.

Obiettivi globali, ritardi locali

Il punto di partenza della COP17 è il quadro globale adottato a Kunming-Montreal nel 2022, che indica 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030, tra i quali: la conservazione del 30% delle terre e dei mari del Pianeta, il ripristino del 30% degli ecosistemi degradati; la riduzione delle pressioni dovute alle attività umane sulla natura. La COP17 costituisce un passaggio fondamentale per valutare lo stato di attuazione degli impegni stabiliti attraverso una revisione complessiva dei progressi compiuti. Infatti, se gli obiettivi sono stati fissati, la loro traduzione in politiche efficaci, interventi di conservazione e modelli produttivi procede con difficoltà. Dunque, serve un’accelerazione per modificare un percorso pieno di ostacoli. La perdita di biodiversità non è una crisi isolata, infatti il deterioramento degli ecosistemi rischia di compromettere servizi naturali essenziali: dal ciclo naturale dell’acqua alla fertilità dei suoli, dall’impollinazione alla protezione delle conseguenze degli eventi climatici estremi. Per questo, tutelare la natura significa preservare la sicurezza economica e sociale. Alla COP17 in Armenia, dunque, la sfida per i governi sarà trasformare le sfide globali in obiettivi nazionali e locali verificabili, con responsabilità definite, tempi certi e sistemi di monitoraggio adeguati.

Finanza per la natura

Una delle condizioni necessarie per rendere credibili gli obiettivi globali sulla biodiversità è la disponibilità di finanziamenti. Il quadro adottato nel 2022 indica la necessità di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno per la conservazione e l’uso sostenibile della natura, attraverso risorse pubbliche e private, oltre che con una maggiore cooperazione internazionale. Tuttavia, il divario finanziario al momento risulta significativo. Le stime attuali diffuse prima dell’avvio della COP17 indicano i finanziamenti annuali complessivi compresi tra 75 e 92 miliardi di euro, dunque ben al di sotto di quanto stimato. Parallelamente, ingenti risorse continuano a sostenere attività che contribuiscono al degrado degli ecosistemi. Dunque, il tema non è soltanto trovare nuovi finanziamenti, ma riallocare quelli esistenti, orientando gli investimenti verso modelli di sviluppo compatibili con la natura e la sua biodiversità. La sfida risulta particolarmente urgente per diversi Paesi in via di sviluppo, in quanto la conservazione degli ecosistemi richiede risorse, competenze tecniche, strumenti finanziari accessibili, senza compromettere le traiettorie di crescita e di benessere delle comunità locali. Qui entra in gioco la cooperazione internazionale con il compito di distribuire le risorse in modo equo. Anche il settore privato è chiamato a fare la sua parte: investimenti per la protezione e il ripristino degli habitat, filiere più sostenibili, sono alcuni degli elementi che possono contribuire a ridurre la pressione sulla natura, a condizione che siano sostenuti da criteri rigorosi, trasparenza e risultati verificabili. In questo senso la COP17 dovrà contribuire a rafforzare questo orientamento, evitando che la finanza per la natura si riduca ad una promessa priva di adeguati meccanismi.

Biodiversità nelle strategie aziendali

Per le imprese la biodiversità è diventata una questione di gestione del rischio, competitività e resilienza, specie per determinati settori produttivi, quali agricoltura, alimentare, farmaceutica, energia, infrastrutture. La degradazione degli habitat e la conseguente scarsità di risorse possono compromettere le forniture, aumentare i costi operativi e generare vulnerabilità lungo la filiera. In questo scenario, integrare la natura nelle strategie ESG significa andare oltre la riduzione delle emissioni di gas serra. Individuare gli impatti e le dipendenze delle attività aziendali dagli ecosistemi, identificare le aree più esposte, fissare obiettivi misurabili, rendicontare i progressi: la valutazione dei rischi legati alla natura diventa parte integrante delle decisioni e delle strategie aziendali. Parallelamente, cresce la necessità di distinguere azioni con benefici reali per gli ecosistemi da interventi di pura facciata, contrastando in tal modo il rischio di greenwashing. Il messaggio che emerge dalla COP17 è quello che non può esserci una transizione sostenibile senza una strategia credibile per la natura. Che si tratti di governi, finanza o imprese, la parola d’ordine è passare dagli impegni dichiarati ai risultati misurabili.

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