“Chi esporta carbone è responsabile delle emissioni prodotte all’estero”, la svolta in Australia

Il progetto della Mach Energy puntava a prolungare fino al 2048 l'attività dell'impianto
7 Ottobre 2026
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Miniera carbone canva
Immagine di repertorio di una miniera di carbone (Canva)

Una decisione destinata a segnare un punto di svolta fondamentale nella giurisprudenza ambientale globale giunge dall’Australia. La Corte Suprema dell’Australia si è pronunciata per la prima volta in assoluto su un contenzioso legato al cambiamento climatico: ha respinto il ricorso di un colosso minerario e accolto le istanze di un gruppo di cittadini e ambientalisti locali.

La sentenza ha confermato il blocco al piano di ampliamento della miniera di carbone di Mount Pleasant, situata nello Stato del Nuovo Galles del Sud. Il progetto, presentato dalla società Mach Energy, puntava a prolungare fino al 2048 l’attività dell’impianto, la cui licenza operativa è in scadenza a dicembre di quest’anno, e a raddoppiarne la capacità produttiva, consentendo l’estrazione di ulteriori 406 milioni di tonnellate di carbone. L’Alta Corte ha respinto definitivamente l’appello dell’azienda, condannandola anche al pagamento delle spese legali.

La chiave della sentenza: le emissioni “Scope 3”

Al centro della pronuncia dei giudici vi è la valutazione dell’operato della Independent Planning Commission del Nuovo Galles del Sud. Secondo la Corte, l’autorità pianificatrice locale ha commesso un grave errore procedurale non imponendo prescrizioni idonee a mitigare l’impronta carbonica complessiva del progetto.

Nello specifico, le emissioni “Scope 3”, ovvero i gas a effetto serra generati all’estero quando il carbone viene effettivamente bruciato dai Paesi importatori, rappresentavano il 98% delle emissioni totali attribuibili alla miniera. Ciò nonostante, la commissione si era limitata a prendere in esame soltanto il restante 2% di emissioni dirette prodotte in loco.

Come ha sottolineato il giudice James Edelman nelle motivazioni della sentenza, concentrandosi esclusivamente su una quota minima delle emissioni, l’autorità ha omesso di valutare se dovessero essere imposte condizioni per garantire che le emissioni complessive vengano ridotte al massimo livello praticabile. Attualmente, la normativa federale australiana impone un calo annuo delle emissioni del 4,9% (o l’acquisto di crediti di carbonio) solo per i progetti con emissioni dirette di tipo Scope 1 e Scope 2 superiori a 100.000 tonnellate metriche di CO2 equivalente, escludendo dall’equazione l’impatto dei combustibili fossili venduti sui mercati esteri.

Reazioni contrapposte tra attivisti e industria

La decisione ha suscitato reazioni di segno opposto nel Paese. Wendy Wales, docente di scienze in pensione e presidente del gruppo cittadino che ha promosso la causa, ha accolto con entusiasmo la decisione a Reuters: “Oggi la Corte Suprema ha ribadito ciò che abbiamo sempre saputo: non possiamo estrarre carbone, spedirlo oltremare, guardarlo alimentare il cambiamento climatico e poi fingere che le conseguenze non ci riguardino e non verranno vissute da noi”.

Di contro, Mach Energy ha espresso profonda “delusione” per il verdetto. Forti preoccupazioni sono giunte anche dalle organizzazioni di categoria dell’industria estrattiva. Tania Constable, amministratrice delegata del Minerals Council of Australia, ha dichiarato all’agenzia di stampa che la sentenza invia un segnale fortemente negativo ai partner commerciali e agli investitori internazionali riguardo al rischio sovrano del mercato australiano.

L’Australia figura infatti tra i principali esportatori mondiali di risorse energetiche: secondo gli ultimi dati governativi relativi al ciclo 2026-2027, il Paese ha esportato 209 milioni di tonnellate metriche di carbone termico, per un valore complessivo di 31 miliardi di dollari australiani (pari a circa 21,6 miliardi di dollari statunitensi, circa 19 miliardi di euro).

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