Gli italiani buttano meno cibo, ma lo spreco domestico continua a valere 6,6 miliardi di euro l’anno. Sono 112 euro e 25,74 chili di alimenti per persona acquistati e poi gettati nell’arco di dodici mesi. A cambiare, però, è anche il modo in cui si decide cosa salvare dal frigorifero: il nuovo Rapporto Waste Watcher International 2026 rileva che il 57% del campione usa assistenti di intelligenza artificiale per ricette, avanzi e gestione degli alimenti. Tra i più giovani l’AI viene consultata anche per capire se un prodotto oltre la data indicata sulla confezione sia ancora sicuro da mangiare.
I dati del monitoraggio, realizzato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna su dati Ipsos-Doxa e presentati in occasione della Giornata internazionale di consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, il 29 settembre, mostrano come il food waste domestico stia cambiando pelle: accanto ai problemi tradizionali – acquisti eccessivi, cattiva programmazione, alimenti dimenticati in frigorifero – entrano sempre più in gioco algoritmi, social network e una lettura ancora incerta delle date di scadenza.
Il quadro generale resta comunque in miglioramento: lo spreco alimentare in Italia è sceso sotto i 500 grammi a testa ogni settimana, con un calo superiore all’11% rispetto a un anno fa. Ma dietro questa riduzione emergono comportamenti molto diversi, legati al reddito, alla composizione familiare e, sempre più spesso, all’uso degli strumenti digitali.
Lo spreco costa 6,6 miliardi
Il conto dello spreco alimentare domestico arriva a 6.588.223.643 euro l’anno e il peso dello spreco non è uguale per tutti. I cittadini con basso potere d’acquisto gettano una quantità di cibo superiore del 26% rispetto alla media nazionale. Un dato che apparentemente contraddice l’idea che chi ha meno risorse debba essere necessariamente più attento a non sprecare.
Una delle spiegazioni individuate dal rapporto riguarda proprio la ricerca del risparmio. Promozioni e offerte possono spingere ad acquistare quantità superiori al necessario, soprattutto di alimenti freschi e deperibili, trasformando in perdita una parte del vantaggio ottenuto al momento della spesa.
“Il sistema agroalimentare è sotto stress: crisi climatica e instabilità geopolitica si sommano, aumentando i costi di produzione e facendo pressione sui prezzi al consumo”, spiega Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International. In questo scenario, aggiunge, lo spreco diventa ancora più insostenibile perché rappresenta “valore prodotto, acquistato e poi distrutto”.
Ed è proprio qui che il fenomeno assume una dimensione sociale. “Il paradosso è che a sprecare di più sono proprio i ceti popolari: chi ha meno risorse perde più cibo e una quota proporzionalmente maggiore del proprio reddito”, sottolinea Segrè. Lo spreco diventa così “un vero moltiplicatore delle disuguaglianze”.
Le famiglie con figli si muovono invece nella direzione opposta: gettano il 19% in meno rispetto alla media nazionale. I nuclei senza figli registrano un livello di spreco superiore del 17%. Secondo Waste Watcher, una maggiore regolarità dei pasti e una gestione più strutturata della spesa possono contribuire a spiegare la differenza.
Il modo in cui si organizza la vita domestica conta quindi quasi quanto il reddito: frequenza degli acquisti, dimensione delle confezioni, capacità di programmare i pasti e riutilizzo degli avanzi possono decidere se ciò che entra nel carrello finirà effettivamente a tavola. Anche la conservazione può fare la differenza: i prodotti surgelati, per esempio, risultano tra quelli meno sprecati, grazie soprattutto alla maggiore durata e alla possibilità di utilizzare solo la quantità necessaria.
L’Ai entra nel frigorifero
Intanto, sempre più italiani usano l’intelligenza artificiale per decidere come utilizzare ciò che hanno già in casa. Il 51% del campione consulta gli assistenti virtuali per trovare ricette capaci di recuperare ingredienti e avanzi, mentre il 45% cerca suggerimenti o strategie per ridurre lo spreco. Fin qui, il digitale può diventare un alleato: suggerire come combinare ciò che resta in frigorifero può evitare un nuovo acquisto e impedire che un alimento venga dimenticato.
Più delicato è il ricorso all’Ai quando dalla risposta dipende la sicurezza del cibo. Il 21% del campione dichiara di consultarla con frequenza per capire se un alimento che ha superato la data indicata sulla confezione sia ancora consumabile. Tra i più giovani il fenomeno cresce nettamente. Il 72% della Generazione Z dichiara di ricorrere all’intelligenza artificiale per valutare la sicurezza degli alimenti; tra i Millennials la quota arriva al 63%.
Un assistente può conoscere le caratteristiche generali di uno yogurt, di una confezione di carne o di un formaggio, ma non può sapere come sia stato realmente conservato il prodotto che abbiamo davanti. Non conosce eventuali interruzioni della catena del freddo, la temperatura a cui è rimasto per ore o lo stato effettivo della confezione.
“Algoritmi standardizzati non possono infatti valutare lo stato reale della catena del freddo o l’integrità della confezione, col rischio di generare indicazioni inappropriate”, avverte Segrè, che richiama la necessità di contenuti digitali fondati su strumenti scientificamente validati quando le risposte riguardano la sicurezza alimentare.
L’Ai può dunque aiutare a svuotare il frigorifero, ma non può guardare dentro quel frigorifero.
