Donne ai vertici delle imprese, Italia tra le prime in Europa (ma non nelle istituzioni pubbliche)

Nelle società quotate le donne occupano il 43,5% dei posti nei consigli di amministrazione, ma negli organi decisionali pubblici soltanto il 21%. Il divario fotografato dal BES 2026 dell'Istat
26 Ottobre 2026
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Donne Leader Canva

L’Italia è tra i Paesi europei con più donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa. Supera Germania e Spagna, si colloca sopra la media dell’Unione europea ed è seconda soltanto alla Francia tra i grandi Paesi dell’Ue. Ma questa avanzata femminile si ferma davanti alle porte di molte istituzioni pubbliche, dove appena un incarico decisionale su cinque è ricoperto da una donna. È il divario che emerge dal Rapporto BES 2026 dell’Istat, che fotografa un Paese capace di raggiungere risultati importanti nella rappresentanza di genere delle grandi imprese, ma ancora lontano dalla parità nei luoghi in cui si esercita il potere pubblico.

Nel 2025 le donne occupano il 43,5% dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate, una quota quasi raddoppiata rispetto al 2014 grazie soprattutto alle norme sulle quote di genere. Negli organi decisionali di alcune delle principali istituzioni pubbliche, invece, la presenza femminile si ferma al 21%. Una distanza di oltre venti punti percentuali che racconta quanto il percorso verso la parità proceda a velocità differenti. Anche la politica non fa eccezione: in Parlamento le donne sono circa un terzo degli eletti, mentre nei consigli regionali non raggiungono neppure il 27%.

Nei consigli di amministrazione l’Italia supera Germania e Spagna

Il risultato delle società quotate rappresenta uno dei progressi più evidenti degli ultimi anni. Nel 2014 le donne occupavano meno di un quarto dei posti nei consigli di amministrazione; oggi sono quasi la metà. A favorire questa trasformazione sono state soprattutto la legge Golfo-Mosca del 2011 e le successive disposizioni del 2019, che hanno introdotto e rafforzato gli obblighi di equilibrio di genere negli organi societari.

Il confronto europeo conferma la posizione raggiunta dall’Italia. Con il 43,5% di amministratrici, il Paese è dietro alla Francia, dove la quota arriva al 46,9%, ma davanti alla Spagna, ferma al 41,9%, e alla Germania, al 40%. La media dell’Unione europea è decisamente più bassa, pari al 35,8%.

Nonostante questo risultato, l’Italia non ha ancora raggiunto l’obiettivo più ambizioso fissato dalla Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, che prevede una presenza femminile del 45%. Ha però superato la soglia del 40% prevista dalla normativa nazionale e indicata anche nella Strategia europea per la parità di genere 2026-2030.

La situazione cambia radicalmente quando dai consigli di amministrazione delle imprese si passa agli organi decisionali delle istituzioni pubbliche. L’Istat prende in esame la presenza femminile nelle ambasciate, nella Corte costituzionale, nel Consiglio superiore della magistratura e negli organi direttivi di alcune autorità indipendenti, tra cui Consob, Agcom, Antitrust e Garante per la protezione dei dati personali.

In questo insieme di istituzioni, nel 2025 le donne rappresentano soltanto il 21% dei componenti. La loro presenza è più che raddoppiata rispetto al 2014, quando si fermava al 10,1%, ma resta molto lontana da un equilibrio tra uomini e donne.

Il confronto evidenzia soprattutto l’effetto delle regole. Nelle società quotate, dove sono stati introdotti obblighi specifici sulla composizione dei consigli di amministrazione, il riequilibrio è stato particolarmente rapido. Negli altri organi considerati dall’Istat, invece, la crescita è stata più lenta e la componente maschile continua a essere largamente prevalente.

Occorre inoltre distinguere la presenza nei consigli di amministrazione dall’accesso agli incarichi esecutivi delle imprese. La partecipazione a un CdA comporta responsabilità di indirizzo e controllo, ma non coincide necessariamente con la gestione operativa affidata agli amministratori delegati. La quota del 43,5%, quindi, misura un progresso importante nella rappresentanza societaria, non una raggiunta parità in tutti i ruoli di vertice.

In Parlamento le donne sono un terzo, nelle Regioni il divario è ancora più marcato

Il mondo politico restituisce una fotografia altrettanto distante dalla parità, con un elemento ulteriore: la rappresentanza femminile nel Parlamento italiano ha smesso di crescere. Nella legislatura iniziata nel 2022 le donne costituiscono il 33,7% degli eletti, una quota leggermente inferiore al 35,4% raggiunto dopo le elezioni del 2018.

L’Italia si colloca sostanzialmente in linea con la media dell’Unione europea, ma il confronto con gli altri Paesi mostra differenze significative. In Spagna le donne occupano oltre quattro seggi parlamentari su dieci e in Belgio raggiungono il 44,2%. Anche la Francia presenta una rappresentanza femminile superiore a quella italiana.

La situazione è ancora più squilibrata nei consigli regionali, nonostante i miglioramenti degli ultimi anni. Nel 2025 le donne rappresentano il 26,8% degli eletti, ben al di sotto sia dell’obiettivo nazionale del 40% sia della media europea del 36,4%. Il dato italiano è cresciuto di quasi undici punti rispetto al 2014, ma la distanza dagli altri grandi Paesi dell’Unione rimane considerevole.

È soprattutto la geografia a rendere evidente quanto il cambiamento proceda in modo diseguale. In Umbria le donne occupano il 47,6% dei seggi regionali, avvicinandosi alla parità. Lazio e Piemonte superano entrambe il 41%. All’estremo opposto si trovano Molise e Basilicata, dove appena il 14,3% dei consiglieri è donna, e la Puglia, che si ferma al 15,7%.

In altre parole, la rappresentanza femminile in un consiglio regionale può essere più di tre volte superiore a quella di un altro territorio italiano. Un divario particolarmente evidente tra il Nord-est, generalmente sopra la media nazionale, e il Mezzogiorno, dove la presenza maschile continua a prevalere nettamente.

Le differenze possono cambiare sensibilmente anche da un’elezione all’altra. Nell’ultimo anno considerato dal rapporto, la Valle d’Aosta ha registrato un aumento di oltre undici punti percentuali nella rappresentanza femminile e la Campania di quasi otto. In Toscana, al contrario, la quota è diminuita di oltre dodici punti, scendendo al 22,5%.

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